﻿LORD THOMAS BABINGTON MACAULAY.
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STORIA D'INGHILTERRA.
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Parte 7.
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Traduzione di: Paolo Emiliani-Giudici.
1859-1860. Felice Le Monnier Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rielaborata e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito dall'Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Capitolo Nono.
NOTE al testo.
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FINE Indice.
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CAPITOLO NONO.
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SOMMARIO.

I. Mutamento nell'opinione de' Tory circa la legalità della Resistenza. - Secondo. Russell propone al Principe d'Orange uno sbarco in Inghilterra. - Terzo. Enrico Sidney. - Quarto. Devonshire; Shrewsbury; Halifax. - V. Danby. - Sesto. Il Vescovo Compton - Settimo. Nottingham; Lumley - SettimoI. Invito mandato a Guglielmo. - IX. Condotta di Maria. - X. Difficoltà della impresa di Guglielmo. - XI. Condotta di Giacomo dopo il Processo dei Vescovi. - XII. Destituzioni e Promozioni. - XIII. Procedimenti nell'Alta Commissione; Spart rinunzia al suo ufficio. - XIV Malcontento del Clero; Affari d'Oxford. - XV. Malcontento de' Gentiluomini. - XVI. Malcontento dello Esercito. - XVII. Arrivo delle truppe Irlandesi; indignazione pubblica. - XVIII. Lillibullero - XIX. Politica delle Provincie Unite. - XX. Errori del Re di Francia. - XXI. Sua contesa col Papa rispetto alle Franchigie. - XXII. Lo Arcivescovato di Colonia. - XXIII. Destrezza di Guglielmo - XXIV. Suoi apparecchi militari e navali. - XXV. Gli giungono dalla Inghilterra numerose assicurazioni di soccorso. - XXVI. Sunderland. - XXVII. Ansietà di Guglielmo; Ammonimenti dati a Giacomo. - XXVIII. Sforzi di Luigi per salvare Giacomo. - XXIX. Giacomo li rende vani. - XXX. Le armi francesi invadono la Germania. - XXXI. Guglielmo ottiene la Sanzione degli Stati Generali alla sua impresa. - XXXII. Schomberg; Avventurieri Inglesi all'Aja. - XXXIII. Manifesto di Guglielmo - XXXIV. Giacomo si scuote alla presenza del pericolo; suoi mezzi marittimi. - XXXV. Suoi mezzi militari. - XXXVI. Tenta di rendersi benevoli i sudditi. - XXXVII. Dà udienza ai Vescovi. - XXXVIII. Le sue concessioni sono mal ricevute. - XXXIX. Prove della nascita del Principe di Galles presentate al Consiglio Privato. - XL. Disgrazia di Sunderland. - XLI. Guglielmo prende commiato dagli Stati d'Olanda. - XLII. S'imbarca, fa vela, ed è ricacciato addietro da una tempesta. - XLIII. Il suo Manifesto giunge in Inghilterra; Giacomo interroga i Lordi. - XLIV. Guglielmo fa vela di nuovo. - XLV. Passa lo Stretto. - XLVI. Approda a Torbay. - XLVII. Entra in Exeter. - XLVIII. Colloquio del Re coi Vescovi. - XLIX. Tumulti in Londra. - L. Uomini d'alto grado cominciano ad accorrere al Principe. - LI. Lovelace. - LII. Colchester; Abingdon. - LIII Diserzione di Cornbury. - LIV. petizione de' Lordi per la convocazione del Parlamento. - LV. Il Re va a Salisbury. - LVI. Seymour; Corte di Guglielmo in Exeter. - LVII. Insurrezione nelle Contrade Settentrionali. - LVIII. Scaramuccia in Wincanton. - LIX. Diserzione di Churchill e di Grafton - LX. Lo esercito regio si ritira da Salisbury. - LXI. Diserzione del Principe Giorgio e di Ormond. - LXII. Fuga della Principessa Anna. - LXIII. Giacomo convoca un Consiglio di Lordi. - LXIV. Nomina una Commissione per trattare con Guglielmo - LXV. E' una finzione. - LXVI. Dartmouth ricusa di mandare il Principe di Galles in Francia. - LXVII. Agitazione di Londra. - LXVIII. Proclama apocrifo. - LXIX. Insurrezione in varie parti del paese. - LXX. Clarendon si reca presso il Principe in Salisbury; Dissenzione nel campo del Principe. - LXXI. Il Principe giunge a Hungerford; Scaramuccia in Reading; La Commissione del Re arriva a Hungerford. - LXXII. Negoziati. - LXXIII. La Regina e il Principe di Galles sono mandati in Francia; Lauzun. - LXXIV. Il Re s'apparecchia a fuggire. - LXXV. Sua fuga.

I. Il processo vinto da' Vescovi non fu il solo evento che fa del giorno decimoterzo di giugno 1688 una grande epoca nella storia. In quel dì, mentre le campane di cento chiese sonavano a festa, mentre numerose turbe di popolo affaccendavansi da Hyde-Park a Mile-End a fare fuochi di gioia ed ardere le immagini del Papa per celebrare la memoranda notte, fu spedito da Londra all'Aja un documento quasi quanto la Magna Charta importantissimo alle libertà della Inghilterra.
La persecuzione de' Vescovi, e la nascita del Principe di Galles avevano prodotto un grande rivolgimento nell'opinione di molti Tory. Nel momento stesso, in cui la loro Chiesa pativa gli ultimi eccessi di danno e d'insulto, vedevansi costretti a perdere ogni speranza di pacifica liberazione. Fino allora s'erano lusingati che la prova alla quale era stata posta la lealtà loro, quantunque severa, sarebbe temporanea, e che alle loro doglianze, verrebbe resa giustizia senza che si rompesse il corso ordinario della successione al trono. Adesso ravvisavano le cose in modo assai diverso. Per quanto potessero addentrare lo sguardo nel futuro, altro non vedevano che il mal governo degli ultimi tre anni prolungarsi a tempo indefinito. La cuna dello erede presuntivo della Corona era circondata di Gesuiti; i quali con sommo studio gli avrebbero nella mente infantile istillato odio mortale contro quella Chiesa di cui un giorno ei sarebbe stato capo, odio ispiratore di tutta la sua vita, e ch'egli avrebbe trasmesso ai suoi successori. A questo spettacolo di calamità non era confine; estendevasi al di là della vita del più giovane de' viventi, al di là del secolo decimottavo. Nessuno avrebbe potuto asserire per quante generazioni i Protestanti sarebbero dannati a gemere sotto una oppressura, la quale, anche allorchè reputavasi breve, era stata quasi insopportabile.
I più illustri fra' dottori anglicani di quell'epoca avevano insegnato come nessuna infrazione di legge o di contratto, nessuno eccesso di crudeltà, di rapacità, di licenza, dalla parte del Re legittimo, bastasse a giustificare la resistenza che il popolo potrebbe opporre alla forza di lui. Taluni di loro s'erano piaciuti di mostrare la dottrina della non-resistenza in una forma cotanto esagerata da scandalizzarne il buon senso del genere umano. Spesso e con veemenza notavano che Nerone era capo del Governo Romano, mentre San Paolo inculcava il debito d'ubbidire ai magistrati. La conseguenza che ne deducevano era, che se un Re inglese, senza autorità di legge ma a suo libito, perseguitasse i propri sudditi ripugnanti ad adorare gli idoli; se li gettasse fra mezzo ai leoni nella Torre; se, coprendoli d'una veste di pece, gli bruciasse per illuminare il Parco di San Giacomo, e procedesse con siffatte stragi fino a lasciare intere città e Contee senza un solo abitante, i sopravviventi sarebbero tuttavia tenuti a sottomettersi, e lasciarsi sbranare o arrostire vivi senza opporre la più lieve resistenza. Gli argomenti addotti a sostenere cotesta sentenza erano futilissimi; ma al difetto di solidi argomenti suppliva l'onnipotente sofisticare dello interesse e della passione. Molti scrittori si sono maravigliati che gli alteri Cavalieri d'Inghilterra potessero mostrarsi caldi difensori per la più servile dottrina che sia mai stata fra gli uomini. Vero è che essa in principio era pel Cavaliere tutt'altro che servile; per l'opposto tendeva a renderlo non schiavo, ma libero e signore di sè; lo esaltava esaltando il Re ch'egli considerava suo protettore, suo amico, e capo del suo diletto partito e della sua dilettissima Chiesa. Mentre i Repubblicani dominavano, il Realista aveva sofferto danni ed insulti, de' quali, mercè la restaurazione del governo legittimo, egli aveva potuto prendersi la rivincita. Nella sua mente quindi la idea della ribellione richiamava quella di degradazione e servaggio, e la idea di autorità monarchica, quella di libertà e predominio. Non gli era mai venuto in capo che potesse giungere il tempo in cui un Re, uno Stuardo, perseguiterebbe i più leali del clero e de' gentiluomini con animosità maggiore di quella Coda del Parlamento e del protettore. Eppure siffatto tempo era giunto. Adesso era da vedersi con che modo la pazienza che gli aderenti della Chiesa confessavano d'avere imparata negli scritti di San Paolo resisterebbe alla prova d'una persecuzione da non paragonarsi alla severissima di Nerone. Lo evento fu tale che ciascuno, il quale per poco conoscesse la natura umana, avrebbe di leggieri predetto. L'oppressione fece sollecitamente ciò che la filosofia e la eloquenza non avevano potuto fare. Il sistema di Filmer avrebbe potuto sopravvivere agli assalti di Locke: ma non si riebbe mai dal colpo mortale datogli da Giacomo.
Quella logica, la quale, mentre veniva adoperata a provare che i Presbiteriani e gl'Indipendenti avrebbero dovuto sopportare mansuetamente la prigione e la confisca, era stata giudicata tale da non ammettere risposta, parve di pochissimo peso allorquando fu questione di sapere se i Vescovi Anglicani dovevano essere imprigionati, e le rendite de' Collegi Anglicani confiscate. Era stato soventi volte ripetuto da' pergami di tutte le cattedrali del paese, che il precetto apostolico di obbedire ai magistrati civili fosse assoluto ed universale, e che fosse empia presunzione nell'uomo il volere limitare un precetto al quale non aveva posto limite alcuno la parola di Dio. E nondimeno adesso i teologi, la cui sagacità stimolavano gl'imminenti pericoli ne' quali trovavansi di essere privati de' loro benefizi e prebende per fare posto ai papisti, trovavano vizioso il ragionamento dianzi reputato convincentissimo. La morale della scrittura non era da interpretarsi come gli Atti del Parlamento, o i trattati de' casisti delle scuole. E davvero chi de' cristiani porse mai la guancia sinistra al malfattore che lo aveva percosso nella destra? Chi de' cristiani diede mai il suo mantello ai ladri che gli avevano rubato la veste? Sì nel Vecchio che nel Nuovo Testamento le regole generali erano sempre scritte senza eccezioni. A mo' d'esempio, il precetto generale di non uccidere non era accompagnato dalla eccezione che giustifica il guerriero che uccida altri a difesa del suo Re e della sua patria. Il generale precetto di non giurare non era accompagnato da nessuna eccezione a favore del testimonio che giuri di dire il vero dinanzi ai giudici. E nondimeno la legalità della guerra difensiva e del giuramento giudiciale era impugnata solo da pochi oscuri settari, e positivamente affermata negli articoli della Chiesa Anglicana. Tutti gli argomenti i quali dimostravano che il Quacquero, ricusando di servire nella milizia o di baciare il Vangelo, era irragionevole e perverso, potevan rivolgersi contro coloro che negavano ai sudditi il diritto(1047) di resistere con la forza alla eccessiva tirannia. Se ammettevasi che le autorità bibliche che proibivano l'omicidio e quelle che proibivano il giuramento, comunque espresse in forma generale, dovevano essere interpretate in subordinazione al gran comandamento che ingiunge ad ogni uomo il debito di promuovere il bene del prossimo, e siffattamente interpretate non si trovavano applicabili ai casi in cui l'omicidio e il giuramento potrebbe essere assolutamente necessario a proteggere i più gravi interessi della società, non era agevole negare che le autorità bibliche che inibivano la resistenza si dovessero interpretare nel modo medesimo. Se allo antico popolo di Dio era stato talvolta ordinato di distruggere la vita umana e tal altra d'obbligarsi per sacramento, talvolta gli era stato anche ordinato di resistere ai principi malvagi. Se i primitivi Padri della Chiesa avevano in varie occasioni detto parole, che sembravano sottintendere la riprovazione della resistenza, avevano parimente in altre occasioni usato parole che sembravano sottintendere la riprovazione d'ogni guerra e d'ogni giuramento. E veramente la dottrina della obbedienza passiva, quale insegnavasi in Oxford sotto il regno di Carlo Secondo, può dedursi dalla Bibbia soltanto con un modo d'interpretazione che irresistibilmente ci condurrebbe alle conclusioni di Barclay e di Penn.
E' non era solo per mezzo degli argomenti tratti dalla lettera delle Sante Scritture che i teologi anglicani, negli anni che immediatamente seguirono alla Restaurazione, si studiavano di provare la loro prediletta dottrina. Aveano tentato dimostrare, che, quando anche(1048) la rivelazione non avesse parlato, la ragione avrebbe insegnato ai savi uomini essere iniqua e insana ogni resistenza al Governo stabilito. Universalmente ammettevasi che cosiffatta resistenza, tranne nei casi estremi, non era giustificabile. Ma chi avrebbe osato stabilire il confine fra i casi estremi e gli ordinari? V'era egli governo al mondo sotto cui non fossero malcontenti e faziosi i quali potessero dire, e forse pensare, che le loro doglianze costituissero un caso estremo? Se fosse stato possibile stabilire una regola chiara ed esatta che inibisse agli uomini di ribellarsi contro Trajano, e ad un tempo desse loro libertà di ribellarsi contro Caligola, tale regola sarebbe stata sommamente benefica. Ma siffatta regola non v'è stata nè vi sarà mai. Dire che la ribellione fosse legittima, date certe circostanze, senza esattamente definirle, era come si dicesse che a ciascuno era lecito ribellarsi tutte le volte che lo reputasse opportuno; ed una società nella quale ciascuno potesse ribellarsi ogni qual volta lo reputasse opportuno, sarebbe più infelice d'una società governata dal più crudele e sfrenato despota. Era quindi mestieri di mantenere in tutta la sua interezza il gran principio della non-resistenza. Forse potevano addursi casi peculiari ne' quali la resistenza tornasse utile ad un popolo: ma generalmente era meglio che un popolo tollerasse con pazienza un cattivo governo, anzi che alleggiarsi violando una legge dalla quale dipendeva la sicurtà d'ogni governo.
Cotesti ragionamenti di leggieri potevano persuadere un partito dominante e felice, ma non potevano sostenere lo esame di cervelli fortemente concitati dalla ingiustizia e ingratitudine del principe. Egli è vero che è impossibile stabilire lo esatto confine fra la resistenza legittima e la illegittima: ma tale impossibilità sorge dalla natura stessa del diritto e del torto, e si trova pressochè in ciascuna parte della Scienza Morale. Una buona azione non è distinta da una cattiva coi segni chiari che distinguono una figura esagona da una quadra. V'è un punto in cui la virtù e il vizio si confondono insieme. E chi ha potuto mai additare con esattezza il limite tra il coraggio e la temerità, tra la prudenza e la codardia, tra la liberalità e la prodigalità? Chi ha potuto mai dire fino a che punto debba giungere la mercè verso gli offensori, e quando cessi di meritare tal nome e diventi perniciosa debolezza? Quale casista o legislatore ha potuto mai rettamente definire i confini del diritto della propria difesa? Tutti i nostri giureconsulti sostengono che una certa misura di pericolo di vita o di perdita di membra giustifica un uomo ad uccidere l'aggressore: ma hanno disperato di poter descrivere con precisi vocaboli, quanta e quale debba essere la misura del pericolo. Dicono soltanto che non debba essere lieve pericolo; ma un pericolo tale che dia grave timore ad un uomo di spirito fermo; e chi oserebbe dire quale sia questo timore che meriti d'essere chiamato grave, o qual sia la precisa tempra dello spirito che meriti il nome di fermo? Senza dubbio è cosa increscevole che l'indole de' vocaboli e quella delle cose non ammettano leggi più accurate: nè è da negarsi che male possono operare gli uomini qualvolta sono giudici in causa propria, e procedere con subito impeto alla esecuzione del proprio giudicio. E nulladimeno chi per ciò interdirebbe(1049) la propria difesa? Il diritto che ha un popolo di resistere ad un cattivo governo, ha stretta analogia col diritto che un individuo, privo di protezione legale, ha ad uccidere lo aggressore. In ambi i casi il male deve essere grave. In ambi i casi ogni regolare e pacifico modo di difesa deve essere esaurito pria che la parte offesa si appigli ad un partito estremo. In ambi i casi s'incorre in terribile responsabilità. In ambi i casi la prova grava sulla coscienza di colui che s'appiglia ad uno espediente sì disperato; ed ove non riesca a difendersi, va giustamente soggetto alla più severe pene. Ma in nessun caso potremmo assolutamente negare la esistenza del diritto. Un uomo aggredito dagli assassini, non è tenuto a lasciarsi torturare o scannare senza far uso delle proprie armi per la ragione che nessuno ha mai potuto con precisione definire la misura del pericolo che giustifica l'omicidio. Nè una società è tenuta a sopportare passivamente gli eccessi della tirannide per la ragione che nessuno ha mai potuto precisamente definire la misura del mal governo che giustifica la ribellione.
Ma poteva ella la resistenza degli Inglesi ad un principe quale era Giacomo chiamarsi propriamente ribellione? Egli è vero che i migliori discepoli di Filmer sostenevano non esservi differenza veruna tra l'ordinamento politico della patria nostra e quello della Turchia, e che se il Re non confiscava il contenuto di tutte le casse che erano in Lombard-Street, e non mandava i muti a recare il capestro a Sancroft e ad Halifax, ciò era solo perchè egli era sì benigno da non usare tutta la potestà datagli da Dio. Ma la maggior parte de' Tory, quantunque nel fervore del conflitto potessero adoperare parole che sembrassero approvare coteste enormi dottrine, abborrivano cordialmente il dispotismo. Agli occhi loro il governo inglese era una monarchia limitata. E come potrebbe chiamarsi limitata una monarchia ove non si possa mai, nè anche come unico ed estremo mezzo, adoperare la forza a fine di mantenere tali limitazioni? In Moscovia, dove per virtù della costituzione dello Stato il sovrano era assoluto, poteva con qualche apparenza di vero sostenersi che, per qualunque eccesso egli commettesse, aveva diritto, giusta i principii della religione cristiana, ad essere obbedito da' suoi sudditi. Ma tra noi principe e popolo erano vicendevolmente vincolati dalle leggi. Giacomo adunque era colui il quale rendevasi meritevole del castigo minacciato a coloro che insultassero la potestà costituita. Giacomo era colui che resisteva ai comandamenti di Dio; che ricalcitrava contro l'autorità legittima, alla quale doveva sottoporsi, non solo per timore, ma per coscienza, e che, secondo il vero senso delle parole di Cristo, non rendeva a Cesare ciò che era di Cesare.
Mossi da simiglianti considerazioni, i più illustri e savi fra i Tory incominciarono ad accorgersi d'avere troppo stiracchiata la dottrina della obbedienza passiva. La differenza fra costoro e i Whig rispetto agli obblighi vicendevoli del Re e dei sudditi cessò allora d'essere una differenza di principio. Certo rimanevano per anche molte storielle controversie tra il partito che da lungo tempo aveva propugnato la legalità della resistenza e i nuovi convertiti. La memoria del Martire beato seguitava ad essere quanto mai riverita da que' vecchi Cavalieri, i quali erano pronti a impugnare le armi contro il degenere figlio, e seguitavano ad abborrire il Lungo Parlamento, la Congiura di Rye House, e la insurrezione delle contrade Occidentali. Ma non ostante i loro pensamenti intorno al passato, il modo onde ravvisavano il presente era identico a quello de' Whig: imperocchè ammettevano che la estrema oppressione potesse giustificare la resistenza, ed affermavano che la oppressione, sotto la quale la nazione allora gemeva, era estrema(1050).
Nulladimeno non è da supporsi che tutti i Tory, anche in quelle circostanze, abbandonassero un domma che fino da fanciulli avevano imparato a considerare come parte essenziale della dottrina cristiana, che avevano per molti anni con veemente ostentazione professato, e tentato di propagare per mezzo della persecuzione. Molti manteneva fermi nei principii loro la coscienza, e molti il rossore. Ma la maggior parte, anche di coloro che seguitavano tuttavia a credere illegale ogni resistenza al sovrano, inchinavano, nel caso d'un conflitto civile, a tenersi neutrali. Nessuna provocazione gli avrebbe tratti a ribellare: ma ove la ribellione scoppiasse, non sembra che si reputassero tenuti a combattere per Giacomo Secondo come avevano combattuto per Carlo Primo. Ai Cristiani di Roma San Paolo aveva inibito di fare resistenza al governo di Nerone: ma non v'era ragione a credere che lo Apostolo, se fosse stato vivo allorquando le legioni e il Senato insorsero contro quel malvagio imperatore, avrebbe comandato a' suoi confratelli di correre in armi a difesa della tirannide. Il dovere della Chiesa perseguitata era manifesto: soffrire con pazienza e porre la propria causa nelle mani di Dio. Ma se a Dio, la cui provvidenza suscita perpetuamente il bene dal male, piacesse, come soventi volte gli era piaciuto, di rimediare ai danni per mezzo di tali le cui tristi passioni la Chiesa co' suoi ammonimenti non aveva potuto mansuefare, essa poteva con gratitudine accettare da Dio la liberazione, che a lei, secondo le sue dottrine, non era concesso di compiere da sè. E però molti de' Tory, i quali tuttavia abborrivano da ogni pensiero di aggredire il Governo, non erano minimamente inchinevoli a difenderlo, e forse, mentre gloriavansi de' loro scrupoli, in cuor loro godevano che altri non fosse come essi scrupoloso.
I Whig s'accôrsero che il tempo per loro era arrivato. La questione se dovessero snudare la spada contro il governo era stata per sei o sette anni pretta questione di prudenza; e adesso la prudenza stessa gl'incitava ad appigliarsi a più audaci partiti.
II. Nel maggio, innanzi al nascimento del Principe di Galles, e mentre era tuttavia incerto se la Dichiarazione d'Indulgenza sarebbe o non sarebbe letta nelle chiese, Eduardo Russell era andato all'Aja. Aveva con vivi colori rappresentato al principe lo stato del pubblico sentire, e lo aveva consigliato a mostrarsi in Inghilterra capo d'una forte schiera di soldati, e chiamare il popolo alle armi.
Guglielmo ad un solo sguardo conobbe la importanza della crisi. "O adesso o mai," disse in latino a Dikwelt(1051). Con Russell tenne parole più misurate, riconobbe i mali dello Stato essere tali da richiedere straordinario rimedio, ma parlò calorosamente del caso d'un esito sinistro, e delle calamità che da ciò ne verrebbero alla Gran Brettagna e alla Europa. Sapeva bene che coloro i quali parlavano con sonanti paroloni di sacrificare vita e roba pel bene della patria esiterebbero ove si presentasse alle loro menti lo spettacolo d'un altro Tribunale di Sangue. Per la qual cosa a lui bisognavano non vaghe proteste di buon volere, ma inviti chiari e promesse esplicite di appoggio, munite della firma di potenti e cospicui uomini. Russell gli fece notare come fosse pericoloso affidare il disegno a un gran numero di persone. Guglielmo ne convenne, e disse bastargli poche firme, purchè fossero d'uomini di Stato rappresentanti di grandi interessi(1052).
III. Con tale risposta Russell fece ritorno a Londra dove trovò il pubblico concitamento maggiore e sempre crescente. La carcerazione de' vescovi e il parto della Regina resero l'opera di lui più agevole di quello ch'egli aveva presupposto. Non perdè tempo a raccogliere i voti de' capi della opposizione, avendo a principale coadiutore Enrico Sidney fratello d'Algernon(1053). E' da notarsi che Eduardo Russell ed Enrico Sidney erano stati addetti alla famiglia di Giacomo; che entrambi, in parte per private e in parte per pubbliche cagioni, gli divennero nemici; e che entrambi avevano da vendicare il sangue de' congiunti, i quali, l'anno stesso, erano caduti vittime della implacabile ferocia del tiranno. Qui finisce ogni somiglianza tra loro. Russell, fornito di non poca abilità, era orgoglioso, virulento, irrequieto, e violento. Sidney, dotato d'indole dolce e d'amabilissimi modi, sembrava difettare di capacità e di sapere, e starsi immerso nella voluttà e nell'indolenza. Era assai bello di viso e di persona. In gioventù era stato il terrore de' mariti, ed anche adesso che toccava quasi cinquanta anni, era il prediletto delle donne e lo invidiato da' giovani. Per innanzi era stato all'Aja con un pubblico ufficio, ed erasi acquistato in larga misura la confidenza di Guglielmo. Molti ne maravigliavano: imperciocchè e' sembrava che tra il più austero degli uomini di Stato e il più dissoluto degli oziosi non vi potesse essere nulla di comune. Swift, molti anni dopo, non poteva persuadersi in che modo un uomo, ch'egli aveva conosciuto solo come un vecchio libertino, frivolo e privo di lettere, avesse veramente avuto tanta parte in una grande rivoluzione. Nondimeno un ingegno meno acuto di Swift si sarebbe potuto accorgere che nell'indole umana esiste un certo tatto, somiglievole ad un istinto, che spesso manca ai grandi oratori e ai filosofi, e che spesso si trova in individui, i quali, ove si giudichino dal conversare e dagli scritti loro, si reputerebbero semplicioni. E davvero quando un uomo possiede cotesto tatto, in un certo senso gli torna utile l'essere privo di quelle doti più appariscenti che lo renderebbero oggetto di ammirazione, d'invidia, e di timore. Sidney è un notevolissimo esempio di questa verità. Poco capace, ignorante, e dissoluto come pareva essere, intendeva, o per dire meglio, sentiva con chi era necessario tenersi in riserbo, e con chi liberamente e con securtà comunicare. Per la qual cosa egli compì ciò che Mordaunt con tutta la sua vivacità ed immaginazione, o Burnet con tutta la sua svariata dottrina e fluida eloquenza, non avrebbero potuto mai fare(1054).
IV. Co' vecchi Whig egli non poteva incontrare nessuna difficoltà; come quelli che opinavano non esservi stato in molti anni un solo momento, in cui i pubblici danni non giustificassero la resistenza. Devonshire, che poteva considerarsi loro capo, e che aveva torti privati e pubblici da vendicare, accolse con tutto il cuore il gran disegno e si fece mallevadore di tutto il suo partito(1055).
Russell rivelò il secreto a Shrewsbury. Sidney saggiò Halifax. Shrewsbury assunse la parte sua con coraggio e risolutezza tali, che anni dopo parvero mancare al suo carattere. Tosto si profferì parato a porre a repentaglio roba, onori, e vita. Halifax allo incontro accolse i primi cenni della impresa in un modo da far temere che fosse inutile, e forse pericoloso parlargliene esplicitamente. Certo egli non era l'uomo per una tanta impresa. Aveva intelletto inesauribilmente fecondo di distinzioni e d'obiezioni, e indole tranquilla e repugnante alle avventure. Era pronto ad avversare la Corte fino allo estremo nella Camera de' Lordi e con scritti anonimi, ma poco disposto a cangiare i suoi ozi signorili per la mal sicura ed agitata vita di cospiratore, a porsi nelle mani de' complici, a vivere in perenne timore dello arrivo d'un mandato d'arresto e de' regii messaggieri, e forse anco di finire i suoi giorni sul palco, o di vivere accattando in qualche appartata via dell'Aja. E però disse poche parole che chiaramente significavano la sua ripugnanza a conoscere le arcane intenzioni de' suoi più arditi e impetuosi amici. Sidney lo intese, e tacque(1056).
V. Si rivolse quindi a Danby, ed ebbe miglior ventura. E veramente il pericolo e lo eccitamento, che riuscivano insoffribili alla mente di Halifax più delicatamente organizzata, erano d'irresistibile fascino allo audace ed attivo spirito di Danby. I differenti caratteri di questi due uomini di Stato si leggevano ne' loro visi. Il ciglio, l'occhio e la bocca di Halifax indicavano un potente intelletto, e uno squisito senso di scherzo; ma la sua espressione era quella d'uno scettico, d'un voluttuoso, d'un uomo ripugnante a rischiare tutto in una sola partita, o ad essere martire d'un principio. Chi conosce le fattezze di Halifax non maraviglierà che sopra tutti gli scrittori egli si dilettasse di Montaigne(1057). Danby era uno scheletro; e la sua faccia scarna e solcata di rughe, benchè bella e nobile, esprimeva esattamente l'acutezza della sua intelligenza e la sua irrequieta ambizione. Una volta ei si era già inalzato dalla oscurità ai fastigi del potere; ne era caduto a capofitto; aveva corso pericolo di vita; aveva passati degli anni in carcere; adesso era libero: ma ciò non lo appagava: egli ardeva di farsi nuovamente grande. Fedele alla Chiesa Anglicana, e ostile alla influenza francese, non poteva sperare di divenire grande in una Corte brulicante di Gesuiti ed ossequiosa alla Casa de' Borboni. Ma s'egli fosse parte precipua d'una rivoluzione che farebbe svanire i disegni de' Papisti, che porrebbe fine al vassallaggio sotto il quale la Inghilterra da lunghi anni gemeva, e trasferirebbe la potestà regia a due anime illustri da lui unite in matrimonio, potrebbe risorgere dalla oscurità con nuovo splendore. I Whig, l'animosità de' quali, nove anni innanzi, lo aveva cacciato dall'ufficio, congiungerebbero, alla sua avventurata riapparizione, i loro applausi agli applausi de' Cavalieri suoi vecchi amici. Già egli s'era pienamente riconciliato con uno de' precipui personaggi che lo avevano messo in istato d'accusa, cioè col conte di Devonshire. Entrambi si erano incontrati in un villaggio nel Peak, e s'erano ricambiati assicurazioni di benevolenza. Devonshire aveva francamente confessato che i Whig erano rei d'una grande ingiustizia, ma aveva dichiarato che adesso confessavano d'avere errato. Danby, dal canto suo, aveva qualche ritrattazione a fare. Un tempo aveva professato, o simulato di professare la dottrina dell'obbedienza passiva nel senso più esteso del vocabolo. Mentre egli era ministro e con la sua sanzione era stata proposta una legge, la quale ove fosse stata approvata, avrebbe escluso dal Parlamento e dagli uffici chiunque avesse ricusato di dichiarare con giuramento la illegalità della resistenza. Ma il suo vigoroso intendimento, ora affatto desto per l'ansietà del bene pubblico e del proprio, non poteva lasciarsi ingannare, se pure lo avea mai fatto innanzi, da cotali fanciullesche fallacie.
VI. Il perchè assentì, senza andirivieni, alla congiura, e sforzossi di trarvi dentro Compton Vescovo di Londra, già sospeso, e non incontrò difficoltà veruna a riuscirvi. Non v'era prelato che al pari di Compton avesse patito la ingiustizia del Governo; nè v'era prelato che potesse tanto sperare da un rivolgimento; imperciocchè egli aveva diretta la educazione della Principessa d'Orange, e credevasi che ne avesse in larga misura la fiducia. Come i suoi confratelli egli, finchè non fu oppresso, aveva insegnato essere delitto resistere alla oppressione; ma dacchè gli fu forza appresentarsi all'Alta Commissione, un nuovo raggio di luce scese a stenebrargli la mente(1058).
VII. Danby e Compton desideravano avere Nottingham compagno alla impresa. Gli apersero intieramente il disegno, e quei lo approvò. Ma dopo pochi giorni cominciò a sentirsi inquieto. Non aveva mente abbastanza forte da emanciparsi dai pregiudicii della educazione. Andò in giro da un teologo ad un altro proponendo loro con parole generali casi ipotetici di tirannia, e chiedendo se in simili casi la resistenza fosse legittima. Le risposte che n'ebbe accrebbero la irrequietudine dell'animo suo, finchè disse ai suoi complici di non potere andare più oltre con essi. Se lo stimavano capace di tradirli, potevano pugnalarlo, chè non gli avrebbe biasimati, imperocchè tirandosi indietro dopo essersi spinto tanto innanzi, aveva loro dato diritto sopra la sua vita. Gli assicurò nondimeno che non avevano nulla a temere da lui; ch'egli manterrebbe il segreto; desiderava loro prospera fortuna, ma la sua coscienza non gli consentiva di partecipare ad una ribellione. Ascoltarono siffatte parole con sospetto e con isdegno. Sidney, le cui idee intorno agli scrupoli di coscienza, erano
Footnote 1: Vedi la Introduzione, che Danby prepose agli scritti da lui pubblicati, 1710; Burnet, I, 764.] estremamente vaghe, scrisse al Principe che Nottingham s'era impaurito. E' debito di giustizia, nondimeno, il confessare che tutta la vita di Nottingham fu tale che ci è forza credere la sua condotta in questa circostanza, quantunque poco savia e irresoluta, essere stata onestissima(1059).
Gli agenti del Principe ebbero miglior ventura con Lord Lumley, il quale, non ostanti i grandi servigi da lui resi nel tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, sapeva d'essere abborrito in Whitehall non solo come eretico, ma come rinnegato, e per ciò era più ardente che non fossero la maggior parte de' nati Protestanti, a prendere le armi in difesa del Protestantismo(1060).
VIII. Nel mese di giugno le ragunanze de' congiurati furono frequenti; e fecero il passo decisivo nell'ultimo giorno del mese, in quel giorno stesso in che i Vescovi furono dichiarati innocenti. Spedirono all'Aja un invito formale ricopiato da Sidney, ma composto da qualcuno più esperto di lui nell'arte di scrivere. In quel documento assicurano a Guglielmo che diciannove ventesimi del popolo inglese erano desiderosi di un mutamento, e coopererebbero ad effettuarlo solo che potessero ottenere di fuori il soccorso di una forza bastevole a impedire che coloro i quali corressero alle armi fossero dispersi e macellati innanzi che si potessero in un modo qualunque militarmente ordinare. Se Sua Altezza approdasse all'isola accompagnato da una schiera di soldati, le genti a migliaia correrebbero a porsi sotto la sua bandiera; sì che bene presto si vedrebbe alla testa di forze assai superiori allo esercito regio dell'Inghilterra. Oltre di che il Governo non poteva implicitamente essere sicuro della obbedienza di cotesto esercito. Gli ufficiali erano malcontenti; e i soldati sentivano contro il papismo quella avversione che era comune a tutta la classe dalla quale erano stati presi. Nella flotta il sentimento protestante era anche più forte. Importava singolarmente fare un passo decisivo mentre le cose erano in tali condizioni. La impresa diverrebbe vie maggiormente ardua ove venisse differita fino a che il Re, riformando borghi e reggimenti, mettesse insieme un parlamento ed una armata sopra cui potesse riposare. I cospiratori, quindi, supplicavano il Principe di venire fra loro al più tosto possibile. Gli davano parola d'onore che si sarebbero associati a lui; e imprendevano a trarre al partito tanto numero di persone da poterle impunemente rendere partecipi di un così grave e pericoloso secreto. Rispetto ad una sola cosa si credevano in debito di rimostrare con sua Altezza, cioè di non essersi giovato della opinione che la massima parte del popolo inglese aveva intorno al nascimento del regio infante, e d'avere, invece, mandate congratulazioni a Whitehall, quasi sembrasse riconoscere che il neonato, che chiamavasi Principe di Galles, fosse il legittimo erede del trono. Ciò era un grave errore ed aveva intiepidito lo zelo nel cuore di molti. Nè anche una in mille persone dubitava che lo infante fosse un intruso; e il Principe tradirebbe i propri interessi ove le sospettose circostanze che avevano accompagnato il parto della Regina, non primeggiassero fra le ragioni che lo costringevano a prendere le armi(1061).
Cotesto scritto fu firmato in cifra dai sette capi della congiura, Shrewsbury, Devonshire, Danby, Lumley, Compton, Russell e Sidney. Herbert si tolse il carico di messaggiero. Ed essendo la sua commissione pericolosissima, si travestì da semplice marinaio ed approdò sicuro in Olanda il dì dopo finito il processo de' Vescovi. Appresentossi sull'istante al Principe; il quale, chiamati a sè Bentinck e Dykvelt, si stette con loro parecchi giorni a deliberare. Prima conseguenza di ciò fu che più non si leggesse(1062) nella cappella della Principessa la preghiera pel Principe di Galles(1063).
IX. Dalla consorte Guglielmo non poteva temere veruna opposizione. Lo intelletto di Maria era stato pienamente soggiogato da quello di lui; e ciò che è più estraordinario, egli ne acquistò intieramente lo affetto. Egli le teneva luogo di genitori, da lei perduti per morte e per allontanamento, di figli che il cielo aveva negati alle sue preci, e di patria dalla quale ella era bandita. Nel cuore di lei Guglielmo divideva lo impero soltanto con Dio. Probabilmente non portò mai vero affetto al padre da lei lasciato nella prima giovinezza, e da lunghi anni non riveduto: oltrechè dopo il suo matrimonio, Giacomo non le aveva mostrato segni di tenerezza, nè si era condotto in modo da destare teneri sentimenti nel cuore della figlia. Anzi fece ogni possibile sforzo a perturbarle la felicità domestica stabilendo nella stessa casa di Maria un sistema di spionaggio, di sorveglianza e di chiacchiericcio. Egli possedeva entrate molto maggiori di quelle de' predecessori suoi, ed aveva assegnato alla figlia minore una provvisione annua di quarantamila lire sterline(1064): ma la erede presuntiva del suo trono non aveva mai ricevuto da lui il minimo soccorso pecuniario, ed appena aveva i mezzi di poter fare una convenevole comparsa fra le principesse d'Europa. Erasi provata ad intercedere appo lui a favore di Compton suo precettore ed amico, il quale, accusato di non avere voluto commettere un atto di flagrante ingiustizia, era stato sospeso dalle funzioni episcopali: ma era stata respinta con mala grazia(1065). Dal giorno in cui s'era chiaramente conosciuto che ella e il marito erano deliberati di non partecipare alla distruzione della Costituzione inglese, uno de' fini precipui della politica di Giacomo era stato quello di nuocere ad entrambi. Aveva richiamate le milizie inglesi dalla Olanda, congiurato con Tyrconnel e con la Francia contro i diritti di Maria, ordito trame per privarla almeno d'una delle tre Corone, che, alla morte di lui, le spettavano. Adesso credevasi da quasi tutto il popolo e da molti personaggi alto locati per grado e per abilità, che egli avesse introdotto nella famiglia regale un Principe di Galles supposto, onde privare della magnifica eredità la figliuola; e non v'è ragione a dubitare ch'essa non partecipasse al comune sospetto. Era dunque impossibile che amasse un cotal padre. I suoi principii religiosi, a dir vero, erano siffattamente rigidi che probabilmente si sarebbe provata a compiere quello che ella considerava suo dovere anche verso un padre da lei non amato. Nondimeno nelle presenti circostanze giudicò che il diritto di Giacomo ad essere obbedito doveva cedere ad un altro più sacro diritto. E veramente tutti i teologi e pubblicisti concordano ad affermare che quando la figlia del principe d'un paese è congiunta in matrimonio al principe d'un altro, è tenuta a dimenticare il suo popolo e la famiglia paterna, e nel caso d'una rottura tra il suo marito e i suoi parenti, associarsi alle sorti del marito. Questa è la regola incontrastabile anche ove il marito abbia torto; ed a Maria la impresa meditata da Guglielmo sembrava non solo giusta, ma santa.
X. E quantunque ella con ogni cura s'astenesse dal fare o dal dire la più lieve cosa che potesse accrescere le difficoltà del consorte, coteste difficoltà erano veramente gravi; erano poco intese anco da coloro che lo avevano invitato, e sono state imperfettamente esposte da coloro che hanno scritta la storia della sua espedizione.
Gli ostacoli che doveva aspettarsi d'incontrare in Inghilterra, comecchè fossero i meno formidabili fra' molti che attraversavano il suo disegno, erano tuttavia gravi. Accorgevasi che sarebbe stata demenza imitare lo esempio di Monmouth, traversare il mare con pochi avventurieri inglesi, e sperare in una generale insurrezione delle popolazioni. Era necessario - e lo avevano detto tutti coloro dai quali egli era stato invitato - di condurre seco un'armata. E, così facendo, chi risponderebbe dello effetto che potrebbe produrre la comparsa di cosiffatta armata? Il Governo era giustamente odiato: ma il popolo inglese, non avvezzo a vedere mai le Potenze continentali immischiarsi nelle cose d'Inghilterra, guarderebbe di buon occhio un liberatore che venisse circondato da soldati stranieri? Se parte delle regie milizie facesse risolutamente fronte agl'invasori, non desterebbero esse ben presto la simpatia di milioni? Una sconfitta sarebbe fatale alla impresa. Una vittoria sanguinosa riportata nel cuore dell'isola da' mercenari degli Stati Generali sopra le Guardie e le altre milizie del Re, sarebbe calamità grave quasi al pari d'una sconfitta; sarebbe la più cruda ferita inflitta all'orgoglio della più orgogliosa tra le nazioni. Il principe non avrebbe mai portata con pace e sicurezza una corona siffattamente acquistata. L'odio contro l'Alta Commissione e i Gesuiti cederebbe il posto all'odio più intenso che susciterebbero gli stranieri conquistatori; e molti che fino allora avevano sentito timore ed abborrimento per la Potenza francese, direbbero, che, ove fosse mestieri sopportare un giogo straniero, sarebbe minore ignominia sottoporsi alla Francia anzi che all'Olanda.
Tali considerazioni erano bastevoli a rendere inquieto l'animo di Guglielmo anche ove avesse potuto disporre di tutti i mezzi militari delle provincie Unite. Ma in verità pareva assai dubbio che ottenesse un solo battaglione. Tra tutte le difficoltà con le quali gli toccava lottare, la maggiore, benchè poco notata dagli Storici inglesi, sorgeva dalla costituzione stessa della Repubblica Batava. Nessuno Stato è mai esistito per lungo ordine d'anni con un ordinamento politico egualmente inconvenevole. Gli Stati Generali non potevano fare guerra, pace, leghe, o imporre tasse senza il consenso degli Stati di ciascuna provincia. Gli Stati d'una provincia non potevano dare tale consenso senza quello di ogni municipio, che partecipava alla rappresentanza. Ciascun municipio, in un certo senso, era uno Stato sovrano, e come tale pretendeva al diritto di comunicare direttamente con gli Ambasciatori stranieri, e di stabilire con essi i mezzi a frustrare i disegni a' quali gli altri municipii intendevano. In alcuni Consigli municipali era potentissimo il partito che pel corso di varie generazioni sentiva gelosia della influenza dello Statoldero. Capi di questo partito erano i magistrati della nobile città d'Amsterdam, la quale in que' tempi godeva della più grande prosperità. Dalla pace di Nimega in poi non avevano cessato mai di tenere amichevoli relazioni con Re Luigi per mezzo del suo esperto ed operoso ambasciatore il Conte d'Avaux. Alcune proposte presentate dallo Statoldero come indispensabili alla sicurtà della Repubblica, sanzionate da tutte le provincie, tranne dagli Stati della Olanda, e sanzionate da diciassette de' diciotto Consigli municipali d'Olanda, erano state più volte respinte dal solo voto d'Amsterdam. L'unico rimedio costituzionale in simiglianti casi era quello di mandare i deputati delle città assenzienti alla città dissenziente onde fare una rimostranza. Il numero dei deputati era illimitato; potevano continuare a rimostrare per quanto tempo credessero necessario; e intanto la città che ostinavasi a non cedere ai loro ragionamenti era tenuta a mantenerli a sue spese. Questo modo assurdo di coartare era stato una volta sperimentato con esito prospero nella piccola città di Gorkum, ma non era verosimile che riuscisse efficace nella potente e ricca Amsterdam, famosa in tutto il mondo per i suoi bacini popolati di navi, i suoi canali circondati da vaste magioni, il sue maestoso palazzo governativo coperto da cima a fondo di peregrini marmi, i suoi magazzini ripieni dei più costosi prodotti di Ceylan e di Surinam, e la sua Borsa che perpetuamente risonava di tutti gl'idiomi parlati dalle nazioni civili(1066).
Le contese tra la maggioranza che spalleggiava lo Statoldero, e la minoranza capitanata da' magistrati d'Amsterdam erano più volte trascorse tanto oltre da far temere inevitabile lo spargimento del sangue. Una volta, il Principe tentò di punire come traditori i deputati disubbidienti; un'altra, le porte d'Amsterdam gli vennero chiuse in faccia, e si fecero leve di milizie per difendere i privilegi del Consiglio Municipale. E però non era verosimile che i rettori di quella grande città consentissero ad una impresa grandemente offensiva a Luigi da essi cotanto corteggiato, impresa che probabilmente ingrandirebbe la Casa d'Orange da essi abborrita. Nulladimeno senza cotesto consenso la impresa non poteva legalmente eseguirsi. Vincere con la forza la opposizione loro, era un partito al quale, in circostanze diverse, l'inflessibile e audace Statoldero non avrebbe sdegnato d'appigliarsi. Ma in quel momento egli era importantissimo schivare con sommo studio ogni atto che avesse sembianza di tirannesco. Non poteva rischiarsi a violare le leggi fondamentali della Olanda nell'istante medesimo in cui egli era per isnudare la spada contro il suocero che violava le leggi fondamentali della Inghilterra. Il rovesciare con violenza una libera Costituzione sarebbe stato uno strano preludio a ristabilirne violentemente un'altra(1067).  E v'era anche un'altra difficoltà, pochissimo notata dagli scrittori inglesi, alla quale Guglielmo teneva sempre fitta la mente. Nella spedizione che egli meditava, poteva aver prospero successo solamente appellandosi al sentimento protestante dell'Inghilterra, e stimolandolo finchè divenisse, per un certo tempo, il dominante e quasi esclusivo sentimento della nazione. Ciò sarebbe stato agevolissimo qualora lo scopo di tutta la sua politica fosse stato di produrre un rivolgimento nella isola nostra e regnarvi. Ma contemplava un altro fine ch'egli poteva conseguire con lo aiuto de' principi, sinceri credenti nella Chiesa di Roma. Voleva congiungere lo Impero, il Re Cattolico, e la Santa Sede insieme con l'Inghilterra e la Olanda in una lega contro la preponderanza francese. Era quindi mestieri che, mentre vibrava il più gran colpo che fosse mai dato in difesa del protestantismo, si studiasse a non perdere il buon volere di que' Governi che consideravano il protestantismo come mortale eresia.
Erano coteste le complicate difficoltà della grande impresa. Gli statisti del continente ne vedevano una parte; gli Inglesi un'altra. Solo una mente vasta e vigorosa le comprese tutte, e deliberò di vincerle. Non era agevole rovesciare il Governo inglese per mezzo d'un'armata straniera senza offendere l'orgoglio nazionale degli Inglesi. Non era agevole ottenere dalla fazione Batava, partigiana della Francia e avversa alla Casa d'Orange, il consenso ad una impresa che distruggerebbe tutti i disegni della Francia e inalzerebbe a grandezza la Casa d'Orange. Non era agevole condurre i Protestanti entusiasti in una crociata contro il Papismo col plauso di quasi tutti i governi papisti e del Papa stesso. E nondimeno Guglielmo compiè tutte le sopradette cose. Tutti i suoi fini, anche quelli che sembravano singolarmente incompatibili fra loro, egli raggiunse pienamente e a un tratto. Le storie degli antichi e de' moderni tempi non ricordano un simile trionfo di sapienza politica.
L'opera sarebbe veramente stata difficile anche per un uomo di Stato qual era il Principe d'Orange, ove i suoi precipui oppositori non si fossero trovati in preda ad un'ebbrezza tale che da molti, non inchinevoli alla superstizione, fu attribuita a singolare giudizio di Dio. Il Re d'Inghilterra non solo fu, come era sempre stato, stupido e testardo: ma perfino i consigli dello astuto Re di Francia parvero dettati dalla insania. Guglielmo fece ogni sforzo possibile di saviezza e d'energia. Ma i suoi nemici posero ogni studio a sgombrargli il terreno di quegli ostacoli cui nessuna saviezza od energia avrebbe potuto vincere.
XI. Nel gran giorno in cui furono assoluti i Vescovi, e spedito lo invito all'Aja, Giacomo, tristo ed agitato, da Hounslow fece ritorno a Westminster. E non ostante che si sforzasse di mostrarsi in lieto aspetto(1068), i fuochi di gioia, le bombe, e soprattutto il bruciamento delle immagini del Papa in ogni quartiere di Londra non erano cose da addolcirgli l'animo. Coloro che lo avevano veduto la mattina, poterono leggergli nel viso e nel portamento le violente emozioni che gli perturbavano la mente(1069). Per varii giorni parve così ripugnante a parlare del processo, che nè anco Barillon potè rischiarsi a fargliene motto(1070).
Tosto cominciò a farsi manifesto come la sconfitta e la mortificazione avessero indurito il cuore del Re. Le prime parole che egli profferì appena seppe che le vittime erano campate dagli artigli della sua vendetta, furono: "Peggio per loro!" In pochi giorni chiaramente si vide quale fosse il significato di coteste parole, da lui, secondo il costume, ripetute molte volte. Accusava sè stesso non d'avere perseguito i Vescovi, ma d'averlo fatto dinanzi a un tribunale, dove le questioni di fatto erano decise dai giurati, e dove i principii stabiliti dalla legge non potevano porsi in non cale nemmeno da' giudici più servili. Deliberò adunque di rimediare a tanto errore. Non solo i sette prelati che avevano firmata la petizione, ma tutto il Clero Anglicano avrebbero ragione di maledire quel giorno in cui avevano riportato vittoria sopra il loro sovrano. Circa quindici giorni dopo il processo, fu emanato un ordine che ingiungeva a tutti i Cancellieri della Diocesi e a tutti gli Arcidiaconi di fare stretta inquisizione in tutti i luoghi soggetti alla giurisdizione loro, e riferire all'Alta Commissione, entro cinque settimane, i nomi di que' rettori, vicari e curati, che avevano ricusato di leggere la Dichiarazione d'Indulgenza(1071). Il Re godeva immaginando il terrore che sentirebbero i colpevoli vedendosi citati dinanzi ad un tribunale che loro non avrebbe dato quartiere(1072). Il numero de' rei era quasi, o senza quasi, dieci mila: e dopo ciò ch'era accaduto al Collegio della Maddalena, ciascuno di loro poteva a ragione aspettarsi d'essere interdetto da tutte le sue funzioni spirituali, privato del suo benefizio, dichiarato incapace di occuparne qualunque altro, e obbligato a pagare le spese del processo che lo aveva ridotto a mendicare.
XII. Tale era la persecuzione che Giacomo, fremente di rabbia per la sconfitta ricevuta a Westminster Hall, aveva pensato di far piombare sopra il clero. Intanto si provò di mostrare ai legali con una spicciativa distribuzione di premii e di castighi, che una intrepida e svergognata servilità anche con poco prospero esito, era argomento sicuro per meritarsi il regio favore; e chiunque, dopo anni di ossequiosità, si attentasse deviare d'un attimo per far mostra di onestà o di coraggio, rendevasi reo d'imperdonabile offesa. La violenza e l'audacia che lo apostata Williams aveva mostrato nel processo de' Vescovi lo aveva reso segno all'odio della intera nazione(1073). Il re lo rimeritò col farlo baronetto. Holloway e Powell avevano scemata alquanto la propria infamia dichiarando che, secondo il loro giudizio, la petizione non era un libello. Il Re li destituì(1074). Le sorti di Wright sembrarono per qualche tempo ondeggiare nella incertezza. Nel riassunto ch'ei fece della discussione s'era mostrato avverso a' Vescovi: ma aveva tollerato che gli avvocati loro ponessero in questione la potestà di dispensare. Aveva detto che la petizione era un libello: ma a bello studio erasi astenuto dal chiamare legale la Dichiarazione; e per tutto il corso del processo il suo contegno era stato quello di chi ricordi che potrà giungere il giorno di renderne conto. A dir vero, egli era ben meritevole d'indulgenza; imperocchè mal poteva aspettarsi che vi fosse al mondo impudenza tale da star salda senza traballare un momento al cospetto di tali giureconsulti e d'un tanto uditorio. Nondimeno i membri della cabala gesuitica lo accusarono di pusillanimità; il Cancelliere gli dette del somaro; ed era opinione generale che verrebbe nominato un nuovo Capo Giudice(1075). Ma non seguì nessun cangiamento. E davvero non sarebbe stata lieve impresa il supplire al posto di Wright. I molti giurati che erano a lui superiori per abilità e per dottrina, quasi senza nessuna eccezione, procedevano avversi ai disegni del Governo; e i pochi che lo vincevano per turpitudine e sfrontatezza, quasi senza nessuna eccezione, trovavansi solo negli infimi gradi del ceto legale, e sarebbero stati incompetenti a condurre gli affari ordinarii della Corte del Banco del Re. Egli è vero che Williams aveva tutte le qualità che Giacomo richiedeva in un magistrato; ma i suoi servigi erano necessari alla barra; e qualora lo avessero da quivi rimosso, la Corona sarebbe rimasta senza il concorso di un solo avvocato nè anche di terzo ordine.
A null'altra cosa il Re era rimasto attonito e mortificato quanto al vedere lo entusiasmo de' Dissenzienti nella causa de' Vescovi. Penn, il quale quantunque avesse sacrificato ricchezze ed onorificenze agli scrupoli della coscienza, sembrava immaginare che nessuno altri che lui avesse coscienza, attribuì il malcontento de' Puritani ad invidia e ad ambizione non appagata. Essi non avevano partecipato ai benefizi promessi loro dalla Dichiarazione d'Indulgenza: nessuno di loro era stato elevato ad alti ed onorevoli uffici; per la qual cosa non era strano che fossero gelosi de' Cattolici Romani. Pochissimi giorni dopo finito il processo de' Vescovi, Silas Titus, cospicuo presbiteriano, virulento esclusionista, e uno degli accusatori di Stafford, fu invitato ad occupare un seggio nel Consiglio Privato. Egli era uno di coloro sopra i quali l'opposizione con grande fiducia riposava. Ma la dignità offertagli, e la speranza di riavere una grossa somma di pecunia dovutagli dalla Corona, vinsero la sua virtù, e con estremo disgusto di tutti i Protestanti, prestò il giuramento(1076).
XIII. I disegni vendicativi del Re contro la Chiesa non ebbero effetto. Quasi tutti gli Arcidiaconi e Cancellieri diocesani ricusarono di dare le richieste informazioni. Giunto il giorno che il Governo aveva stabilito a citare tutto il clero per render conto del delitto di disobbedienza, l'Alta Commissione ragunossi, e trovò che quasi nessuno degli ufficiali ecclesiastici aveva trasmesso la relazione ordinata. Nel tempo stesso fu deposta sul Banco una scrittura di grave importanza. La mandava Sprat Vescovo di Rochester. Pel corso di due anni, lusingato dalla speranza d'un arcivescovato, erasi sobbarcato al rimprovero di perseguitare quella Chiesa che egli era tenuto con ogni obbligo di coscienza e d'onore a difendere. Ma, disilluso nella sua speranza, s'accorse che ove non abiurasse la sua religione, non avrebbe probabilità di ascendere alla sede metropolitana di York. Era di tanto buona indole che non poteva godere della tirannide, ed aveva tanto discernimento da vedere i segni della vicina retribuzione. Per lo che deliberò di rinunciare al suo odioso ufficio: e comunicò la sua deliberazione ai colleghi con una lettera, scritta, al pari di tutti i suoi componimenti in prosa, con grande proprietà e dignità di stile. Diceva essergli impossibile continuare più oltre a sedere nella Commissione: avere egli, per obbedire ai comandamenti sovrani, letta la Dichiarazione: ma non poter presumere di condannare migliaia di pii e leali ecclesiastici, i quali ravvisavano in diverso aspetto la cosa; e poichè si voleva punirli per avere agito secondo la loro coscienza, ei dichiarava essere pronto a soffrire con loro più presto che farsi strumento de' loro danni.
I Commissarii lessero e rimasero sbalorditi. Gli errori del loro collega, la conosciuta scioltezza de' suoi principii, la conosciuta bassezza del suo animo, davano maggior peso alla sua defezione. E' mestieri che un Governo sia in vero pericolo quando un uomo come Sprat gli favella col linguaggio di Hampden. Il tribunale, dianzi così insolente, a un tratto invilì. Gli ecclesiastici che ne avevano sfidata l'autorità, non furono nè anco rimproverati. Non fu reputato savio consiglio sospettare minimamente che si fossero di proposito mostrati disobbedienti; fu loro semplicemente ingiunto di mandare le relazioni dentro quattro mesi. La Commissione poi si sciolse singolarmente perturbata come quella che aveva ricevuto un colpo mortale(1077).
XIV. Mentre l'Alta Commissione retrocedeva da un conflitto con la Chiesa, la Chiesa, con la coscienza della propria forza ed animata da nuovo entusiasmo, provocò con parecchie disfide l'Alta Commissione allo assalto. Tosto dopo l'assoluzione de' Vescovi, il venerabile Ormond, il più illustre de' Cavalieri della gran guerra civile, soccombeva al peso delle sue infermità. La nuova della sua morte fu speditamente trasmessa ad Oxford. Sull'istante la Università della quale egli da lungo tempo era stato Cancelliere, ragunossi per eleggere il successore. Un partito voleva lo eloquente ed egregio Halifax, un altro il grave ed ortodosso Nottingam. Alcuni rammentarono il Conte d'Abingdon che abitava lì vicino ed era stato pur allora destituito dalla Luogotenenza della Contea per non avere voluto secondare il Re contro la religione dello Stato. Ma la maggioranza, composta di centottanta graduati, votò a favore del giovine Duca d'Ormond, nipote del defunto, e figlio del valoroso Ossory. La fretta con che eseguirono la elezione nacque dal timore che, indugiando un solo giorno, il Re potesse imporre loro qualche candidato che tradirebbe i loro diritti. Siffatto timore era ben ragionevole: imperciocchè solo due ore dopo sciolta l'adunanza, giunse un ordine da Whitehall che richiedeva eleggessero Jeffreys. Per buona sorte la elezione del giovane Ormond era già irrevocabilmente fatta(1078). Alquanti giorni dopo l'infame Timoteo Hall, il quale s'era reso notevole fra il clero di Londra leggendo la Dichiarazione, fu rimunerato col vescovato di Oxford che era rimasto vacante dopo la morte del non meno infame Parker. Hall giunse alla sua sede: ma i canonici della cattedrale ricusarono di assistere alla sua istallazione. La Università non volle concedergli il titolo di Dottore: nè anche uno degli scolari ricorse a lui per gli ordini sacri: nessuno gli faceva di cappello; ed ei si trovò solo dentro il suo palazzo(1079).
Tosto dopo il Collegio della Maddalena doveva disporre d'un benefizio vacante. Hough e i suoi cacciati confratelli ragunaronsi e proposero un chierico; il vescovo di Gloucester, nella cui diocesi era quel benefizio, diede senza esitare la investitura allo eletto(1080).
XV. I gentiluomini non erano meno riottosi del clero. I tribunali in quella estate avevano in tutto il paese un insolito aspetto. Ai giudici, innanzi di mettersi in giro, era stato ordinato di presentarsi al Re, il quale aveva loro fatto comandamento d'ispirare ai grandi giurati, in tutto il Regno, il dovere di eleggere rappresentanti al Parlamento disposti a secondare la sua politica. Essi obbedirono declamando con veemenza contro il clero, ingiuriando i vescovi, chiamando la memoranda petizione libello sedizioso, criticando aspramente lo stile di Sancroft, il quale, a dir vero, offriva pretesto alla critica, e dicendo che monsignore meritava le sferzate per mano del Dottore Busby per avere scritto in cattivo inglese. Ma il solo effetto di cotali indecenti declamazioni fu d'accrescere il malcontento del popolo. Furono loro negate tutte le dimostrazioni di quella riverenza che il popolo soleva mostrare alla dignità giudiciale ed alla regia Commissione. Era antica usanza che uomini rispettabili per nascita e ricchezza si unissero a cavallo con lo Sceriffo quando egli scortava i giudici alla città della Contea; ma siffatta processione adesso non fu possibile formare in nessuna parte del reame. I successori di Powell e di Holloway segnatamente furono trattati con notevole dispregio. Era loro stato assegnato il giro d'Oxford; aspettavansi d'essere accolti in ogni Contea da una cavalcata di gentiluomini realisti; ma come si appressarono a Wallingford, dove dovevano aprire la loro commissione per Berkshire, il solo Sceriffo uscì loro incontro. Come si avvicinarono ad Oxford, la metropoli eminentemente realista di una eminentemente realista provincia, furono anche quivi incontrati dal solo Sceriffo(1081).
XVI. L'esercito non era meno disaffezionato del clero e de' gentiluomini. Il presidio della Torre aveva bevuto alla salute de' vescovi prigioni. Le Guardie a piedi in Lambeth avevano con ogni dimostrazione di rispetto salutato il Primate che faceva ritorno al suo palazzo. In nessun luogo quanto nel campo di Hounslow Heath la nuova della liberazione de' vescovi era stata accolta con più clamorosa gioia. In verità le grandi forze che il Re aveva ragunate a fine d'atterrire la ricalcitrante metropoli erano divenute più ricalcitranti alla metropoli stessa, ed incuteveno maggior timore alla Corte, che ai cittadini. Per lo che in sul principio d'agosto il campo fu sciolto, e le truppe furono acquartierate in varie parti del Regno(1082).
Giacomo lusingavasi che sarebbe più agevole governare separati battaglioni, che molte migliaia d'uomini insieme raccolti. Volle farne esperienza col reggimento di fanteria comandato da Lord Lichfield, e che ora chiamasi Duodecimo di Linea. Lo scelse probabilmente per essere stato creato a tempo della insurrezione delle Contrade Occidentali, nella Contea di Stafford, dove i Cattolici Romani erano più numerosi e potenti che quasi in ciascuna altra parte della Inghilterra. I soldati furono schierati alla presenza del Re. Il Maggiore disse loro che Sua Maestà desiderava ch'essi firmassero una scritta con la quale obbligavansi a secondarlo nel mandare ad esecuzione i suoi intendimenti rispetto all'Atto di Prova, e che coloro ai quali piacesse di non obbedire, lasciassero in sull'istante il servigio. Il Re rimase sommamente attonito vedendo intiere file di soldati porre giù le picche e gli archibugi. Solo due ufficiali e pochi comuni, tutti Cattolici, obbedirono. Egli rimase per poco in silenzio: poi comandò ai disobbedienti di ripigliare le armi loro, e con irato ciglio disse: "un'altra volta non vi farò più l'onore di consultarvi(1083)."  Chiaro vedevasi che essendo egli deliberato a persistere nel suo proposito, gli era mestieri riformare lo esercito. Se non che a ciò fare non poteva trovare i mezzi nell'isola nostra. I membri della sua Chiesa, anche ne' distretti dove erano più numerosi, erano una piccola minoranza rispetto alla popolazione. L'odio contro il papismo erasi sparso in tutte le classi de' Protestanti, ed era divenuto la suprema passione perfino negli agricoltori e negli artigiani. Ma in un'altra parte de' suoi dominii la maggioranza del popolo era animata da spirito assai differente. Non v'era limite al numero de' soldati cattolici che la buona paga e i quartieri in Inghilterra attirerebbero al di qua del Canale di San Giorgio. Tyrconnel per qualche tempo aveva posto ogni cura a formare dal contadiname della sua patria una forza militare della quale il suo signore potesse fidarsi. Già quasi tutta l'armata d'Irlanda era composta di papisti Celti per sangue e per lingua. Barillon più volte fervidamente consigliò Giacomo a condurre in Inghilterra quell'armata per coartare gl'Inglesi(1084).
XVII. Giacomo tentennava. Voleva essere circondato da milizie sopra le quali potesse riposare: ma temeva l'esplosione del sentimento nazionale che si sarebbe manifestato al comparire d'una gran forza irlandese sopra il suolo d'Inghilterra. In fine, come segue spesso allorquando una mente debole si prova di schivare due opposte inconvenienze, egli s'attenne ad un partito che le congiunse tutte quante. Fece venire tanti Irlandesi quanti non bastavano a tenere sottomessa la sola città di Londra, o la sola Contea di York, ma più che bastevoli a destare rabbia e paura in tutto il Regno da Northumberland fino a Cornwall. Un battaglione dopo l'altro, composti e disciplinati da Tyrconnel, approdavano sulle coste occidentali e movevano verso la metropoli; e furono fatte venire non poche reclute irlandesi per riempire i vuoti de' reggimenti inglesi(1085).
Tra tutti gli errori commessi da Giacomo nessuno fu più fatale di questo. Già aveva perduto lo affetto del suo popolo violando le leggi, confiscando gli averi e perseguitando la religione. Nel cuore di coloro, che un tempo erano stati fervidi zelatori della monarchia, aveva già posto i semi della ribellione. E nondimeno poteva ancora, con qualche probabilità di buona riuscita, rivolgersi allo spirito patriottico de' suoi sudditi contro un invasore; perocchè erano razza isolana per indole e geografica posizione. Le loro antipatie nazionali in quella età erano, per vero dire, irragionevolmente forti. Gl'Inglesi non erano assuefatti al freno e allo immischiarsi dello straniero. La comparsa d'un'armata forestiera nell'isola loro gli avrebbe spinti a correre sotto il vessillo d'un Re ch'essi non avevano ragione di amare. Guglielmo forse non avrebbe potuto vincere un tale ostacolo; ma Giacomo lo tolse di mezzo. Nemmeno l'arrivo di una brigata di moschettieri del Re Luigi avrebbe destato risentimento e vergogna quanto ne sentirono i nostri antenati allorchè videro le schiere de' Papisti, pur allora giunti da Dublino, marciare con pompa militare lungo le vie maestre. Niun uomo di sangue inglese considerava come compatriotti gl'Irlandesi aborigeni. Essi non appartenevano alla nostra razza; erano distinti da noi per più particolarità morali e intellettuali, che la diversità delle condizioni e della educazione, per quanto fosse grande, non bastava a spiegare. Avevano aspetto e idioma tutto proprio. Quando parlavano inglese, la loro pronunzia era ridicola; le loro frasi grottesche, come sempre sono le frasi di chi pensi in una lingua ed esprima i propri pensieri in un'altra. Per la qual cosa per noi essi erano stranieri; e di tutti gli stranieri erano i più odiati e tenuti in dispregio: i più odiati, perocchè per cinque secoli erano sempre stati nostri nemici; i più tenuti in dispregio, perocchè erano nostri nemici vinti, resi schiavi e spogliati. Lo Inglese paragonava con orgoglio i propri campi colle desolate lande, donde sbucavano i banditi a rubare ed assassinare, e la propria abitazione co' tuguri dove il villano e il maiale di Shannon s'avvoltolavano insieme nel sudiciume. Egli apparteneva ad una società molto inferiore certamente per ricchezza e civiltà a quella in che noi viviamo, ma tuttavia a una delle più opulente e incivilite società del mondo: gl'Irlandesi erano rozzi quasi al pari de' selvaggi di Labrador. Egli era uomo libero: gl'Irlandesi erano servi ereditari della razza inglese. Egli adorava Dio con un culto puro e ragionevole: gl'Irlandesi giacevano immersi nella idolatria e nella superstizione. Egli sapeva che grandi torme d'Irlandesi erano spesso fuggite dinanzi ad una mano d'Inglesi, e che la intera popolazione d'Irlanda era stata tenuta in freno da una piccola colonia inglese: e compiacevasi a concludere ch'egli nell'ordine di natura era un essere più elevato dello Irlandese: imperocchè in tal guisa una razza dominante sempre spiega la sua superiorità ed escusa la sua tirannia. Nessuno oggimai nega agli Irlandesi vivacità, brio, eloquenza, fra le nazioni del mondo: cento campi di battaglia testificano che essi, ove abbiano buona disciplina, sono strenui soldati. Nondimeno egli è certo, che un secolo e mezzo fa erano generalmente spregiati nella isola nostra come gente stupida e codarda. E questi erano gli uomini che dovevano tenere in freno la Inghilterra a viva forza, mentre compivasi la distruzione della libertà e della Chiesa sue! Al solo pensiero ribolliva il sangue nelle vene d'ogni Inglese. Essere vinti da' Francesi o dagli Spagnuoli sarebbe, in paragone, sembrato un destino tollerabile. Noi eravamo assuefatti a trattare da pari a pari co' Francesi e con gli Spagnuoli. Ne avevamo ora invidiata la prosperità, ora temuta la potenza, ora gioito della loro amicizia. In onta al nostro insocievole orgoglio, le consideravamo come grandi nazioni, e non negavamo che andavano gloriose di uomini insigni nelle arti della guerra e della pace. Ma essere soggiogati da una casta inferiore era avvilimento oltre ogni credere grandissimo. Gl'Inglesi provavano quel sentimento che proverebbero gli abitatori di Charleston e della Nuova Orleans, se quelle città fossero occupate da un presidio di Negri. I fatti genuini sarebbero stati sufficienti a suscitare inquietudine e sdegno: ma cotesti fatti erano inoltre adulterati da mille sinistre finzioni che correvano di caffè in caffè, di bettola in bettola, e andando diventavano sempre più terribili. Il numero delle truppe irlandesi venute fra noi poteva suscitare ragionevole e grave timore rispetto a' disegni del Re: ma era ingrandito dieci volte più dal pubblico timore. Poteva bene supporsi che il rozzo fantaccino di Connaught posto con l'armi in mano fra mezzo a un popolo straniero che egli odiava e dal quale egli era odiato, commettesse qualche eccesso. Ma tali eccessi venivano esagerati narrandoli; e per giunta agli oltraggi che lo straniero aveva veramente commessi, gli venivano attribuiti tutti i delitti de' suoi camerati inglesi. Da ogni parte del Regno sorse un grido contro i barbari forestieri che invadevano le case private, prendevano barocci e cavalli, estorcevano danari ed insultavano donne. Dicevasi che cotesti uomini fossero i figliuoli di coloro, che quarantasette anni innanzi avevano fatto strage di migliaia di Protestanti. La ribellione del 1641, la quale anche narrata con calma susciterebbe pietà ed orrore, e che era stata bruttamente esagerata da' nazionali e religiosi rancori, era adesso divenuta la materia prediletta delle conversazioni. Spaventevoli storielle di case bruciate con le famiglie dentro, di donne e fanciulli macellati, di consanguinei costretti dalla tortura ad assassinarsi a vicenda, di cadaveri oltraggiati e mutilati, erano narrate e udite con piena credenza e vivo interesse. Aggiungevasi poi che i codardi selvaggi che avevano di sorpresa commesse tutte coteste crudeltà sopra una colonia senza sospetto e priva d'ogni difesa, appena Cromwell si fu mostrato fra loro a farne vendetta, percossi da subito terrore, avevano messe giù le armi, e senza nè anche tentare le sorti di un solo combattimento erano ricaduti nel ben meritato servaggio. A molti indizi prevedevasi che il Lord Luogotenente meditava un'altra grande spoliazione e strage della colonia Sassone. Già migliaia di coloni protestanti, fuggendo la ingiustizia e la insolenza di Tyrconnel, avevano riacceso lo sdegno della madre patria narrando tutto ciò che avevano sofferto, e tutto ciò che avevano, con troppa ragione, temuto. Fino a che segno l'opinione pubblica fosse stata esasperata dalle querimonie de' fuggitivi era stato di recente mostrato in modo da non indurre in errore. Tyrconnel aveva mandato per essere approvata dal Re una proposta di revoca della legge che assicurava il possesso di mezzo il suolo d'Irlanda, e aveva spediti a Westminster due agenti cattolici suoi concittadini che erano stati inalzati ad alti uffici nell'ordine giudiciario: Nugent, Capo-Giudice della Corte del Banco del Re in Irlanda, uomo che personificava tutti i vizi e le debolezze che gl'Inglesi reputavano come facienti il carattere del papista celtico; e Rice, uno de' Baroni dello Scacchiere Irlandese, uomo che per abilità e cognizioni era il primo fra' suoi compatriotti e correligionari. Lo scopo della missione era a tutti noto; e i due giudici non potevano rischiarsi a comparire in pubblico. La plebaglia, riconoscendoli, gridava: "Fate largo agli ambasciatori(1086) irlandesi;" e il loro cocchio veniva scortato con solenne berlina da una turba d'uscieri e di corrieri che portavano in mano bastoni con patate fitte in punta(1087).
E davvero, in quel tempo l'avversione de gl'Inglesi contro gl'Irlandesi era sì forte ed universale, che la sentivano perfino i più spettabili Cattolici Romani. Powis e Bellasyse anche in Consiglio significarono con aspre e virulente parole la loro antipatia contro gli stranieri(1088); antipatia che era anche più forte fra gl'Inglesi Protestanti, e più forte ancora nell'armata. Nè gli ufficiali, nè i soldati erano disposti a tollerare con pazienza la predilezione che il loro signore mostrava ad una razza vinta e forestiera. Il Duca di Berwick, colonnello dell'ottavo reggimento di linea acquartierato in Portsmouth, ordinò che trenta uomini pur allora giunti dall'Irlanda fossero inscritti ne' ruoli militari. I soldati inglesi dichiararono di non volere servire insieme con gl'intrusi. Giovanni Beaumont Luogotenente colonnello, a nome suo e di cinque capitani, protestò al cospetto del Duca contro questo insulto fatto alla nazione ed all'esercito inglese, dicendo: "Noi componemmo il reggimento a nostre proprie spese per difendere la corona della Maestà sua in perigliosi tempi. Allora non incontrammo difficoltà a trovare centinaia di reclute inglesi. Noi possiamo agevolmente tenere congiunta ogni compagnia senza ammettervi gl'Irlandesi. E però reputiamo che ne vada dell'onor nostro nel tollerare che ci vengano imposti cotesti stranieri; e chiediamo che o ci sia permesso di comandare a soldati nostri concittadini, o che si accetti la nostra rinuncia." Berwick scrisse a Windsor per sapere in che guisa comportarsi. Il Re, grandemente esasperato, spedì subito una legione di cavalleria a Portsmouth perchè gli conducesse dinanzi i sei ufficiali disubbidienti. Furono tradotti avanti a un Consiglio di guerra. Ricusarono di sottomettersi, e furono dannati ad essere cassi da' ruoli, la qual pena allora era la massima che una Corte marziale potesse infliggere. La intera nazione fe' plauso agli ufficiali caduti in disgrazia: e l'opinione pubblica fu maggiormente irritata dalla voce corsa, quantunque senza fondamento, che essi mentre rimanevano in carcere, erano stati crudelmente trattati(1089).
XVIII. L'opinione pubblica non manifestavasi allora con que' segni che oggidì sono comuni fra noi, cioè con numerose ragunanze e veementi arringhe. Nondimeno trovò una via ad esplodere. Tommaso Wharton, il quale nell'ultimo Parlamento era stato rappresentante della Contea di Buckingam ed aveva fama di libertino e di Whig, scrisse una ballata satirica sopra Tyrconnel. In questa breve poesia un Irlandese si congratulava con un altro suo concittadino, in un gergo barbaro, pel prossimo trionfo del papismo e della razza milesia. Diceva che lo erede protestante della Corona sarebbe escluso. Gli ufficiali protestanti verrebbero cacciati. La Magna Charta e i ciarlieri che si richiamavano ad essa verrebbero impiccati alla medesima forca. Il buon Talbot verserebbe a torrenti gl'impieghi sopra i suoi concittadini, e segherebbe la gola agl'Inglesi. Questi versi, che non s'inalzavano punto sopra la poesia plateale, avevano per intercalare un vocabolo che dicevasi essere stato adoperato come parola d'ordine dagl'insorti d'Ulster nel 1644. La nazione s'incapriccì de' versi e della musica. Da un angolo all'altro, per l'intera Inghilterra, tutta la popolazione non rifiniva mai di cantare cotesti versi scempi, che in ispecie formavano il diletto dello esercito inglese. Settanta e più anni dopo la Rivoluzione, un grande scrittore dipinse con arte squisita un veterano che aveva combattuto sul Boyne e in Namur; e uno de' tratti caratteristici del buon veterano consisteva nel fischiare il Lilliburello(1090).
Wharthon poscia menò vanto d'avere cacciato con cotesti versi un Re da tre Regni. Ma, a dir vero, la fama di Lilliburello fu lo effetto, non già la cagione, di quel concitamento nel pubblico sentire, che produsse la Rivoluzione.
Mentre Giacomo suscitava contro sè stesso tutti i sentimenti nazionali, i quali, se non fosse stata la sua insania, avrebbero potuto salvargli il trono, Luigi in modo diverso sforzavasi non meno efficacemente a facilitare la intrapresa che Guglielmo stavasi meditando.
XIX. In Olanda il partito favorevole alla Francia era una minoranza bastevolmente forte, secondo l'ordinamento politico della Batava Federazione, a impedire che lo Statoldero tentasse un gran colpo. Tenersi bene edificata cotesta minoranza era uno scopo al quale, se la Corte di Versailles fosse stata savia, doveva, in quelle circostanze, essere posposto ogni altro qualunque. Luigi, nondimeno, per qualche tempo aveva lavorato, quasi lo facesse di proposito, a straniarsi da' suoi amici Olandesi; ed in fine, benchè non senza difficoltà, gli venne fatto di renderseli nemici nel momento preciso in cui il loro aiuto gli sarebbe stato d'inestimabile prezzo.
V'erano due cose, le quali gli Olandesi peculiarmente sentivano, la religione e il commercio; e il Re di Francia aveva pur allora assalito il commercio e la religione loro. La persecuzione degli Ugonotti e la revoca dello editto di Nantes avevano da per tutto destato in cuore de' Protestanti sdegno e dolore; sentimenti che in Olanda erano più forti che altrove: imperocchè molti individui oriundi Olandesi, fidando nelle ripetute e solenni dichiarazioni di Luigi, il quale assicurava di mantenere la tolleranza dall'avo suo concessa, s'erano, per cagione di commercio, stabiliti, e gran parte di loro naturalizzati in Francia. Ogni corso di posta recava in Olanda la nuova che costoro erano con estremo rigore trattati per semplici motivi religiosi. Dicevasi che in casa di uno stavano acquartierati i dragoni; un altro era stato posto ignudo presso al fuoco fino a rimanerne mezzo arrostito. A tutti era, sotto severissime pene, inibito di celebrare i riti della propria religione, e di partirsi dal paese, al quale, sotto promesse menzognere erano stati attirati. I partigiani della Casa d'Orange schiamazzavano contro la crudeltà e la perfidia del tiranno. L'opposizione era confusa e scuorata. Lo stesso Consiglio municipale d'Amsterdam, comechè fosse fortemente favorevole agl'interessi della Francia, e aderisse alla teologia arminiana, e fosse poco inchinevole a biasimare Luigi e consentire co' Calvinisti da esso perseguitati, non poteva rischiarsi ad avversare l'opinione pubblica; perocchè in quella grande città non era un solo mercante il quale non avesse qualche parente od amico fra coloro che pativano tanto danno. Numerose petizioni firmate da nomi rispettabili venivano presentate ai borgomastri, pregandoli a rimostrare vigorosamente presso lo Ambasciatore Avaux. Fra' supplichevoli erano taluni i quali osavano introdursi nel palazzo degli Stati, e cadendo sulle loro ginocchia descrivevano, fra le lagrime e i singhiozzi, la misera sorte de' loro cari, e supplicavano i magistrati ad intercedere. I pergami delle Chiese risonavano d'invettive e di lamenti. Da' torchi uscivano racconti che laceravano l'anima, e virulente arringhe. Avaux conobbe tutto il pericolo, e riferì alla sua Corte che anche i bene intenzionati - così egli sempre chiamava i nemici della Casa d'Orange - o partecipavano all'universale sentimento o ne erano impauriti; e consigliò si cedesse alquanto ai loro desiderii. Le risposte giuntegli da Versailles furono gelide ed acri. Ad alcune famiglie, non naturalizzate in Francia, era stato concesso di ritornare alla patria loro: ma a que' naturali d'Olanda che avevano ottenuto lettere di naturalizzazione Luigi ricusò ogni indulgenza, dicendo che nessuna Potenza sulla terra doveva immischiarsi fra lui e i suoi sudditi. Costoro avevano scelto di essere annoverati fra' sudditi suoi, e nessun potentato straniero aveva diritto a sindacarlo intorno al modo di trattarli. I magistrati d'Amsterdam naturalmente sdegnaronsi della spregiante ingratitudine del Principe al quale con ardore e senza ombra di scrupolo avevano servito contro l'opinione universale de' loro concittadini. Alla già riferita tenne dietro, poco dipoi, un'altra provocazione che fu più profondamente sentita. Luigi cominciò a far guerra al loro commercio. Dapprima con un editto proibì la importazione delle aringhe ne' suoi dominii. Avaux s'affrettò a scrivere alla sua Corte che un simigliante passo aveva destato indignazione e timore, che sessantamila persone vivevano con la pesca delle aringhe, e che gli Stati probabilmente adotterebbero qualche provvedimento di rappresaglia. Gli fu risposto che il Re era deliberato non solo a persistere, ma ben anco ad accrescere i dazi su molte mercanzie delle quali la Olanda faceva lucroso traffico con la Francia. La conseguenza di cotesti errori commessi in onta a ripetuti ammonimenti, e, a quanto sembra, per ebbrezza di caparbietà, fu, che nel momento in cui il voto d'un solo potente membro della Batava Federazione avrebbe potuto impedire un evento fatale a tutta la politica di Luigi, tal voto non osò manifestarsi. Lo Ambasciatore con tutta la sua arte invano si studiò di raggranellare quel partito, col cui soccorso, per vari anni era riuscito a tenere in freno lo Statoldero.
XX. L'arroganza ed ostinazione del signore frustrava tutti gli sforzi del servo; il quale finalmente fu costretto ad annunziare a Versailles che non era più da confidare nella città d'Amsterdam da sì gran tempo amica della Francia, che alcuni de' bene intenzionati temevano per la loro religione, e che i pochi i quali ancora si mantenevano fermi non potevano rischiarsi a significare i loro intendimenti. La fervida eloquenza de' predicatori che declamavano contro gli orrori della persecuzione francese, e le querimonie dei falliti che attribuivano la propria rovina ai decreti francesi, avevano concitato il popolo a tal segno che nessuno de' cittadini poteva dichiararsi favorevole alla Francia senza imminente pericolo di essere gettato dentro il più vicino canale. Tutti rammentavansi che solo quindici anni innanzi il più illustre capo del partito avverso alla Casa d'Orange era stato fatto in brani dalla infuriata plebe nel ricinto stesso del palazzo degli Stati Generali; ed era probabile che ugual sorte toccasse a coloro i quali, in quella gran crisi, venissero accusati di secondare i disegni della Francia contro la patria loro e contro la religione riformata(1091).
XXI. Mentre Luigi in tal guisa costringeva i suoi fautori in Olanda a diventare, o a fingersi, suoi nemici, lavorava con non minore efficacia a rimuovere tutti gli scrupoli che avrebbero potuto impedire i principi cattolici del continente di secondare i disegni di Guglielmo. Un nuovo litigio era sorto tra la Corte di Versailles e il Vaticano, litigio nel quale il Re francese si mostrò più che in ogni altra sua azione ingiusto ed insolente.
Era vecchio costume in Roma che nessuno ufficiale di giustizia o di finanza potesse entrare nell'abitazione de' ministri che rappresentavano gli Stati cattolici. In progresso non solo l'abitazione, ma i luoghi circostanti reputavansi inviolabili. Era punto d'onore per ogni ambasciatore estendere quanto più potesse i confini del circondario che rimaneva sotto la sua protezione. Infine i distretti privilegiati, dentro i quali il Governo papale non aveva maggior potenza che nel Louvre o nell'Escuriale, comprendevano mezza la città. Ogni asilo era pieno di contrabbandieri, di falliti disonesti, di ladri e d'assassini. In ogni asilo erano magazzini di cose rubate o di mercanzie fraudolentemente introdotte. Da ogni asilo uomini facinorosi uscivano di notte a saccheggiare ed a pugnalare la gente. In nessuna terra della Cristianità, quindi, la legge era così impotente e la malvagità sì audace come nell'antica metropoli della religione e dell'incivilimento. Intorno a siffatto danno Innocenzo pensava come si conveniva ad un sacerdote e ad un principe. Dichiarò dunque di non volere accogliere nessuno Ambasciatore il quale si ostinasse a mantenere un diritto distruggitore dell'ordine e della morale. Vi fu dapprima un gran mormorare, ma egli si mostrò cotanto fermo che tutti i Governi, tranne un solo, in breve tempo cederono. Lo Imperatore, che per grado era il primo tra tutti i monarchi cristiani, la Corte di Spagna, che predistinguevasi fra tutte per suscettibilità e pertinacia ne' punti d'etichetta, rinunciarono al mostruoso privilegio. Il solo Luigi si mostrò intrattabile, dicendo importargli poco ciò che piacesse agli altri sovrani di fare. Per la qual cosa spedì a Roma un'ambasceria, scortata da numeroso stuolo di cavalli e di fanti. Lo Ambasciatore giunse al suo palazzo come un generale che entri trionfante in una città conquistata. Il palazzo era fortemente guardato; attorno al recinto privilegiato le sentinelle facevano la ronda di giorno e di notte, come sopra le mura d'una fortezza. Il Papa rimase fermo. "Confidano" esclamò egli "ne' cocchi e ne' cavalli: ma noi invocheremo il nome di Dio nostro signore." Diede di piglio alle sue armi spirituali, e pose la parte della città presidiata da' Francesi sotto lo interdetto(1092).
Questo litigio era nel massimo fervore allorchè ne sorse un altro; nel quale tutto il Corpo Germanico aveva interesse ugualmente che il Papa.
XXII. Colonia e il distretto circostante governava un Arcivescovo che era elettore dello Impero. Il diritto di eleggere il gran prelato spettava, sotto certe condizioni, al Capitolo della Cattedrale. Lo Arcivescovo era parimente Vescovo di Liegi, di Munster e di Hildesheim. I suoi dominii erano vasti, e comprendevano varie fortezze, le quali nel caso d'una campagna sul Reno sarebbero state importantissime. In tempo di guerra poteva condurre in campo venti mila uomini. Luigi aveva fatto ogni possibile sforzo a rendersi bene affetto un così valido alleato, e v'era tanto riuscito che Colonia rimaneva quasi divisa dalla Germania, e formava un baluardo della Francia. Molti ecclesiastici ligi alla Corte di Versailles erano stati messi nel Capitolo; e il Cardinale Furstemburg, creatura di quella Corte, era stato nominato Coadiutore.  Nella state del 1688 l'Arcivescovato divenne vacante. Furstemburg era il candidato della Casa de' Borboni. I nemici di quella proponevano il giovine Principe Clemente di Baviera. Furstemburg era già Vescovo, e quindi non poteva essere trasferito ad altra diocesi senza speciale dispensa del pontefice, o per una postulazione, nella quale era necessario che fossero concordi i voti di due terzi del Capitolo di Colonia. Il Papa non volle concedere la dispensa ad una creatura della Francia. Lo Imperatore indusse più d'una terza parte del Capitolo a votare in favore del Principe Bavaro. Infrattanto ne' Capitoli di Liegi, di Munster, e di Hildesheim la maggioranza procedeva avversa alla Francia. Luigi vide con isdegno e paura, come una vasta provincia che egli aveva incominciato a considerare qual feudo della sua Corona, fosse per divenire, non solo indipendente, ma ostile a lui. In una scrittura dettata con grande acrimonia si querelò della ingiustizia con che la Francia in tutte le occasioni era trattata dalla Santa Sede, la quale era in debito di largire la sua paterna protezione ad ogni parte della Cristianità. A molti segni vedevasi come egli avesse deliberato di sostenere la pretesa del suo candidato con le armi, contro il Papa, e i collegati del Papa(1093).
XXIII. In cotal modo Luigi, con due opposti errori, suscitò a un tratto contro sè stesso il risentimento de' due partiti religiosi, nei quali l'Europa occidentale era divisa. Inimicatasi una grande classe de' cristiani col perseguitare gli Ugonotti, si inimicava l'altra coll'insultare la Santa Sede. Tali errori egli commise in un tempo in cui non poteva impunemente commetterne alcuno, e sotto gli occhi d'un avversario, il quale per vigilanza, sagacia, ed energia non era secondo a nessun uomo politico di cui serbi ricordo la storia. Guglielmo vide con austero diletto i suoi avversari affaticarsi a sgombrargli d'ogni ostacolo il cammino. Mentre suscitavano contro sè stessi la nimistà di ogni setta, egli poneva sommo studio a conciliarsele tutte. Con isquisito magistero presentò ai vari Governi in differente aspetto il gran disegno ch'egli meditava; ed è mestieri aggiungere che quantunque tali aspetti fossero differenti, nessuno era falso. Esortò i Principi della Germania settentrionale a collegarsi con lui per difendere la causa comune di tutte le chiese riformate. Pose sotto gli occhi de' due capi della Casa d'Austria il pericolo onde erano minacciati dall'ambizione francese, e la necessità di redimere l'Inghilterra dal vassallaggio e di congiungerla alla Federazione Europea(1094). Mostrossi sdegnoso, e con tutta verità, d'ogni bacchettoneria. Diceva che il vero nemico de' Cattolici Inglesi era quel monarca, uomo corto di vista, e duro di cuore, il quale potendo agevolmente ottenere ad essi una tolleranza legale, aveva calpestata la legge, la libertà e il diritto di proprietà, per inalzarli ad un predominio odioso e precario. Se si lasciava continuare nella sua insania ne conseguiterebbe tra breve uno scoppio popolare, al quale terrebbe dietro una barbara persecuzione de' papisti. Il Principe dichiarava che lo evitare gli errori di tale persecuzione era uno de' precipui suoi fini. Ove egli fosse avventurato nel suo disegno, adoprerebbe lo acquistato potere come capo de' Protestanti, a proteggere i credenti nella Chiesa di Roma. Forse le passioni destate dalla tirannia di Giacomo renderebbero impossibile l'abrogazione delle leggi penali, ma un savio governo ben poteva mitigarle. A nessuna classe d'uomini poteva recare vantaggio la proposta spedizione quanto a' que' pacifici e non ambiziosi Cattolici Romani, i quali desideravano solamente seguire la propria vocazione e senza molestia adorare il Creatore. I soli perdenti sarebbero i Tyrconnel, i Dover, gli Albeville, e gli altri avventurieri politici, i quali in ricompensa delle adulazioni e de' pessimi consigli avevano ottenuto dal loro troppo credulo signore governi, reggimenti, ed ambasciate.
XXIV. Mentre Guglielmo sforzavasi a procacciarsi la simpatia dei Protestanti e de' Cattolici, si studiava con non minor vigore e prudenza a provvedersi dei mezzi militari che la sua impresa richiedeva. Non poteva fare uno sbarco in Inghilterra senza la sanzione delle Provincie Unite; ed ove l'avesse chiesta innanzi che il suo disegno fosse maturo per mandarsi ad effetto, i suoi intendimenti forse sarebbero avversati dalla fazione ostile alla sua Casa, e certamente verrebbero divulgati in tutto il mondo. Per lo che deliberò di fare con ispeditezza i necessari apparecchi, e appena compiuti, giovarsi di qualche momento favorevole per richiedere lo assenso alla Federazione. Gli agenti della Francia notavano che si mostrava quanto mai affaccendato. Non passava giorno senza che egli fosse veduto correre dalla sua villa all'Aja. Stavasi sempre rinchiuso a colloquio co' suoi più cospicui aderenti. Ventiquattro vascelli furono armati in addizione alle forze ordinarie mantenute dalla Repubblica. Per avventura v'era un bel pretesto ad accrescere la flotta: imperciocchè alcuni corsari algerini avevano dianzi osato mostrarsi nell'Oceano Germanico. Formossi un campo in Nimega, dove si raccolsero molte migliaia di soldati. A fine di rinforzare cotesto esercito richiamaronsi i presidii da' luoghi forti nel Brabante Olandese. Perfino la rinomata fortezza di Bergopzoom fu lasciata quasi senza difesa. Pezzi da campagna, bombe, e cassoni da tutti i magazzini delle Provincie Unite furono trasportati al quartiere generale. Tutti i fornai di Roterdam affaticavansi giorno e notte a fare biscotto. Tutti gli armaiuoli d'Utrecht non bastavano ad eseguire le commissioni di pistole ed archibugi. Tutti i sellai d'Amsterdam lavoravano indefessamente a fare arnesi. Sei mila marinai furono aggiunti al servizio della flotta. Si fece una leva di sette mila nuovi soldati. Veramente non potevano essere formalmente arruolati senza lo assenso della Federazione; ma erano bene ammaestrati e tenuti in tanta disciplina che potevano senza difficoltà ordinarsi a reggimenti dentro ventiquattro ore dopo ottenuto lo assenso. Tali preparamenti richiedevano pecunia annoverata: ma Guglielmo con rigida economia aveva accumulato per qualche grave occorrenza un tesoro di dugento cinquanta mila lire sterline. Al rimanente provvide lo zelo de' suoi partigiani. Oro in gran copia, o, come si disse, una somma non minore di cento mila ghinee gli fu mandata dall'Inghilterra. Gli Ugonotti, i quali avevano seco portato nello esilio molta quantità di metalli preziosi, di gran cuore gli prestarono tutto ciò che possedevano: imperciocchè ardentemente speravano, che, ove la impresa avesse esito prospero, sarebbe loro resa la patria, e temevano, che fallendo egli, non sarebbero nè anche sicuri nella patria adottiva(1095).
XXV. Negli ultimi giorni di luglio e in tutto il mese d'agosto gli apparecchi processero rapidamente, se non che allo ardente animo di Guglielmo parevano andare troppo lenti. Intanto diventava più attiva la comunicazione tra la Olanda e l'Inghilterra. I consueti modi di trasmettere notizie e passeggieri più non furono reputati sicuri. Una barca leggiera e maravigliosamente veloce andava e veniva di continuo da Schevening(1096) alla costa orientale dell'isola nostra(1097). Per questo mezzo giunsero a Guglielmo non poche lettere scrittegli da uomini notevolissimi nella Chiesa, nello Stato, e nello esercito. Due de' sette prelati che avevano firmata la memoranda petizione, cioè Lloyd Vescovo di Santo Asaph, e Trelawney Vescovo di Bristol, mentre erano in carcere, avevano bene meditato sulla dottrina della resistenza, ed erano pronti ad accogliere un liberatore armato. Un fratello del Vescovo di Bristol, il colonnello Carlo Trelawney, che comandava uno de' reggimenti di Tangeri, adesso conosciuto come il Quarto di Linea, si mostrò ardente di snudare la spada a pro della Religione Protestante. Simiglianti assicurazioni mandò il feroce Kirke. Churchill, in una lettera scritta con qualche elevatezza di stile, indizio certo che egli era per commettere una viltà, si dichiarò deliberato a compiere il suo dovere verso Dio e la patria, e disse che poneva il proprio onore assolutamente nelle mani del Principe d'Orange. Guglielmo senza dubbio lesse queste parole con quell'amaro e cinico sorriso che dava una poco piacevole espressione al suo volto. Non ispettava a lui prender cura dell'onore degli altri; nè i più rigidi casisti avevano giudicato illecito ad un generale lo invitare, giovarsi, e rimunerare i servigi de' disertori ch'ei non potesse spregiare(1098).
La lettera di Churchill fu recata da Sidney, la cui posizione in Inghilterra era divenuta pericolosa, e il quale, prese molte cautele a nascondere la sua traccia, era giunto in Olanda a mezzo agosto(1099). Verso il medesimo tempo Shrewsbury ed Eduardo Russell traversarono l'Oceano Germanico in un battello che avevano con grande segretezza noleggiato, e comparvero all'Aja. Shrewsbury recò seco dodici mila lire sterline, ch'aveva messe insieme ipotecando i suoi beni, e le pose nella banca d'Amsterdam(1100). Devonshire, Danby, e Lumley rimasero in Inghilterra, dove tolsero lo incarico di correre alle armi appena il Principe d'Orange ponesse piede nell'isola.
XXVI. Non v'è ragione a credere che in questa occorrenza Guglielmo ricevesse assicurazioni di sostegno dalla parte d'un uomo bene dai sopranotati diverso. La storia degl'intrighi di Sunderland è coperta da un buio che non è probabile venga mai diradato da nessuno scrittore: ma comunque sia impossibile scoprire intera la verità, egli è agevole notare alcune finzioni palpabilissime. I Giacomiti, per manifeste ragioni, affermarono che la rivoluzione del 1688 fu il resultamento d'una congiura tramata lungo tempo innanzi, e rappresentarono Sunderland come capo de' congiurati. Asserivano ch'egli, per eseguire il suo arcano disegno, aveva incitato il suo troppo fidente signore a dispensare dagli statuti, a creare un tribunale illegale, a confiscare gli averi de' sudditi, e ad imprigionare i padri della Chiesa Anglicana. Questo romanzo non ha verun fondamento storico, e comechè sia stato più volte ripetuto fino ai tempi nostri, non merita confutazione. Non vi è fatto più certo di questo, che Sunderland si oppose quasi sempre agl'insani provvedimenti di Giacomo, ed in ispecie alla persecuzione de' Vescovi, la quale veramente produsse la crisi decisiva. Ma quando anche cotesto fatto non fosse provato, rimarrebbe un altro valido argomento che basterebbe a decidere la controversia. Qual ragionevole motivo aveva Sunderland per desiderare una rivoluzione? Nel sistema politico esistente egli trovavasi nella maggiore altezza di onori e di prosperità. Come presidente del Consiglio aveva la precedenza su tutti i Pari secolari. Come primo Segretario di Stato era il più attivo e potente membro del Gabinetto. Poteva anche sperare la dignità di Duca. Aveva ottenuto l'ordine della giarrettiera dianzi portato dallo splendido e versatile Buckingham, il quale, avendo consunto un patrimonio principesco e un vigoroso intelletto, era disceso nella tomba abbandonato, spregiato, e col cuore trafitto(1101). Il danaro che Sunderland amava più che li onori, pioveva sopra lui in tanta copia, che amministrandolo moderatamente, egli poteva sperare di farsi uno dei più ricchi uomini d'Europa. Gli emolumenti diretti del suo ufficio, benchè fossero considerevoli, erano piccola parte di ciò ch'egli guadagnava. Dalla sola Francia riceveva regolarmente uno stipendio annuo di circa sei mila sterline, oltre alle ampie gratificazioni straordinarie. Aveva patteggiato con Tyrconnel per cinque mila lire sterline l'anno, o cinquanta mila una volta sola, sopra l'Irlanda. Quali somme accumulasse vendendo impieghi, titoli e grazie, può solo immaginarsi, ma dovevano essere enormi. E' pareva che Giacomo godesse di far nuotare nell'oro un uomo ch'egli pretendeva d'avere convertito. Tutte le multe, tutte le confische andavano a Sunderland. In ogni concessione fatta esigeva una decima. Se qualche chiedente si rischiava implorare un favore direttamente dal Re, Giacomo gli rispondeva: "Avete voi parlato col Lord Presidente?" Un tale ardì dirgli che il Lord Presidente ingoiava tutto il danaro della Corte. "Bene" rispose Sua Maestà "egli lo merita tutto(1102)." Non vi sarebbe la minima esagerazione ad affermare che i guadagni del Ministro giungevano a trenta mila lire sterline l'anno: ed è mestieri rammentarsi che le rendite di trenta mila sterline erano in quel tempo più rare di quello che siano ai dì nostri le rendite di cento mila. E' probabile che allora in tutto il Regno non vi fosse alcun Pari, la cui entrata patrimoniale uguagliasse quella che Sunderland traeva dal proprio ufficio.
Poteva quindi Sunderland sperare che, sorto un nuovo ordine di cose, implicato, come egli era, in atti illegali ed impopolari, membro dell'Alta Commissione, rinnegato che il popolo in tutti i luoghi di pubblico convegno chiamava papista cane, egli conseguisse maggiore opulenza e grandezza? Poteva inoltre sperare di sottrarsi alla ben meritata pena?
Certo egli era assuefatto da lungo tempo a prevedere il giorno, in cui Guglielmo e Maria, nel corso ordinario della natura e della legge, sarebbero saliti sul trono d'Inghilterra, ed è probabile che avesse tentato di aprirsi la via al favor loro con promesse e servigi, i quali, ove fossero stati scoperti, non avrebbero accresciuto il suo credito in Whitehall. Ma può con sicurtà affermarsi che egli non desiderava di vederli inalzati al potere per mezzo d'una rivoluzione, e che non prevedeva siffatta rivoluzione allorquando, verso la fine di giugno 1688, abbracciò solennemente la fede della Chiesa di Roma.
Appena, nondimeno, egli con quell'inespiabile delitto s'era reso segno all'odio ed al disprezzo della intera nazione, quando seppe le armi nazionali e forestiere apparecchiarsi a rivendicare in breve tempo l'ordinamento politico ed ecclesiastico della Inghilterra. Da quello istante sembra che tutti i suoi disegni si cangiassero. La paura che gli aveva invilito l'animo gli stava scritta in viso sì che ciascuno poteva accorgersene(1103). Mal poteva dubitarsi, che, seguíta una rivoluzione, i pessimi consiglieri che circondavano il trono verrebbero chiamati a rendere rigoroso conto; e Sunderland fra cotesti consiglieri era primo per grado. La perdita dell'ufficio, della mercede, delle pensioni, era il meno ch'egli avesse a temere. La sua casa patrimoniale e i suoi boschi in Althorpe avrebbero corso pericolo d'essere confiscati; forse ei sarebbe gettato per lunghi anni in carcere; avrebbe finiti i suoi giorni in terra straniera dopo d'avere trascinata la vita con una pensione assegnatagli dalla generosità della Francia. Ed anche ciò non era il peggiore de' mali. Lo sventurato ministro cominciava a sentirsi perturbata la mente da sinistre visioni d'una innumerevole folla ragunata in Tower Hill e schiamazzante di feroce gioia alla vista dello apostata, del palco parato a bruno, di Burnet leggente la preghiera degli agonizzanti, e di Ketch appoggiato sopra la scure che aveva troncate le teste di Russell e di Monmouth. Gli rimaneva una via a salvarsi, via più terribile per un animo nobile di quello che sia la prigione o il patibolo; poteva forse, con una tradigione commessa a tempo, conseguire il perdono dagl'inimici del Governo. Stava in lui di render loro inestimabili servigi: poichè egli godeva della piena fiducia del Re, aveva grande influenza nella cabala gesuitica, e la cieca confidenza dello Ambasciatore Francese. Non mancava un mezzo di comunicazione, mezzo degno del fine al quale egli voleva giungere. La Contessa di Sunderland era una artificiosa donna, e sotto il manto della divozione che ingannava gli uomini gravi, conduceva di continuo amorosi e politici intrighi(1104). Il bello e dissoluto Enrico Sidney era stato per lungo tempo il suo favorito amante. Al marito piaceva di vederla in tal modo posta in comunicazione con la Corte dell'Aja. Quando egli desiderava far giungere un segreto messaggio in Olanda, parlava con la sua moglie; la quale scriveva a Sidney; e Sidney comunicava la lettera a Guglielmo. Una di coteste lettere, intercettata, fu recata a Giacomo. Essa protestò fervidamente chiamandola apocrifa. Sunderland con singolarissima astuzia si difese dicendo che era impossibile a qualunque uomo essere cotanto vile da fare ciò ch'egli veramente faceva. "E quando anche fosse carattere di Lady Sunderland" soggiunse, "io non vi ho nulla da vedere. Vostra Maestà conosce le mie domestiche sciagure. La relazione di mia moglie con Sidney è pur troppo nota a tutti. Chi potrebbe mai credere ch'io scegliessi a mio confidente l'uomo che mi ha offeso nell'onore, l'uomo che sopra tutti i viventi io dovrei maggiormente odiare(1105)?" Questa difesa fu reputata soddisfacente; e l'irco marito seguitò a comunicare secretamente colla sua moglie adultera, l'adultera con l'amante, e lo amante co' nemici di Giacomo.
Egli è probabilissimo che le prime positive assicurazioni dello aiuto di Sunderland fossero oralmente da Sidney comunicate a Guglielmo verso la metà d'agosto. Certo è che da quel tempo fino a quando la spedizione fu pronta a far vela, la Contessa tenne col suo amante un significantissimo carteggio. Poche delle sue lettere, in parte scritte in cifra, esistono ancora, e contengono proteste di buon volere e promesse di servigi miste con ardenti preghiere di protezione. La scrittrice promette che il suo marito farà tutto ciò che i suoi amici dell'Aja possono desiderare: suppone che gli sarà mestieri per qualche tempo esulare: ma spera che il bando di lui non sia perpetuo, e che egli non venga spogliato de' suoi beni patrimoniali; e instantemente prega di sapere in che luogo sarà meglio per lui rifugiarsi, finchè sia abbonacciata la prima furia della tempesta popolare(1106).
XXVII. Lo aiuto di Sunderland fu bene accolto: imperciocchè avvicinandosi il tempo di tentare il gran colpo, l'ansietà di Guglielmo s'era fatta grandissima. Agli occhi altrui con la fredda tranquillità dello aspetto ei nascondeva i suoi sentimenti, ma a Bentinck apriva tutto il suo cuore. Gli apparecchi non erano interamente compiuti. Il disegno era già sospettato e non poteva oltre differirsi. Il Re di Francia o la città d'Amsterdam potevano frustrarlo. Se Luigi mandasse una grande forza militare nel Brabante, se la fazione che odiava lo Statoldero alzasse il capo, tutto sarebbe finito. "Le mie pene, la mia irrequietudine," scriveva il Principe "sono terribili. Non so in che guisa io proceda. Mai in vita mia io ho sentito, come ora, il bisogno dello aiuto di Dio(1107)." La moglie di Bentinck era in quel tempo pericolosamente inferma, ed ambi gli amici sentivano per lei penosissima ansietà. "Dio vi conforti," scriveva Guglielmo, "e vi dia animo a sostenere la parte vostra in un'opera, dalla quale, per quanto è dato agli uomini conoscere, dipende il bene della sua Chiesa(1108)."
E davvero egli era impossibile che un così vasto disegno contro il Re d'Inghilterra rimanesse per molti giorni secreto. Non v'era arte ad impedire che gli uomini savi s'accorgessero de' grandi apparati militari e marittimi che Guglielmo andava facendo, e ne sospettassero lo scopo. Sul principio d'agosto bisbigliavasi per tutta Londra dello avvicinarsi d'un grande evento. Il debole e corrotto Albeville in que' giorni trovavasi in Inghilterra, ed era o simulava d'essere certo che il Governo Olandese non macchinava nulla contro Giacomo. Ma mentre Albeville rimaneva lontano dal suo posto, Avaux con arte somma compiva i doveri d'Ambasciatore Francese ed Inglese presso gli Stati, e mandava copiose notizie a Barillon egualmente che a Luigi. Avaux era persuaso che si meditava uno sbarco in Inghilterra, e gli venne fatto di convincerne il suo signore. Ogni corriere che giungesse a Westminster o dall'Aja o da Versailles, recava seri ammonimenti(1109). Ma Giacomo trovavasi involto in uno inganno, che, a quanto sembra, era artificiosamente accresciuto da Sunderland. Lo astuto ministro diceva che il Principe d'Orange non si rischierebbe mai ad una spedizione oltre mare, lasciando la Olanda priva di difesa. Gli Stati rammentandosi de' danni patiti e del pericolo di patirne maggiori nell'infausto anno 1672, non si porrebbero a repentaglio di vedere un esercito straniero accamparsi nel piano fra Utrecht e Amsterdam. Non era dubbio che fossero molti sinistri umori in Inghilterra: ma fra i mali umori e la ribellione era immenso lo spazio. I più ricchi e spettabili cittadini non erano minimamente disposti a rischiare onori, vita e sostanze. Quanti uomini cospicui fra' Whig avevano parlato con alto-sonanti parole, mentre Monmouth era ne' Paesi Bassi! E nondimeno chi di loro accorse al suo vessillo allorchè egli lo inalzò a ribellare l'Inghilterra? Era agevole ad intendere il perchè Luigi simulava di prestar fede a cotesti vani rumori. Certo egli sperava, atterrando il Re d'Inghilterra, indurlo a spalleggiare la Francia nella contesa per lo arcivescovato di Colonia. Con tali ragionamenti Giacomo era di leggieri tenuto in una stupida sicurezza(1110). I timori e lo sdegno di Luigi quotidianamente crescevano. Lo stile delle sue lettere si faceva sempre più pungente ed energico(1111). Scriveva di non sapere intendere cotesto letargo nella vigilia d'una tremenda crisi. Era il Re forse ammaliato? I suoi ministri erano forse ciechi? Era egli possibile che nessuno in Whitehall s'accorgesse di ciò che accadeva in Inghilterra e nel continente? Tanta sicurezza mal poteva essere lo effetto della imprevidenza. Qualche scelleraggine vi stava sotto. Giacomo evidentemente trovavasi in cattive mani. Barillon fu rigorosamente avvertito a non fidarsi alla cieca de' ministri inglesi: ma fu avvertito invano. Sunderland aveva avvinto e Barillon e Giacomo in un fascino tale che non v'era ammonimento che valesse a romperlo.
XXVIII. Luigi affaccendavasi ognora con maggior vigoria. Bonrepaux il quale per perspicacia valeva molto più di Barillon, e aveva sempre aborrito e diffidato di Sunderland, fu spedito a Londra per offrire soccorsi marittimi. Ad Avaux nel tempo stesso fu ingiunto di dichiarare agli Stati Generali che la Francia aveva preso Giacomo sotto la sua protezione. Un gran corpo di truppe era pronto a marciare alla frontiera olandese. Questa audace prova di salvare suo malgrado lo accecato tiranno, fu fatta di pieno accordo con Skelton, il quale allora era ambasciatore d'Inghilterra presso la Corte di Versailles. Avaux uniformandosi alle ricevute istruzioni, chiese agli Stati una udienza che gli venne subito concessa. L'assemblea era oltre il consueto numerosa. Generalmente credevasi che il Francese dovesse fare qualche comunicazione concernente il commercio; e così supponendo il Presidente aveva apparecchiata una convenevole risposta in iscritto. Ma appena Avaux cominciò ad esporre la sua commissione, segni d'inquietudine apparvero in tutto l'uditorio. Coloro che erano in voce di godere la confidenza del Principe d'Orange, abbassaron gli occhi. L'agitazione si fece maggiore allorchè lo Inviato annunziò che il suo signore era intimamente stretto co' vincoli d'amistà e d'alleanza a Sua Maestà Britannica, e che ogni aggressione contro la Inghilterra verrebbe considerata come una dichiarazione di guerra alla Francia. Il presidente, côlto di sorpresa, balbettò poche parole evasive; e la conferenza si sciolse. Nel medesimo tempo fu notificato agli Stati che Luigi aveva preso sotto la sua protezione il Cardinale Furstemburg e il Capitolo di Colonia(1112).
I deputati erano nella massima agitazione. Alcuni consigliavano indugio e cautela. Altri gridavano guerra. Fagel parlò con veementi parole della insolenza francese, e pregò i colleghi a non lasciarsi impaurire dalle minacce. Disse che la risposta più convenevole a cosiffatte comunicazioni era quella di accrescere maggiormente le forze di terra e di mare. Tosto fu spedito un corriere a richiamare Guglielmo da Minden, dove teneva un colloquio di somma importanza con lo Elettore di Brandenburgo.
XXIX. Ma non v'era ragione alcuna di timore. Giacomo correva da sè alla propria rovina, ed ogni sforzo fatto a fermarlo lo spingeva più rapidamente al proprio destino. Mentre il suo trono era consolidato, il suo popolo sommesso, il più ossequioso de' Parlamenti pronto a indovinarne i desiderii e compiacerlo, mentre le repubbliche e i potentati stranieri gareggiavano a tenerselo bene edificato, mentre stava solo in lui il divenire l'arbitro della Cristianità, egli s'era abbassato a farsi lo schiavo e il mercenario della Francia. E adesso mentre per una catena di delitti e di follie, s'era inimicato co' vicini, co' sudditi, co' soldati, co' marinai, co' figli suoi, ed altro rifugio non rimanevagli che la protezione della Francia, fu preso da uno accesso d'orgoglio, e deliberò di far pompa d'indipendenza agli occhi di tutto il mondo. Lo aiuto, ch'egli, quando non ne aveva mestieri, non aveva vergognato di accettare con lacrime di gioia, adesso che gli era necessario, lo aveva sprezzantemente ricusato. Essendosi mostrato abietto mentre poteva con convenevolezza mostrarsi puntiglioso a mantenere la propria dignità, egli divenne con ingratitudine altero nel momento in cui l'alterigia doveva gettarlo nello scherno e nella rovina. Ei si mostrò risentito allo amichevole intervento che avrebbe potuto salvarlo. Si vide mai un Re siffattamente trattato? Era egli un fanciullo o un idiota, che altri avesse ad impacciarsi de' fatti suoi? Era egli un principotto, un Cardinale Furstemburg, il quale cadrebbe se non fosse sostenuto dal suo potente protettore? Doveva egli perdere la stima di tutta Europa accettando un pomposo protettorato che egli non aveva mai chiesto? Skelton fu richiamato a rendere ragione della sua condotta, ed appena giunto a Londra fu imprigionato nella Torre. Citters fu bene accolto in Whitehall ed ebbe una lunga udienza. Egli poteva, con veracità maggiore di quella che in simiglianti occasioni i diplomatici reputano necessaria, smentire dalla parte degli Stati Generali qual si fosse disegno ostile: imperciocchè gli Stati Generali fino allora non avevano notizia officiale dello intendimento di Guglielmo; nè era affatto impossibile che essi anche allora non gli dessero la loro approvazione. Giacomo disse che non prestava punto fede alle voci d'una invasione Olandese, e che la condotta del Governo Francese gli aveva recato maraviglia e molestia. A Middleton fu ingiunto di assicurare tutti i ministri stranieri come non esistesse tra la Francia e l'Inghilterra quella lega, che la Corte di Versailles voleva, pei propri fini, far credere. Al Nuncio il Re disse che i disegni di Luigi erano manifestissimi e che verrebbero frustrati. Questa officiosa protezione era un insulto e insieme una trappola. "Il mio buon fratello" soggiunse Giacomo "ha ottime qualità; ma l'adulazione e la vanità gli hanno dato volta al cervello(1113)." Adda, al quale importava più Colonia che la Inghilterra, secondò cotesto strano inganno. Albeville, che era già ritornato al suo posto, ebbe comandamento di dare assicurazioni d'amistà agli Stati Generali e di aggiungere parole che sarebbero state convenevoli sulle labbra d'Elisabetta o di Cromwell. "Il mio Signore" disse egli "per la sua potenza e pel suo animo si è inalzato al di sopra della posizione dove la Francia pretende tenerlo. Vi è qualche differenza tra un Re d'Inghilterra ed un Arcivescovo di Colonia." L'accoglienza fatta a Bonrepaux in Whitehall fu fredda. I soccorsi marittimi ch'egli offriva non furono affatto ricusati: ma gli fu forza tornarsene senza avere nulla concluso; e agli Ambasciatori delle Province Unite e della Casa d'Austria fu detto che l'ambasciata francese non era stata gradita dal Re e non aveva prodotto nessun effetto. Dopo la Rivoluzione Sunderland vantossi, e forse diceva il vero, d'avere indotto il proprio signore a rifiutare lo aiuto proffertogli dalla Francia(1114).
La ostinata demenza di Giacomo destò, come era naturale, lo sdegno del suo potente vicino. Luigi si dolse che in ricambio de' grandissimi servigi ch'egli poteva rendere al Governo inglese, quel Governo gli aveva dato una mentita in faccia a tutta la Cristianità. Notò giustamente che tutto ciò che era stato detto da Avaux rispetto alla alleanza tra la Francia e la Gran Bretagna era vero secondo lo spirito, comechè forse non vero secondo la lettera. Non esisteva trattato compilato in articoli, munito di firme, sigilli e ratifiche; ma pel corso di parecchi anni erano state ricambiate tra le due Corti assicurazioni equivalenti, nell'opinione degli uomini d'onore, ad un trattato. Luigi aggiunse che per quanto fosse elevato il suo posto in Europa, non avrebbe mai sentita tanto assurda gelosia della propria dignità da prendere per insulto un atto suggerito dall'amicizia. Ma Giacomo era in condizioni differentissime, e in breve conoscerebbe il pregio di un aiuto da lui con sì poca buona grazia ricusato(1115).
Nulladimeno, malgrado la stupidità e la ingratitudine di Giacomo, sarebbe stato savio provvedimento per Luigi il persistere nella determinazione notificata agli Stati Generali. Avaux che per sagacia e discernimento era degno antagonista di Guglielmo, era assolutamente di questa opinione. Precipuo scopo del Governo francese - così ragionava lo esperto Ambasciatore - dovrebbe essere quello d'impedire la invasione della Inghilterra. Il modo d'impedirla era d'invadere i Paesi Bassi sotto il dominio della Spagna, e minacciare i batavi confini. Il Principe d'Orange era cotanto impegnato nella sua intrapresa, da persistere quand'anco vedesse la bianca bandiera sventolare sopra le mura di Brusselles. Aveva già detto che ove gli Spagnuoli potessero fare in guisa da tenere fino a primavera Ostenda, Mons e Namur, ci sarebbe ritornato dalla Inghilterra con forze bastevoli a ricuperare tostamente le perdute province. Ma comechè tale fosse la opinione del Principe, tale non era quella degli Stati, i quali non avrebbero agevolmente consentito a mandare il Capitano e il fiore dell'armata loro oltre l'Oceano Germanico, mentre un formidabile nemico minacciava il loro territorio(1116).
XXX. Luigi reputava savie coteste ragioni: ma era già deliberato di agire in modo diverso. Forse era stato provocato dalla scortesia e dalla caparbietà del Governo inglese, e voleva appagare lo sdegno a spese del proprio interesse. Forse lo traviavano i consigli di Louvois suo ministro della guerra, che aveva grande influenza e non guardava di buon occhio Avaux. Il Re di Francia deliberò di tentare altrove un grande ed inatteso colpo. Ritrasse le sue schiere dalle Fiandre e le gettò nella Germania. Un'armata, sotto il comando nominale del Delfino, ma veramente guidata dal Duca di Duras, e da Vauban, padre della scienza delle fortificazioni, invase Philipsburg. Un'altra, condotta dal Marchese di Bouffiers, prese Worms, Magonza e Treveri. Una terza, comandata dal Marchese di Humières, entrò in Bonn. Per tutta la linea del Reno, da Carlsruhe fino a Colonia, lo esercito francese fu vittorioso. La nuova della caduta di Philipsburg giunse a Versailles il dì d'Ognissanti, mentre la Corte ascoltava la predica nella cappella. Il Re fece al predicatore segno di fermarsi, annunziò la lieta nuova e inginocchiandosi ringraziò Dio di questa gran vittoria. L'uditorio ne pianse di gioia(1117). La notizia fu accolta con entusiasmo dallo ardente e vanitoso popolo della Francia. I poeti celebrarono il trionfo del loro magnifico protettore. Gli oratori esaltarono dai pergami la sapienza e magnanimità del figlio primogenito della Chiesa. Cantossi con insolita pompa il Te Deum, e le solenni melodie dell'organo risonavano miste al clangore de' timpani ed allo squillo delle trombe. Ma v'era poca ragione a rallegrarsi. Il grande uomo di Stato che capitanava la Coalizione Europea, gioiva in cuor suo vedendo così male diretta la energia del suo nemico. Luigi con la sua prontezza aveva ottenuto qualche vantaggio in Germania: ma poteva giovargli poco ove la Inghilterra, inoperosa e priva di gloria sotto quattro Re successivi, riprendesse l'antico suo grado fra i potentati d'Europa. Poche settimane bastavano per compire la impresa dalla quale dipendeva il destino del mondo; e per poche settimane le Province Unite potevano mantenersi sicure da ogni pericolo.
XXXI. Guglielmo allora spinse i suoi apparecchi con indefessa operosità e con minore segretezza di quella che per innanzi aveva creduto necessaria. Giungevangli ogni giorno nuovo assicurazioni di soccorso dalle Corti straniere. Ogni opposizione nell'Aja era spenta. Invano Avaux in quegli estremi momenti studiossi con ogni sua arte a rianimare la fazione che pel corso di tre generazioni aveva avversato la Casa d'Orange. I capi di quella fazione, a dir vero, non procedevano favorevoli allo Statoldero; come quelli che ragionevolmente temevano che ove egli avesse prospera ventura in Inghilterra, diventerebbe assoluto signore della Olanda. Nondimeno gli errori della Corte di Versailles, e la destrezza onde egli se n'era giovato, rendevano impossibile il continuare la lotta contro di lui. Conobbe essere giunto il tempo di chiedere lo assenso degli Stati. Amsterdam era il quartiere generale del partito ostile alla razza, alla dignità, alla persona di lui; ed anche quivi ei non aveva adesso nulla da temere. Alcuni dei precipui magistrati di quella città avevano avuto più volte secreti colloqui con lui, con Dykvelt e con Bentinck, ed erano stati indotti a promettere che avrebbero secondato o almeno non avversato la grande intrapresa: altri erano esasperati dagli editti commerciali di Luigi: altri erano dolentissimi pei parenti e per gli amici tormentati dai dragoni francesi: altri abborrivano dalla responsabilità di far nascere uno scisma che potrebbe essere fatale alla Federazione Batava: ed altri avevano paura del popolo, il quale, incitato dalle arringhe de' zelanti predicatori, era pronto a porre le mani addosso ad ogni traditore della Religione Protestante. La maggioranza quindi di quel Consiglio municipale, che aveva da lungo tempo favorita la Francia, si dichiarò favorevole alla impresa di Guglielmo. E però in ogni parte delle Province Unite era svanito ogni timore d'opposizione; e lo assenso di tutta la Federazione fu formalmente dato in secrete ragunanze(1118).
Il Principe aveva già posto gli occhi sopra un generale che avesse requisiti da essere a lui secondo nel comando. Ciò non era cosa di lieve importanza. Un'archibugiata fortuita o il pugnale d'un assassino avrebbe potuto in un istante lasciare lo esercito senza capo; ed era mestieri che un successore fosse pronto ad occupare il posto vacante. Nulladimeno egli era impossibile deputare a tanto ufficio un Inglese senza offendere i Whig o i Tory; nè fra gl'Inglesi v'era alcuno che avesse l'arte militare bisognevole a condurre una campagna. Dall'altro canto non era agevole proporre uno straniero senza offendere il senso nazionale degli alteri isolani. Un solo era l'uomo in Europa contro il quale non poteva farsi obiezione, cioè Federigo Conte di Schomberg, tedesco d'una famiglia nobile del Palatinato. Era universalmente reputato il più grande maestro dell'arte della guerra. La pietà e rettitudine sue, che non avevano mai ceduto a fortissime tentazioni, lo rendevano ben meritevole di riverenza e fiducia. Come che fosse Protestante, aveva per molti anni militato al soldo di Luigi, e in onta alle inique trame de' Gesuiti aveva strappato da lui, dopo una serie di gloriosi fatti, il bastone di Maresciallo di Francia. Allorquando la persecuzione cominciò ad infuriare, il valoroso veterano ostinatamente ricusò di conseguire con l'apostasia il regio favore; rinunziò, senza mormorare, a tutti i suoi onori e comandi; abbandonò per sempre la sua patria adottiva, e rifugiossi alla Corte di Berlino. Aveva settanta e più anni d'età, ma era in pieno vigore di mente e di corpo. Era stato in Inghilterra, dove fu molto amato ed onorato; e parlava la nostra favella non solo intelligibilmente, ma con grazia e purezza; qualità di cui allora pochi stranieri potevano menar vanto. Con lo assenso dello Elettore di Brandenburgo e con la cordiale approvazione di tutti i capi de' partiti inglesi fu nominato Luogotenente di Guglielmo(1119).
XXXII. L'Aja era allora piena di avventurieri di tutti i vari partiti che la tirannia di Giacomo aveva congiunti in una strana coalizione; vecchi realisti, che avevano sparso il proprio sangue in difesa del trono; vecchi agitatori dell'esercito del Parlamento; Tory, che erano stati perseguitati a tempo della Legge d'Esclusione; Whig, che erano fuggiti al Continente per avere partecipato alla Congiura di Rye House.
Primeggiavano in cotesto grande miscuglio Gherardo Conte di Maclesfield, antico Cavaliere che aveva combattuto per Carlo Primo ed esulato con Carlo Secondo; Arcibaldo Campbell che era figlio primogenito dello sventurato Argyle, dal quale non aveva altro ereditato che il nome illustre e l'inalienabile affetto d'una numerosa tribù; Carlo Paulet, Conte di Wiltshire, erede presuntivo del Marchesato di Wincester; e Pellegrino Osborne, Lord Dumblane, erede presuntivo della Contea di Danby. Notavasi fra i più importanti volontari Mordaunt che esultava nella speranza di incontrare avventure, alle quali irresistibilmente lo traeva la fiera sua indole. Fletcher di Saltoun, mentre stavasi a guardare i confini della Cristianità contro gl'infedeli, avendo saputo che vi era speranza di liberare la patria, s'era affrettato ad offrire al liberatore lo aiuto della sua spada. Sir Patrizio Hume, il quale dopo di essere fuggito dalla Scozia era vissuto umilmente in Utrecht, adesso uscì dalla oscurità; ma per fortuna in questa occasione la sua eloquenza poteva recare poco danno; imperocchè il Principe d'Orange non era punto disposto ad essere Luogotenente d'una società ciarliera come era stata quella che aveva rovinata la impresa d'Argyle. Il sottile ed irrequieto Wildman, che alcuni anni innanzi, non trovandosi sicuro in Inghilterra, aveva cercato un asilo in Germania, adesso accorse alla Corte del Principe. V'era anche Carstairs, ministro Presbiteriano di Scozia, che per accorgimento e coraggio non era secondo a nessuno degli uomini politici di quell'epoca. Fagel, parecchi anni prima, gli aveva affidato segreti importantissimi, che i più orribili tormenti dello stivaletto e delle tanaglie non gli avevano potuto strappare dalle labbra. Per cotesta rara fortezza ei s'acquistò il primo posto dopo Bentinck nella stima e fiducia del Principe(1120). Ferguson non poteva rimanere quieto mentre apparecchiavasi una rivoluzione. Si procurò un imbarco nella flotta e cominciò ad affaccendarsi fra' suoi compagni d'esilio: ma trovò in tutti diffidenza e disprezzo. Egli era stato grande uomo in quel nucleo d'ignoranti e furibondi fuorusciti che avevano spinto il debole Monmouth alla rovina: ma tra i gravi uomini di Stato e Capitani che coadiuvavano il risoluto e sagace Guglielmo, non v'era luogo per un agitatore di bassa sfera, mezzo maniaco e mezzo birbone.
XXXIII. La differenza fra la spedizione del 1685 e quella del 1688 risultava bastevolmente dalla differenza tra le dichiarazioni pubblicate dai capi dell'una e dell'altra. Per Monmouth Ferguson aveva scrivacchiato un assurdo e brutale libello, dove accusava Re Giacomo d'avere bruciato Londra, strangolato Godfrey, fatto strage d'Essex, e propinato il veleno a Carlo. La Dichiarazione di Guglielmo fu scritta dal Gran Pensionario Fagel il quale aveva alta riputazione di pubblicista. Quantunque fosse grave e dotta, nella sua forma originale era troppo prolissa: ma venne compendiata e tradotta in inglese da Burnet, il quale s'intendeva bene dell'arte dello scrivere popolare. In un solenne preambolo stabiliva il principio che in ogni società la rigorosa osservanza della legge era egualmente necessaria alla felicità delle nazioni ed alla sicurezza de' Governi. Il Principe d'Orange aveva quindi veduto con profondo rammarico come le leggi fondamentali del Regno, al quale egli era congiunto con stretti vincoli di sangue e di matrimonio, fossero grandemente e sistematicamente violate. La potestà di dispensare dagli Atti del Parlamento era stata stiracchiata a segno che tutta l'autorità legislativa era ridotta nella sola Corona. Sentenze repugnanti allo spirito della Costituzione erano state profferite dai tribunali, destituendo i giudici incorruttibili, e sostituendo loro uomini pronti ad obbedire implicitamente agli ordini del Governo. Non ostanti le ripetute assicurazioni che il Re aveva date di mantenere la religione dello Stato, persone manifestamente avverse a quella erano state promosse non solo agli uffici civili, ma anco ai beneficii ecclesiastici. Il governo della Chiesa, in onta al chiarissimo senso degli Statuti, era stato affidato ad una nuova Corte d'Alta Commissione, nella quale aveva seggio un uomo che apertamente professava il Papismo. Uomini dabbene, per avere ricusato di violare il dovere e i giuramenti loro, erano stati spogliati della loro proprietà in dispregio della Magna Charta e delle libertà d'Inghilterra. Intanto individui che legalmente non potevano porre piede nell'isola erano stati posti a capo de' seminari per corrompere le menti de' giovani. Luogotenenti, Deputati Luogotenenti, Giudici di Pace erano stati a centinaia destituiti per avere rifiutato di secondare una politica perniciosa ed incostituzionale. Quasi tutti i borghi del Regno erano stati privati delle loro franchigie. Le Corti di giustizia erano in condizioni tali, che le loro sentenze, anche nelle cause civili, non ispiravano più fiducia, e la loro servilità nelle criminali aveva fatto spargere nel Regno il sangue innocente. Tutti cotesti abusi, venuti in disgusto alla nazione inglese, il Governo aveva intenzione di difendere, secondo che sembrava, con una armata di Papisti Irlandesi. Nè ciò era tutto. I Principi più assoluti del mondo non avevano reputato delitto in un suddito lo esporre modestamente e con pace gli aggravi, e chiederne giustizia. Ma in Inghilterra le cose erano giunte a tale eccesso che il supplicare veniva reputato gravissimo delitto. Per nessuna altra colpa che quella d'avere presentata al Sovrano una petizione scritta con rispettosissime parole i padri della Chiesa Anglicana erano stati messi in carcere e processati; e destituiti i giudici che diedero il voto in loro favore. La convocazione d'un legittimo Parlamento poteva essere un rimedio efficace a tutti cotesti mali: ma un simile Parlamento, a meno che non fosse interamente cangiato il Governo, non era da sperarsi dalla nazione. La Corte mostrava evidentemente la intenzione di mettere insieme, rifoggiando a suo modo i municipii e deputando ufficiali elettorali papisti, una Camera di Comuni che fosse tale di solo nome. In fine, v'erano circostanze che facevano sospettare non essere nato dalla Regina lo infante che chiamavasi Principe di Galles. Per queste ragioni il Principe, in contemplazione della sua stretta parentela con la regia famiglia, e per gratitudine dello affetto che il popolo inglese aveva sempre portato alla sua diletta consorte ed a lui, cedendo allo invito di non pochi Lordi spirituali e secolari e di molti altri uomini d'ogni grado, aveva deliberato di recarsi nell'isola con forze sufficenti a reprimere la violenza. Lungi dalla sua mente ogni pensiero di conquista. Protestava che finchè le sue milizie rimarrebbero in Inghilterra, sarebbero tenute nella più rigorosa disciplina, ed appena la nazione si fosse liberata dal giogo della tirannide, sarebbero mandate via. Suo unico scopo era quello di far convocare un libero e legittimo Parlamento; alla decisione del quale egli faceva solenne sacramento di lasciare tutte le questioni pubbliche e private.
Come questa dichiarazione cominciò a correre attorno per l'Aja, apparvero segni di dissensione fra gl'Inglesi. Wildman, indefesso nel male, indusse alcuni de' suoi concittadini, ed in ispecie il testardo e leggiero Mordaunt a dichiarare che a tali patti non prenderebbero le armi, dicendo che lo scritto era stato ideato per piacere ai Cavalieri e ai parrochi; i danni della Chiesa e il processo de' Vescovi vi facevano troppa figura; e non v'era pur motto del tirannesco modo onde i Tory, innanzi che rompessero con la Corte, avevano trattato i Whig. Wildman allora produsse un contro-manifesto, da lui apparecchiato, il quale, ove fosse stato abbracciato, avrebbe indignati il Clero Anglicano e quattro quinti dell'aristocrazia territoriale. I principali Whig gli fecero vigorosa opposizione; e segnatamente Russell dichiarò che ove venisse adottato lo insano suggerimento di Wildman, si sarebbe sciolta la coalizione dalla quale unicamente poteva il popolo inglese sperare d'essere liberato. In fine la contesa fu ricomposta per l'autorità di Guglielmo, il quale, col suo consueto buon senso, stabilì che il manifesto rimanesse quasi come era stato congegnato da Fagel e da Burnet(1121).
XXXIV. Mentre tali cose seguivano in Olanda, Giacomo erasi finalmente accorto del proprio pericolo. Da varie parti gli giungevano avvisi che mal potevano mettersi in non cale, finchè un dispaccio d'Albeville gli tolse ogni dubbio. Dicesi che come il Re lo ebbe letto, tosto impallidisse e perdesse per alcun tempo la parola(1122). Ed era naturale che ne rimanesse atterrito: imperocchè il primo vento che spirasse di levante avrebbe portato un esercito ostile alle spiagge del suo reame. Tutta Europa, tranne un solo potentato, attendeva con impazienza la nuova della sua caduta. Anzi egli aveva respinto con un insulto lo amichevole intervento che lo avrebbe potuto salvare. Le schiere francesi, che, s'egli non fosse stato demente, avrebbero potuto atterrire gli Stati Generali, stavansi ad assediare Philipsburg, o presidiavano Magonza. Tra pochi giorni forse gli toccherebbe di pugnare sul territorio inglese a difendere la propria corona e il diritto ereditario del suo figliuolo infante. Grandi, a dir vero, erano in apparenza i suoi mezzi. La flotta era in assai migliori condizioni di quello che fosse nel tempo, in cui egli ascese al trono: e tali miglioramenti in parte erano da attribuirsi a' suoi propri sforzi. Non aveva nominato Lord Grande Ammiraglio o Consiglio d'Ammiragliato, ma aveva riserbata a se stesso l'alta direzione degli affari marittimi con la vigorosa assistenza di Pepys. Dice il proverbio che l'occhio del padrone vale più di quello del ministro: e in una età di corruzione e di peculato è verosimile che un dipartimento al quale un sovrano, anche di pochissima mente, rivolge la propria attenzione, si mantenga comparativamente libero dagli abusi. Sarebbe stato facile trovare un ministro della marina più abile di Giacomo; ma non sarebbe stato facile, fra gli uomini pubblici di quel tempo, trovare, tranne Giacomo stesso, un ministro della marina, il quale non rubasse sulle provigioni, non accettasse doni dai contraenti, e non addebitasse la Corona de' non mai fatti ripari. E veramente il Re era quasi il solo del quale si potesse esser certi che non frodasse il Re. E però negli ultimi tre anni più che ne' precedenti eravi stato meno sciupío e meno rubamenti negli arsenali. S'erano costruiti parecchi vascelli atti a navigare. Giacomo aveva emanato un opportuno decreto col quale, accrescendo la paga dei capitani, rigorosamente inibiva loro di trasportare da un porto all'altro mercanzie senza regia licenza. Lo effetto di queste riforme già era visibile; e a Giacomo non riuscì difficile allestire in brevissimo tempo una considerevole flotta. Trenta vascelli di linea, tutti di terzo e quarto ordine, furono ragunati nel Tamigi sotto il comando di Lord Dartmouth, la cui lealtà non ammetteva sospetto. Egli veniva reputato nell'arte sua più esperto di tutti i marini patrizi, i quali in quella età inalzavansi ai supremi comandi nella flotta senza educazione marittima, ed erano a un tempo capitani di vascello sul mare, e colonnelli di fanteria per terra(1123).
XXXV. L'armata regolare era più grande di quante ne avessero mai comandate i re d'Inghilterra, e fu rapidamente accresciuta. Nei reggimenti che esistevano vennero incorporate nuove compagnie. Furono create commissioni a formarne altri. Quattro mila uomini furono aggiunti alle forze militari dell'Inghilterra; tremila speditamente fatti venire dalla Irlanda; altrettanti dalla Scozia diretti verso il mezzogiorno. Giacomo stimava circa quaranta mila uomini - senza contarvi la milizia civica - le forze che poteva opporre agli invasori(1124).
La flotta e lo esercito, quindi, erano più che bastevoli a respingere la invasione degli Olandesi. Ma poteva il Re fidarsi dello esercito e della flotta? Le milizie urbane non accorrerebbero a migliaia al vessillo del liberatore? Il partito, che pochi anni innanzi aveva snudata la spada in favore di Monmouth, senza dubbio accoglierebbe il Principe d'Orange. E dove era egli mai quel partito che per quarantasette anni era stato l'egida della monarchia? Dove erano quegli strenui gentiluomini i quali erano sempre stati pronti a spargere il proprio sangue a difesa della Corona? Oltraggiati e insultati, cacciati dalle magistrature e dalla milizia, mostravansi senza maschera lieti del pericolo in cui vedevano travagliarsi lo ingrato sovrano. Dove erano mai quei sacerdoti e prelati, i quali da dieci mila pergami avevano predicato il debito d'obbedire all'unto del Signore? Alcuni di loro erano stati messi in carcere, altri spogliati degli averi, e tutti posti sotto al ferreo giogo dell'Alta Commissione, ed avevano grandemente temuto un nuovo capriccio del tiranno non li privasse della libera proprietà loro, lasciandoli senza un tozzo di pane. E' sembrava incredibile che gli Anglicani, anche in quegli estremi, dimenticassero pienamente quella dottrina di cui menavano peculiare vanto. Ma poteva egli il loro oppressore augurarsi di trovare fra essi quello spirito che nella precedente generazione aveva trionfato sopra i soldati d'Essex e di Waller, e dopo una disperata lotta ceduto solo al genio e vigore di Cromwell? Il tiranno ne impaurì davvero. E cessando di ripetere che le concessioni avevano sempre tratto i principi alla rovina, confessò amaramente essergli d'uopo corteggiare di nuovo i Tory(1125).
XXXVI. Abbiamo ragione di credere che Halifax verso questo tempo fosse invitato a rientrare nel governo, e che ciò non gli spiacesse. La parte di mediatore fra il trono e la nazione era quella che meglio gli stava, e che ei singolarmente ambiva. Non si sa in che guisa si rompessero le pratiche con lui: ma non è improbabile che la questione della potestà di dispensare fosse difficoltà insormontabile. Per averla avversata, tre anni innanzi, era caduto in disgrazia; e fra le cose che erano quinci succedute non ve n'era alcuna che gli potesse far cangiare opinione. Giacomo, dall'altro canto, era fermamente deliberato di non fare concessione alcuna intorno a quel punto(1126). Rispetto alle altre cose era meno pertinace. Emanò un proclama col quale solennemente prometteva proteggere la chiesa d'Inghilterra e mantenere l'Atto d'Uniformità. Dichiaravasi desideroso di fare grandi sacrifici alla concordia. Diceva non volere più oltre insistere sull'ammissione de' Cattolici Romani alla Camera de' Comuni; e sperava di sicuro che i suoi sudditi giustamente apprezzerebbero la prova ch'egli porgeva a volere appagare i loro desiderii. Tre giorni dopo espresse la intenzione di porre nuovamente in ufficio i magistrati o i luogotenenti deputati ch'egli aveva destituiti per avere ricusato di secondare la politica del governo. Il dì dopo la comparsa di questa notificazione Compton fu dalla sospensione prosciolto(1127).
XXXVII. Nel tempo medesimo il Re diede udienza a tutti i vescovi che erano in Londra. Avevano chiesto d'essere ammessi alla presenza di lui onde confortarlo de' loro consigli in quelle gravissime circostanze. Il Primate favellò per tutti. Rispettosamente pregò il Re a porre l'amministrazione nelle mani d'uomini che avessero i debiti requisiti per condurre il governo; revocare tutti gli atti consumati sotto pretesto della potestà di dispensare; annullare l'Alta Commissione; riparare alle ingiustizie commesse contro il Collegio della Maddalena, e rendere ai Municipii le loro antiche franchigie. Accennò con molta chiarezza ad un desiderevole evento che avrebbe pienamente consolidato il trono e resa la pace al perturbato reame. Ove Sua Maestà s'inducesse a riesaminare i punti controversi fra la Chiesa di Roma e quella d'Inghilterra, forse, mercè la grazia divina, gli argomenti che i vescovi desideravano esporle l'avrebbero convinta essere suo debito ritornare alla religione del padre e dell'avo. Fin qui, disse Sancroft, aveva espresso gl'intendimenti de' suoi confratelli. Ma v'era una cosa intorno a cui non li aveva consultati, e ch'egli reputava suo dovere esporre al sovrano. E veramente egli era il solo uomo del clero che potesse toccare di tale subietto senza essere sospettato di mirare al proprio interesse. La sede metropolitana di York da tre anni era vacante. Lo arcivescovo supplicò il Re di darla a un pio e dotto teologo, ed aggiunse che un siffatto teologo poteva senza difficoltà trovarsi fra coloro che erano lì presenti. Il Re seppe frenarsi tanto da rendere grazie ai Vescovi per quegli sgradevoli ammonimenti, e promise loro di ponderare bene ciò che avevano detto(1128). Quanto alla potestà di dispensare non volle cedere un jota. Nessuno degl'individui incapaci fu rimosso dagli uffici civili o militari. Ma alcuni de' suggerimenti di Sancroft vennero abbracciati. Dentro quarantotto ore la Corte dell'Alta Commissione fu abolita(1129). Fu risoluto di rendere alla Città di Londra lo statuto toltole sei anni innanzi; e il Cancelliere fu mandato con gran solennità a recare a Guildhall quella veneranda cartapecora(1130). Sette giorni dopo fu annunziato al pubblico che il Vescovo di Winchester, il quale per virtù del proprio ufficio era Visitatore del Collegio della Maddalena, aveva avuto dal Re lo incarico di riparare ai danni recati a quella società. E' non fu senza una lunga lotta e un amarissimo affanno che Giacomo scese a questa ultima umiliazione; e per vero dire non cedette finchè il Vicario Apostolico Leyburn, il quale, a quanto sembra, si condusse sempre da onesto e savio uomo, dichiarò che, secondo il suo giudicio, il Presidente e i Convittori cacciati avevano patito ingiustizia, e che per ragioni religiose e politiche era d'uopo rendere loro il già tolto(1131). In pochi giorni fu pubblicato un decreto che restituiva le tolte franchigie a tutti i municipii(1132).
XXXVIII. Giacomo lusingavasi che concessioni sì grandi, fatte nel breve spazio d'un mese, gli farebbero di nuovo acquistare lo affetto del suo popolo. Non può dubitarsi che ove egli le avesse fatte pria che vi fosse ragione ad attendere una invasione dalla Olanda, avrebbero molto contribuito a riconciliarlo coi Tory. Ma i principi che concedono al timore ciò che ricusano alla giustizia, non debbono sperare gratitudine. Per tre anni il Re era stato duro ad ogni argomento, ad ogni preghiera. Chi de' ministri aveva osato inalzare la voce in favore della costituzione civile ed ecclesiastica del Regno, era caduto in disgrazia. Un Parlamento eminentemente realista erasi provato a protestare con dolci e rispettosi modi contro la violazione delle leggi fondamentali della Inghilterra, ed era stato acremente ripreso, prorogato, e disciolto. I giudici, ad uno ad uno, erano stati privati dell'ermellino, per non essersi voluti indurre a profferire sentenze contrarie ad ogni specie di leggi. Ai più spettabili cavalieri era stato chiuso l'adito al governo delle loro Contee perchè avevano ricusato di tradire le libertà pubbliche. Gli ecclesiastici a centinaia erano stati privati de' loro beneficii, perchè s'erano mantenuti fedeli ai propri giuramenti. Alcuni prelati, alla cui ostinata fedeltà il Re era debitore della propria corona, lo avevano supplicato in ginocchioni a non volere che si violassero le leggi di Dio e della patria. La loro modesta petizione era stata considerata come libello sedizioso. Erano stati forte ripresi, minacciati, imprigionati, processati, e a mala pena avevano scansata la estrema rovina. La nazione in fine, vedendo il diritto soverchiato dalla forza, e perfino le supplicazioni reputarsi delitto, cominciò a pensare al modo di commettere le proprie sorti all'esito d'una guerra. L'oppressore seppe essere pronto un liberatore armato, il quale sarebbe di gran cuore accolto da' Whig e dai Tory, dai Dissenzienti e dagli Anglicani. E tutto cangiossi in un attimo. Quel governo che aveva rimeritato i suoi servitori fidi e costanti con la spoliazione e la persecuzione, quel governo che alle solide ragioni ed alle commoventi preghiere aveva risposto con le ingiurie e gl'insulti, si fece in un istante stranamente mite. La Gazzetta in ciascun suo numero annunziava la riparazione di qualche ingiustizia. Allora chiaramente si conobbe che non era da porre fede nella equità, nell'umanità, nella solenne parola del Re, e che egli avrebbe governato bene finchè esisteva il timore della resistenza. I suoi sudditi, quindi, non erano punto disposti a ridargli quella fiducia ch'egli aveva giustamente perduta, o a mitigare la pressura che sola gli aveva strappato dalle mani i pochi buoni atti da lui fatti in tutto il tempo del suo regnare. Cresceva sempre in cuore di tutti l'ardente desiderio dello arrivo degli Olandesi. La plebe aspramente imprecava e malediva ai venti che in quella stagione ostinatissimi spiravano da ponente, e impedivano che l'armata del Principe salpasse, e a un tempo portavano nuovi soldati irlandesi da Dublino a Chester. Dicevano spirare vento papista, ed affollavansi in Cheapside con gli occhi intenti sul campanile di Bow-Church pregando che la banderuola indicasse lo spirare di un vento protestante(1133).
Il sentimento universale fu accresciuto da un fatto, che, sebbene fosse perfettamente accidentale, venne attribuito alla perfidia del Re. Il Vescovo di Winchester annunziò che, obbedendo al regio comando, egli doveva ribenedire i Convittori già cacciati dal Collegio della Maddalena. E avendo per cotesta cerimonia stabilito il dì 21 ottobre, il giorno precedente giunse in Oxford. La intera Università era in grande aspettazione(1134). Gli espulsi Convittori erano arrivati da ogni parte del Regno, bramosi di rientrare nelle loro dilette abitazioni. Trecento gentiluomini a cavallo scortarono il Vescovo Visitatore al suo alloggio. Mentre ei procedeva, le campane sonavano a festa, e un'innumerevole folla di popolo che accalcavasi per tutta High-Street mandava voci di acclamazione. Si ritrasse onde riposarsi. La dimane dinanzi le porte della Maddalena era accorsa una gran turba di gente: ma il Vescovo non compariva; e tosto si seppe essere giunto un regio messo recandogli l'ordine di partire immediatamente per Whitehall. Questo strano fatto destò in tutti molta maraviglia ed ansietà: ma in poche ore si sparse una nuova, la quale ad uomini non senza ragione disposti a pensare al peggio parve chiaramente spiegare il perchè Giacomo aveva mutato proponimento. La flotta olandese aveva messo alla vela, ed era stata ricacciata indietro da una tempesta. Le ciarle popolari esagerarono il disastro. Dicevasi, molti vascelli essersi perduti, migliaia di cavalli periti; ogni pensiero d'uno sbarco in Inghilterra doversi abbandonare almeno per quell'anno. Ed erano efficaci avvertimenti alla nazione. Mentre Giacomo era atterrito dalla prossima invasione e ribellione, aveva ordinato si rendesse giustizia a coloro che erano stati illegalmente spogliati. Appena si vide sicuro dello imminente pericolo, rivocò quegli ordini. Cotesta imputazione, comechè allora fosse generalmente creduta e dopo venisse ripetuta da scrittori che dovevano essere bene informati, era priva di fondamento. E' certo che il disastro della flotta olandese non poteva, per nessuna guisa di comunicazione, sapersi in Westminster se non alcune ore dopo che il Vescovo di Winchester avesse ricevuto gli ordini di partirsi da Oxford. Il Re, nondimeno, aveva poca ragione a dolersi dei sospetti de' suoi popoli. Se talvolta, senza rigoroso esame de' fatti, attribuivano alla disonesta politica di lui ciò che veramente era effetto del caso e della imprevidenza, la colpa era tutta sua. Che a coloro, i quali hanno l'abitudine di rompere la fede, non si presti credenza quando intendono serbarla, ciò altro non è che giusta e ben meritata pena(1135).
E' da notarsi che Giacomo, in questa occasione, incorse in un non meritato addebito, soltanto per essersi mostrato corrivo a scolparsi d'un'altra imputazione ch'egli egualmente non meritava. Il Vescovo di Winchester era stato in gran fretta richiamato da Oxford per trovarsi presente ad una straordinaria sessione del Consiglio Privato, o, a dir meglio, Assemblea di Notabili convocata in Whitehall. In questa solenne ragunanza oltre i Consiglieri Privati furono chiamati tutti i Pari spirituali e secolari che per avventura trovavansi nella metropoli e ne' luoghi circostanti, i Giudici, gli Avvocati della Corona, il Lord Gonfaloniere e gli Aldermanni della Città di Londra. Fu fatto intendere a Petre che farebbe bene d'assentarsi: perocchè pochi Pari avrebbero tollerato di trovarsi in compagnia di lui. Presso al capo del banco era posto un seggio per la Regina vedova. La principessa Anna era stata invitata ad assistervi, ma si scusò dicendo sentirsi poco bene di salute.
XXXIX. Giacomo disse a cotesto grande consesso ch'egli reputava necessario produrre le prove della nascita del proprio figliuolo. Uomini malvagi con le arti loro avevano invelenito a tal segno l'animo del pubblico, che moltissimi credevano il Principe di Galles non essere veramente nato dalla Regina. Ma la Provvidenza aveva ordinate le cose in modo che forse giammai principe venne al mondo in presenza di cotanti testimoni; i quali erano lì presenti per deporre il vero. Dopo che furono raccolte e scritte tutte le testimonianze, Giacomo con grande solennità dichiarò che lo addebito datogli era onninamente falso, e ch'egli avrebbe piuttosto patito mille morti che ledere i diritti di nessuna delle sue creature.
Tutti gli astanti ne parvero soddisfatti. Le prove testimoniali vennero tosto pubblicate, e tutti gli uomini savi o imparziali le stimarono decisive(1136). Ma i savi sono sempre pochi; e quasi nessuno allora era imparziale. Tutta la nazione era persuasa che ogni papista sincero si credeva tenuto a spergiurare, qualora lo spergiuro giovasse alla propria Chiesa. Coloro che, nati protestanti, per cupidigia di guadagno avevano simulato di convertirsi al papismo, erano meno degni di fede anche de' sinceri papisti. Il detto di tutti coloro che appartenevano a queste due classi era quindi considerato come nullo. In tal guisa si trovò grandemente scemato il peso delle testimonianze nelle quali Giacomo confidava: le altre venivano malignamente esaminate. Trovavasi sempre qualche obiezione contro i pochi testimoni protestanti che avevano detto alcuna cosa d'importante. Questi era notissimo come avido adulatore. Quell'altro non aveva per anche apostatato, ma era stretto parente d'un apostata. La gente chiedeva, come aveva chiesto in principio, perchè, se non v'era nulla di male, il Re, sapendo che molti dubitavano della gravidanza della sua moglie, non aveva provveduto sì che il parto fosse provato in modo più soddisfacente. Non v'era nulla da sospettare ne' falsi calcoli, nello improvviso cangiare d'abitazione, nell'assenza della Principessa Anna e dello Arcivescovo di Canterbury? Perchè non era egli presente nessun prelato della Chiesa Anglicana? Perchè non fu chiamato lo Ambasciatore Olandese? Perchè, sopra tutto, agli Hyde, servi leali della Corona, figli fedeli della Chiesa, e naturali tutori degli interessi delle loro nepoti, non fu egli concesso di trovarsi fra la folla de' papisti che riempivano le sale e giungevano fino al regio talamo? Perchè, insomma, nella lunga lista degli astanti non era un solo nome meritevole della fiducia e del rispetto del pubblico? La vera risposta a coteste domande era che il Re, uomo di debole intendimento e d'indole dispotica, aveva volentieri côlto quel destro a manifestare il suo disprezzo per la opinione de' suoi sudditi. Ma la moltitudine, non contenta di questa spiegazione, attribuiva a una profondamente meditata scelleraggine ciò che era effetto di demenza e caparbietà. Nè così pensava la sola moltitudine. La Principessa Anna mentre stava ad abbigliarsi, il dì dopo la sopra riferita adunanza, parlò del fatto con tali parole di scherno che le sue cameriste ardirono celiarne anche esse. Alcuni de' Lordi che avevano ascoltato lo esame de' testimoni, e ne parevano sodisfatti, non ne erano punto convinti. Lloyd Vescovo di Santo Asaph, uomo universalmente riverito per la pietà e dottrina sue, seguitò finchè visse a credere alla esistenza d'un inganno.
XL. Non erano trascorse molte ore da che le prove testimoniali prese nel Consiglio stavano nelle mani del pubblico, quando corse attorno la voce che Sunderland era stato destituito di tutti i suoi uffici. E' sembra che la nuova della sua disgrazia giungesse di sorpresa ai politici dei Caffè; ma coloro che notavano attentamente ciò che accadeva in Palazzo, non ne rimasero punto maravigliati. Non era legalmente o palpabilmente provato ch'egli fosse reo di tradimento: ma coloro che lo sorvegliavano da presso, forte sospettavano che per un mezzo o per un altro egli fosse in comunicazione cogl'inimici del Governo nel quale occupava un posto così alto. Con imperterrita fronte imprecò sul proprio capo tutti i mali in questo e nell'altro mondo ove fosse traditore. Protestò dicendo il suo solo delitto essere quello d'avere servito troppo bene la Corona. Non aveva egli dato pegni alla causa del Re? Non aveva egli rotto ogni ponte, che nel caso d'un disastro potesse servirgli di ritirata? Non aveva fatto il possibile per sostenere la potestà di dispensare; non aveva seduto nell'Alta Commissione, e firmato l'ordine d'imprigionare i Vescovi; non era comparso come testimonio contro loro, a risico della vita, fra i fischi e le maledizioni delle migliaia di spettatori che riempivano Westminster Hall? Non aveva egli data la estrema prova di fedeltà abiurando la propria fede ed entrando nel grembo della Chiesa detestata dalla nazione? Che poteva egli mai sperare da un mutamento politico? E che non aveva egli mai da temere? Questi ragionamenti, comechè fossero solidi ed espressi con la più insinuante destrezza, non potevano spengere la impressione prodotta dai bisbigli e dalle relazioni che giungevano da cento parti diverse. Il Re divenne ogni dì sempre più freddo. Sunderland tentò di sostenersi col soccorso della Regina; ottenne una udienza, e trovavasi già nello appartamento di lei, allorchè entrò Middleton, e per ordine del Re gli chiese i sigilli. Quella sera il caduto ministro fu ammesso per l'ultima volta alle secrete stanze del principe da lui lusingato e tradito. La scena fu stranissima. Sunderland sostenne maravigliosamente la parte della virtù calunniata. Disse non rincrescergli d'avere perduto il posto di Segretario di Stato o di Presidente del Consiglio, se gli rimaneva la fortuna di non demeritare la stima del suo Sovrano. "Deh! Sire, non mi vogliate rendere il gentiluomo più infelice che sia ne' vostri dominii, ricusando di dichiarare che non mi credete reo di slealtà." Il Re non sapeva che rispondere. Non aveva prove positive della colpa; e la energia e il tono patetico onde Sunderland mentiva erano tali, che avrebbero ingannato uno intendimento più acuto di quello con cui egli aveva da fare. Nella Legazione Francese le sue proteste erano credute vere. Ivi dichiarò che rimarrebbe per pochi giorni in Londra e si mostrerebbe alla Corte. Poi se ne anderebbe nella sua abitazione campestre in Althorpe e si proverebbe a rifare con la economia il dilapidato patrimonio. Ove scoppiasse una rivoluzione si rifugierebbe in Francia, perocchè la sua mal ricompensata lealtà non gli aveva lasciato altro asilo sulla terra(1137).  I Sigilli tolti a Sunderland furono affidati a Preston. La Gazzetta nel medesimo numero in cui annunziò questo cambiamento conteneva la notizia officiale del disastro della flotta olandese(1138): disastro grave, quantunque lo fosse meno di quello che il Re e i suoi pochi aderenti, traviati dal proprio desiderio, erano inchinevoli a credere.
XLI. Il dì 16 ottobre, secondo il calendario inglese, fu convocata una solenne adunanza degli Stati d'Olanda. Il Principe vi andò per dir loro addio. Li ringraziò della benevolenza con la quale avevano vegliato sopra la sua persona quando egli era orfano fanciullo, della fiducia che avevano posta in lui durante il suo governo, e dell'aiuto che gli avevan prestato in quella gran crisi. Li pregò a credere che egli sempre aveva inteso con ogni studio promuovere il bene della patria. Ora li lasciava, forse per non più ritornare. Ove cadesse difendendo la religione riformata e la indipendenza della Europa, raccomandava loro la sua diletta consorte. Il Gran Pensionario gli rispose con tremula voce; e in tutto quel grave senato non v'era alcuno che non lacrimasse. Ma Guglielmo non fu nè anche per un istante abbandonato dal suo ferreo stoicismo, e si stava fra' suoi amici che piangevano tranquillo ed austero come se fosse per lasciarli onde partire per le sue foreste di Loo(1139).
I deputati delle principali città lo accompagnarono fino al suo bargio. Gli stessi rappresentanti d'Amsterdam, da lungo tempo sede precipua d'opposizione al governo di lui, erano fra mezzo al corteo. In tutte le chiese dell'Aja si fecero pubbliche preci per lui.
XLII. In sulla sera giunse a Helvoetsluys e si recò sur una fregata che aveva nome Brill. Tosto fece inalberare la sua bandiera, nella quale era l'arme di Nassau inquartata con quella d'Inghilterra. Il motto ricamato in lettere grandi tre piedi era felicemente scelto. La Casa d'Orange da lungo tempo aveva assunta l'epigrafe ellittica: "Io Manterrò," Adesso la ellissi fu compita con le parole: "Le libertà d'Inghilterra e la Religione Protestante."
Erano corse poche ore da che il Principe era sulla nave, allorchè il vento cominciò a spirare secondo. Il dì 19 la flotta salpò, e spinta da un forte vento aveva corsa mezza la distanza dalla costa olandese a quella d'Inghilterra. Ed ecco improvviso cangiare il vento, che soffiando impetuoso da ponente suscitò una violenta tempesta. Le navi disperse e sbattute ripararonsi, come meglio poterono, ai lidi olandesi. Il Brill arrivò a Helvoetsluys il dì 21. Coloro che erano sulla nave del Principe notarono maravigliando che nè pericolo nè mortificazione valsero a perturbarlo un solo momento. Quantunque soffrisse di mal di mare, ricusò di andare a terra: imperocchè pensava che rimanendo sul bordo, ei significherebbe efficacissimamente alla Europa che la sostenuta fortuna aveva solo per breve tempo differita la esecuzione del suo disegno. In due o tre giorni la flotta si raccolse. Solo un bastimento s'era perduto. Non mancava nè anco uno de' soldati o marinaj. Alcuni cavalli erano periti: ma tale perdita speditamente riparò il Principe: e innanzi che la Gazzetta di Londra spargesse la nuova dello infortunio, egli era nuovamente pronto a far vela(1140).
XLIII. Il Manifesto lo precedè di sole poche ore. Il dì primo di novembre cominciò a bisbigliarsene misteriosamente fra' politici di Londra: con gran segretezza correva di mano in mano, e fu introdotto nelle buche dello Ufficio postale. Uno degli agenti venne arrestato, e i pieghi che egli portava furono recati a Whitehall. Il Re lesse, e grandemente turbossi. Il suo primo impulso fu di nascondere agli occhi di tutti il Manifesto. Ne gettò nel fuoco tutti gli esemplari, tranne un solo ch'egli quasi non osava fare uscire dalle sue proprie mani(1141).
Il paragrafo onde egli fu maggiormente perturbato, era quello in cui dicevasi che alcuni Pari spirituali e secolari avevano invitato il Principe d'Orange a invadere la Inghilterra. Halifax, Clarendon e Nottingham trovavansi in Londra, e vennero tosto chiamati al Palazzo e interrogati. Halifax, comechè fosse conscio della propria innocenza, in prima rifiutò di rispondere. "Vostra Maestà" disse egli "mi chiede se io sia reo di crimenlese. Se sono sospettato, mi traduca dinanzi ai miei Pari. E come può la Maestà Vostra riposare sulla risposta d'un colpevole che si veda in pericolo di vita? Quando anche io avessi invitato il Principe, senza il minimo scrupolo risponderei: Non sono colpevole." Il Re disse che non credeva Halifax reo, e che gli aveva fatta quella dimanda come un gentiluomo chiede ad altro gentiluomo calunniato se vi sia il minimo fondamento alla calunnia. "In questo caso" rispose Halifax "non ho difficoltà ad assicurarvi, come gentiluomo che parli a gentiluomo, sul mio onore, che è sacro quanto il mio giuramento, che non ho invitato il Principe d'Orange(1142)." Clarendon e Nottingham diedero la medesima risposta. Il Re desiderava anco più ardentemente di sincerarsi della inclinazione de' Prelati. Se essi gli erano ostili, il suo trono pericolava davvero. Ma ciò non era possibile. V'era alcun che di mostruoso nel supporre che un Vescovo della Chiesa Anglicana potesse ribellarsi contro il proprio Sovrano. Compton fu chiamato alle stanze del Re, il quale gli chiese se credeva che l'asserzione del Principe avesse il minimo fondamento. Il Vescovo trovossi impacciato a rispondere, poichè era uno de' sette che avevano sottoscritto lo invito; e la sua coscienza, che non era molto destra, non gli concedeva, a quanto sembra, di dire un'aperta bugia. "Sire," disse egli "io sono sicurissimo che non vi è uno tra' miei colleghi che non sia, al pari di me, innocente in questo negozio." Lo equivoco era ingegnoso: ma se la differenza fra il peccato di siffatto equivoco e il peccato d'una menzogna vaglia uno sforzo d'ingegno, è cosa da porsi in dubbio. Il Re ne fu satisfatto; e disse: "Vi assolvo tutti da ogni sospetto, ma reputo necessario che pubblicamente contraddiciate il calunnioso addebito datovi nel Manifesto del Principe." Il Vescovo naturalmente chiese di vedere lo scritto che egli doveva contradire; ma il Re non volle consentirvi.  Il dì seguente comparve un proclama che minacciava le più severe pene a tutti coloro che osassero spargere o semplicemente leggere il Manifesto di Guglielmo(1143). Il Primate e i pochi Pari spirituali che per avventura trovavansi in Londra riceverono ordine d'appresentarsi al Re. All'udienza v'era anche Preston col Manifesto in mano. "Milordi," disse Giacomo "udite questo paragrafo che tocca di voi." Preston allora lesse le parole colle quali erano rammentati i Pari spirituali. Il Re continuò: "Io non credo un jota di tutto questo: sono sicuro della vostra innocenza; ma stimo necessario farvi sapere ciò di che siete accusati."
Il Primate con mille rispettose espressioni protestò che il Re non gli rendeva altro che giustizia. "Io sono nato suddito di Vostra Maestà. Ho più volte confermata la fedeltà mia con giuramento. Non posso avere se non un solo Re ad una volta. Non ho invitato il Principe; e credo che nessuno de' miei confratelli lo abbia fatto." - "Non io di certo," disse Crewe di Durham. "Nè anch'io," disse Cartwright di Chester. A Crewe ed a Cartwright bene poteva prestarsi fede; perocchè entrambi erano stati membri dell'Alta Commissione. Quando toccò a Compton di rispondere, evase la domanda con un modo che poteva fare invidia a un Gesuita: "Io diedi jeri la mia risposta a vostra Maestà."
Il Re ripetè più volte che li credeva innocenti. Nondimeno disse che, secondo il suo giudicio, sarebbe utile a sè e all'onor loro che essi ne facessero pubblica discolpa. Richiese quindi che protestassero in iscritto d'abborrire il disegno del Principe. I Prelati rimasero taciti; il Re suppose che il silenzio significasse assentimento, e dette loro commiato(1144).
Infrattanto l'armata navale di Guglielmo veleggiava l'Oceano Germanico. Aveva salpato per la seconda volta la sera del giovedì, primo di novembre. Il vento spirava prospero da levante. Il naviglio per dodici ore fece via fra ponente e settentrione. Le navi leggiere mandate dallo Ammiraglio inglese onde osservare, recarono la nuova la quale confermò la comune opinione, cioè che il nemico si proverebbe di approdare alla Contea di York. Improvvisamente, ad un segnale fatto dal vascello del Principe, l'intiera flotta girò di bordo e si diresse giù per la Manica. Il vento medesimo che spirava secondo agl'invasori, impediva Dartmouth d'uscire dal Tamigi. I suoi legni furono costretti ad ammainare; e due delle sue fregate che erano uscite in alto mare, sconquassate dalla violenza delle onde, furono respinte nel fiume(1145).
XLIV. La flotta olandese andando rapidamente col vento in poppa, giunse allo Stretto verso le ore dieci antimeridiane nel sabato del 3 novembre. La precedeva lo stesso Guglielmo sul Brill. Seicento e più navi, gonfie le vele dal prospero vento, lo seguivano. I legni da trasporto tenevano il centro fiancheggiati da più di cinquanta vascelli da guerra. Herbert col titolo di Luogotenente Generale Ammiraglio comandava la intera flotta, e stavasi nel retroguardo: e molti marinaj inglesi, infiammati dall'odio contro il papismo e attirati dalla buona paga, erano sotto i suoi ordini. Non senza difficoltà Guglielmo potè indurre alcuni ufficiali olandesi di grande reputazione a sottoporsi alla autorità d'uno straniero. Ma questo provvedimento era sommamente savio. Nella flotta del Re esistevano molti mali umori ed un fervido zelo per la fede protestante. A memoria de' vecchi marinaj la flotta inglese e la olandese avevano tre volte con eroico coraggio e varia fortuna conteso per lo impero del mare. I nostri marinaj non avevano dimenticato Tromp che aveva minacciato di spazzare con una scopa il Canale, o De Ruyter che aveva appiccato il fuoco agli arsenali del Medway. Se le due nazioni rivali si trovassero nuovamente faccia a faccia sull'elemento alla cui sovranità entrambe pretendevano, ogni altro pensiero cederebbe alla vicendevole animosità; e ne seguirebbe forse sanguinosa ed ostinata battaglia. Una sconfitta sarebbe stata fatale alla impresa di Guglielmo. Anche la vittoria avrebbe sconcertato i profondamente meditati disegni della sua politica. E però egli saviamente provvide che ove i marinaj di Giacomo lo inseguissero, sarebbero salutati nella patria lingua ed esortati da un ammiraglio, sotto il comando del quale avevano già servito, e che era da loro grandemente stimato, a non combattere contro i loro colleghi a favore della tirannide papale. Con ciò si scanserebbe forse un conflitto. Ed ove seguisse un conflitto, i due comandanti avversari sarebbero entrambi inglesi; nè l'orgoglio degl'isolani si sentirebbe offeso sapendo che Dartmouth era stato costretto a cedere a Herbert(1146).
XLV. Fortunatamente le cautele di Guglielmo non furono necessarie. Poco dopo mezzodì egli si lasciò addietro lo Stretto. La sua flotta stendevasi fino ad una lega da Dover a tramontana e da Calais a mezzogiorno. I vascelli dalle estremità destra e sinistra salutarono a un tempo ambe le fortezze. Le trombe, i timpani, e i tamburi udivansi distintamente dalla spiaggia francese e dalla inglese. Una innumerevole turba di spettatori copriva il bianco littorale di Kent; un'altra la costa di Piccardia. Rapin di Thoyras, che la persecuzione aveva cacciato dalla sua patria, e che, preso servizio nell'armata olandese, aveva accompagnato il Principe in Inghilterra, descrisse, molti anni dipoi, cotesto spettacolo come il più magnifico e commovente che occhio umano giammai contemplasse. Al tramontare del sole la flotta aveva passato Beachy-Head. Si accesero i lumi. Il mare per un tratto di non poche miglia pareva in fiamme. Ma tutti i piloti tenevano fitti gli occhi per la intera notte alle tre vaste lanterne che risplendevano su la poppa Brill(1147).
In quel mentre un messo corse per la posta da Dover Castle a Whitehall recando la nuova che gli Olandesi avevano passato lo Stretto e procedevano verso Ponente. E' fu mestieri cangiare in un subito tutti i provvedimenti militari. Furono da per tutto spediti messi. Gli ufficiali furono svegliati e fatti levare a mezza notte. Nella domenica alle tre della mattina in Hyde Park(1148) fu una gran rivista a lume di torce. Il Re, credendo che Guglielmo approderebbe alla Contea di York, aveva mandato vari reggimenti verso il paese settentrionale. Furono quindi spediti messi a richiamarli. Tutti i soldati, tranne quelli che reputavansi necessari a mantenere la pace nella metropoli, ebbero ordine di partire per l'occidente. Salisbury doveva essere il punto di riunione: ma stimandosi possibile che Portsmouth fosse la prima ad essere assaltata, tre battaglioni di Guardie e una forte schiera di cavalleria partirono per quella fortezza. In poche ore si seppe non esservi nulla da temere por Portsmouth, e le sopradette truppe ebbero ordine di cangiare cammino e correre in fretta a Salisbury(1149).
All'albeggiare del dì, domenica 4 novembre, le alture dell'isola di Wight sorgevano dinanzi alla flotta olandese. Quel giorno era lo anniversario della nascita e del matrimonio di Guglielmo. La mattina abbassaronsi per qualche ora le vele, e sul bordo delle navi si celebrarono i divini uffici. Nel pomeriggio e per tutta la notte il naviglio seguitò a procedere. Torbay era il luogo dove il Principe aveva intendimento di approdare. Ma nella mattina del lunedì, 5 di novembre, era nuvolo. Il pilota del Brill non potè distinguere i segnali e condusse la flotta troppo oltre a Ponente. Il pericolo era grande. Ritornare contro il vento, impossibile. Il porto più vicino era Plymouth; ma quivi stavasi un presidio sotto il comando di Lord Bath; il quale si sarebbe potuto opporre allo sbarco, e ne sarebbero forse nate gravi conseguenze. Inoltre non vi poteva essere dubbio che in quel momento la flotta regia fosse uscita dal Tamigi e venisse a piene vele giù per la Manica. Russell conobbe la gravità del pericolo, e, rivoltosi a Burnet, esclamò: "Ormai potete recitare le vostre preci, o Dottore: tutto è finito." In quell'istante il vento cangiò; una brezza leggiera cominciò a spirare da Mezzogiorno: la nebbia si disperse; ricomparve il sole; e alla luce temperata d'un mezzodì d'autunno la flotta rivolse le prore, passò attorno l'elevata punta di Berry-Head, e si diresse in salvamento al porto di Torbay(1150).
XLVI. Da quell'epoca in poi quel porto ha grandemente cangiato d'aspetto. Lo anfiteatro che circonda lo spazioso bacino, adesso mostra in ogni dove i segni della prosperità e dello incivilimento. Alla estremità fra Tramontana e Levante sorge un vasto locale di bagni, ai quali accorrono le genti dalle più rimote parti dell'isola nostra attrattevi dalla dolcezza di un aere d'Italia; imperocchè in quel clima il mirto fiorisce a cielo aperto; e perfino i mesi del verno sono più dolci che lo aprile in Northumberland. Contiene circa diecimila abitatori. Le chiese e le cappelle novellamente edificate, i bagni e le biblioteche, gli alberghi e i pubblici giardini, la infermeria e il museo, le bianche strade che giacciono a guisa di terrazze, l'una sovrapposta all'altra, le amene ville che sorgono fra gli alberi e i fiori, offrono uno spettacolo grandemente diverso da qualunque altro potesse nel secolo decimo settimo offrirne la Inghilterra. All'opposita punta della baja giace, coperta da Berry-Head, la città di Brixham, dove è il più ricco mercato di pesci nell'isola. Ivi sul principio del secolo nostro sono stati fatti una darsena e un porto, ma si sono sperimentati insufficienti al traffico ognora crescente. Ha circa sessantamila abitanti, e dugento navi con un tonnellaggio più del doppio maggiore di quello del porto di Liverpool sotto i Re Stuardi. Ma Torbay, allorquando la flotta olandese vi gettò l'ancora, conoscevasi solo come un seno di mare dove i legni talvolta si rifugiavano cacciati dalle procelle dello Atlantico. Le sue tranquille spiagge non erano disturbate dal frastuono del commercio e del piacere; e i tuguri de' contadini e de' pescatori sorgevano sparsi qua e là, dove ora il luogo è coperto di popolosi mercati e di eleganti edifici.
Il contadiname della costa di Devonshire ricordava con affetto il nome di Monmouth, e detestava il Papismo. E però corse alla spiaggia recando vettovaglie e profferendosi a servire i liberatori. Subito cominciò ad eseguirsi lo sbarco. Sessanta barche trasportarono le truppe a terra. Le precedeva Mackay co' reggimenti inglesi. Gli tenne dietro il Principe, il quale sbarcò dove adesso è la riviera di Brixham. Il luogo è cangiato intieramente d'aspetto. Dove ora vediamo un porto popolato di navi, e una piazza di mercato brulicante di compratori e venditori, allora le acque rompevansi contro una desolata scogliera: ma un frammento del sasso sopra il quale il liberatore pose primamente il piede scendendo dalla sua barca, è stato con gran cura conservato ed esposto alla pubblica venerazione nel centro di quella riviera.
Il Principe, appena posto il piede a terra, chiese de' cavalli. Procuraronsi nel vicino villaggio due bestie, quali i piccoli possidenti di quel tempo solevano tenere. Guglielmo e Schomberg, montativi sopra, andarono ad esaminare il paese.
Come Burnet scese alla spiaggia, corse al Principe. Ebbe luogo tra loro un piacevole colloquio. Burnet, fattegli con sincera gioia le sue congratulazioni, chiese con sollecitudine quali erano i suoi disegni. I militari rade volte inchinano a consigliarsi con gli uomini da sottana intorno a cose spettanti alla milizia; e Guglielmo pei consiglieri che, senza professare l'arte della guerra, s'immischiano nelle questioni della guerra, sentiva un disgusto maggiore di quello che i soldati, in simili casi, ordinariamente provano. Ma in quello istante egli era di assai buono umore, ed invece d'esprimere il proprio dispiacere con una breve e pungente riprensione, graziosamente stese la destra al suo cappellano, rispondendogli con un'altra dimanda: "Orbene, Dottore, che pensate voi adesso della predestinazione?" Il rimprovero era così delicato che Burnet, il quale non avea prontissimo intendimento, non se ne accôrse; e però rispose con gran fervore ch'egli non dimenticherebbe mai il modo segnalato onde la Provvidenza aveva favorito la loro intrapresa(1151).
Nel primo giorno le milizie scese a terra patirono molti disagi. Il suolo per le cadute piogge era fangoso. I bagagli rimanevano tuttavia sulle navi. Ufficiali d'alto grado furono costretti a dormire con addosso gli abiti bagnati, sull'umido terreno: lo stesso Principe dovette contentarsi d'una povera trabacca, dove fu dalla sua nave portato un lettuccio che accomodarono sul suolo. La sua bandiera venne inalberata sul tetto di frasche(1152). Era alquanto difficile sbarcare i cavalli; e pareva probabile che a ciò fare si richiedessero vari giorni. Ma la susseguente dimane le cose cangiarono. Il vento calmossi; il mare era piano come un cristallo. Alcuni pescatori additarono un luogo dove le navi potevano spingersi fino a quaranta piedi dalla riva. E ciò fatto, in tre ore molte centinaia di cavalli sani e salvi furono condotti nuotando fino alla spiaggia.
Era appena terminato lo sbarco allorchè il vento ricominciò a soffiare impetuoso da Ponente. L'inimico che veniva giù per la Manica era stato impedito dal medesimo mutamento di tempo, che aveva concesso a Guglielmo d'approdare. Per due giorni la flotta del Re rimase immobile per la bonaccia in vista a Beachy-Head. Infine Dartmouth potè muoversi. Passò l'isola di Wight, e da uno de' suoi vascelli scoprivansi le cime degli alberi della flotta olandese ancorata in Torbay. In quel momento sopravvenne una tempesta, e lo costrinse a ricoverarsi nel porto di Portsmouth(1153). Allora Giacomo, che poteva giudicare intorno a cose di marina, si dichiarò sodisfattissimo della condotta del suo ammiraglio, il quale aveva fatto ciò che uomo potesse fare, ed aveva ceduto solo alla irresistibile contrarietà del vento e delle onde. Più tardi lo sciagurato principe cominciò, senza ragione, a sospettare che Dartmouth fosse reo di tradimento o almeno di lentezza(1154).
Il tempo aveva sì bene giovata la causa de' Protestanti, che taluni più pii che savi crederono sicuramente le ordinarie leggi della natura essere state sospese per la salvezza della libertà e della religione d'Inghilterra. Precisamente cento anni innanzi, dicevano essi, l'armata, invincibile da forza umana, era stata dispersa dal soffio dell'ira di Dio. La libertà civile e la vera fede trovaronsi di nuovo in pericolo, e di nuovo i docili elementi combatterono per la buona causa. Il vento sbuffava forte da Levante mentre il Principe voleva passare lo Stretto; cominciò a spirare da Mezzogiorno allorchè egli desiderava d'approdare a Torbay; era cessato affatto mentre facevasi lo sbarco, e divenne di nuovo procelloso percotendo in faccia la flotta regia. Nè tralasciavano di notare come per una straordinaria coincidenza il Principe fosse giunto alle nostre spiagge nel giorno in cui la Chiesa Anglicana celebrava con preci e rendimenti di grazie la memoria di quello evento onde miracolosamente la casa regale e i tre Stati del Regno avevano scansato la più nera congiura che ordissero mai i papisti. Carstairs, i cui consigli ascoltava con attenzione il Principe, gli suggerì che, appena eseguito lo sbarco, si rendessero solenni ringraziamenti a Dio per la protezione manifestamente accordata alla grande intrapresa. Questo provvedimento produsse ottimo effetto. I soldati così, persuasi d'avere il favore del cielo, sentironsi rianimati di nuovo coraggio; e il popolo inglese si formò la migliore opinione d'un capitano e d'un esercito cotanto osservatori dei religiosi doveri.
Martedì, 6 di novembre, l'armata di Guglielmo incominciò a marciare. Alcuni reggimenti si avanzarono fino a Newton-Abbot. Un sasso collocato nel centro di quella piccola città, indica tuttora il luogo dove il Manifesto del Principe fu letto solennemente al popolo. Le truppe si movevano lente: imperciocchè la pioggia cadeva giù a torrenti; e le strade della Inghilterra erano allora in condizioni che parevano terribili a genti avvezze alle eccellenti vie della Olanda. Guglielmo si fermò per due giorni in Ford, sede dell'antica e illustre famiglia di Courtenay nelle vicinanze di Newton-Abbot. Ivi fu splendidamente alloggiato e festeggiato; ma è da notarsi che il padrone di casa, comechè fosse conosciutissimo Whig, non volle essere il primo a rischiare la vita e gli averi, e cautamente si astenne di fare cosa, che, ove il Re vincesse, potesse prendersi per delitto.
XLVII. Intanto Exeter era grandemente agitata. Il vescovo Lamplugh, appena saputa la nuova dello arrivo degli Olandesi a Torbay, atterrito corse a Londra. Il Decano fuggì anch'esso. I Magistrati rimasero fedeli al Re, gli abitanti si dichiararono a favore del Principe. Ogni cosa era in iscompiglio allorquando, il giovedì mattina 8 novembre, un corpo di truppe, capitanate da Mordaunt, comparve dinanzi alla città. V'era anco Burnet, al quale Guglielmo aveva affidato lo incarico di preservare il clero della cattedrale dai danni e dagl'insulti(1155). Il Gonfaloniere e gli Aldermanni avevano ordinato che si chiudessero le porte, ma alla prima intimazione vennero aperte. Apparecchiossi l'abitazione del Decano per alloggiarvi il Principe; il quale vi arrivò il dì seguente, venerdì 9 febbraio. I Magistrati erano stati sollecitati ad andargli solennemente incontro alle porte della città, ma ostinatamente ricusarono. Nondimeno la pompa di quel giorno poteva far senza di loro. Non s'era mai visto in Devonshire un tanto spettacolo. Molti fecero mezza giornata di cammino per incontrare il campione della religione loro. Gli abitatori di tutti i villaggi circostanti uscivano in folla. Una gran moltitudine composta principalmente di giovani contadini armati de' loro bastoni si era raccolta sulla cima di Haldon-Hill, d'onde l'armata, passato Chudleigh, primamente scoprì la fertile convalle dell'Exe, e le due massicce torri sorgenti fra la nuvola di fumo che copriva la metropoli del paese occidentale. Lo stradale, per tutto il lungo pendío e il piano fino alle sponde del fiume, era fiancheggiato da file di spettatori. Dalla Porta Occidentale fino al ricinto della Cattedrale la folla e le acclamazioni erano tali che rammentavano ai Londrini lo affollarsi del popolo nel giorno festivo del Lord Gonfaloniere. Le case erano parate a festa. Porte, finestre, veroni, e tetti rigurgitavano di spettatori. Un occhio assuefatto alla pompa della guerra, avrebbe trovato molto a ridire intorno a cosiffatto spettacolo. Imperciocchè lo affannoso marciare sotto la pioggia per istrade dove i piedi de' viandanti affondavano ad ogni passo non aveva migliorato l'aspetto dei soldati nè degli arnesi loro. Ma la popolazione di Devonshire, non avvezza punto allo splendore de' campi bene ordinati, era compresa d'ammirazione e diletto. Cominciarono a correre per tutto il Regno descrizioni di cotesto marziale spettacolo, fatte in guisa da appagare la vaghezza che sente il volgo pel maraviglioso. Imperocchè l'armata olandese, composta d'uomini nati in vari climi, e che avevano militato sotto varie bandiere, offriva una scena grottesca e insieme magnifica e terribile agl'Isolani, i quali generalmente avevano confusissima idea de' paesi stranieri. Macclesfield precedeva a cavallo guidando dugento gentiluomini, la più parte d'origine inglese, coperti di luccicanti elmi e corazze, e montati sopra destrieri fiamminghi. Ciascuno di loro era accompagnato da un moro delle piantagioni di zucchero sulle coste della Guiana. I cittadini d'Exeter i quali non avevano mai veduto tanto numero d'individui della razza affricana, guardavano stupefatti que' neri visi adorni di ricamati turbanti e di bianche piume. Veniva poscia uno squadrone di cavalieri svedesi vestiti di nere armature e di pelli, e con le spade in pugno. Attiravano peculiarmente gli sguardi di tutti, poichè dicevasi che fossero abitanti d'una terra cinta dai ghiacci dell'Oceano, nella quale la notte durava sei mesi, e che ciascuno di loro avesse ucciso l'enorme orso bianco di cui indossava la pelle. Quindi circondato da una nobile compagnia di gentiluomini e di paggi procedeva sventolando all'aura il vessillo del Principe. Il popolo affollato su per i tetti e le finestre vi figgeva sopra gli sguardi leggendovi con diletto la memoranda epigrafe: "La Religione Protestante e le libertà della Inghilterra." Ma si accrebbero oltre misura le grida di plauso allorquando, preceduto da quaranta battistrada, sopra un candido destriero comparve il Principe chiuso nelle armi, con una bianca piuma sull'elmo. Lo aspetto marziale con cui egli cavalcava, la pensosa e imponente espressione della sua vasta fronte e del suo occhio aquilino si ravvisano anche oggi nel dipinto di Kneller. Una sola volta il suo austero sembiante si atteggiò al sorriso. Una donna, grave d'anni, forse appartenente a quegli zelanti Puritani i quali per ventotto anni di persecuzione avevano con ferma fede aspettato la consolazione d'Israele, o forse madre di qualche ribelle che aveva perduta la vita nella strage di Sedgemoor, o nel più atroce macello del Tribunale di Sangue, uscì dalla folla, e precipitandosi fra mezzo alle spade sguainate e ai frementi cavalli, toccò la mano del liberatore, ed esclamò che oramai era felice. Presso al Principe cavalcava un uomo sul quale parimente si fissavano gli sguardi di tutti. Dicevano che egli era il gran Conte Schomberg, il più valoroso soldato che fosse in Europa dopo la morte di Turenna e di Condé; l'uomo, il cui genio e valore avevano salvato la monarchia portoghese nel campo di Montes Claros, l'uomo che s'era acquistato gloria anche maggiore deponendo il bastone di Maresciallo di Francia per serbarsi fedele alla propria religione. Rammentavasi parimente come i due eroi, i quali indissolubilmente congiunti dal comune Protestantismo ora entravano in Exeter, un tempo erano stati l'uno all'altro avversi sotto le mura di Maastricht(1156), e che la energia del giovine principe era stata costretta a cedere alla fredda scienza del veterano, il quale adesso cavalcava amico al fianco di Guglielmo. Seguiva poi una colonna di fanti svizzeri barbuti, famosi per valore e disciplina già da due secoli in tutte le guerre del continente, ma non veduti mai fino allora in Inghilterra. Venivano quindi parecchie legioni, le quali, secondo la costumanza di quei tempi, portavano i nomi de' loro condottieri, Bentinck, Solmes e Ginkell, Talmash e Mackay. Con peculiare compiacenza gl'Inglesi miravano un valoroso reggimento che tuttavia portava il nome dell'onorando e compianto Ossory. Lo effetto di cotesto spettacolo era accresciuto dalla memoria delle famose gesta delle quali erano stati parte molti dei guerrieri che adesso entravano per Porta Orientale: imperocchè avevano ben altrimenti militato che la guardia civica di Devonshire o i soldati del campo di Hounslow. Alcuni di loro avevano respinto il feroce assalto de' Francesi sul campo di Seneff, altri erano venuti alle mani con gl'Infedeli per difendere la Cristianità nel gran giorno in cui fu levato lo assedio di Vienna. L'accesa fantasia faceva nella moltitudine aberrare gli stessi sensi. Lettere di notizie spargevano per ogni contrada del Regno favolosi racconti della statura e della forza degli invasori. Affermavasi che erano, quasi senza eccezione, alti più di sei piedi, ed avevano sì enormi picche, spade ed archibugi, che non s'era mai veduto nulla di simile in Inghilterra. Nè la maraviglia nel popolo scemò quando comparve l'artiglieria, che era composta di ventuno vasti cannoni di bronzo, ciascuno con gran fatica trascinato da sedici cavalli. Molta curiosità destò anche una strana macchina montata sopra ruote, ed era una fucina mobile provveduta di tutti gli strumenti e i materiali bisognevoli a riattare armi e carriaggi. Ma nessuna cosa suscitò tanto la universale ammirazione quanto un ponte di barche che fu celerissimamente gettato sull'Exe pel passaggio de' vagoni, e con la medesima celerità levato, e in pezzi portato via. Era stato costruito, se la fama porgeva il vero, secondo un disegno immaginato dai Cristiani che guerreggiavano contro i Turchi sul Danubio. Gli stranieri ispiravano affetto insieme ed ammirazione. Il loro condottiere politico studiossi di acquartierarli in modo da recare il minore incomodo possibile agli abitatori di Exeter e dei circostanti villaggi. Fu mantenuta la più rigorosa disciplina. Non solo s'impedì efficacemente il saccheggio e l'insulto, ma fu ingiunto alle truppe di mostrarsi cortesi a tutte le classi. Coloro i quali giudicavano d'un'armata dalla condotta di Kirke e de' suoi Agnelli, rimanevano attoniti a vedere i soldati di Guglielmo non bestemmiare mai parlando alle ostesse, o non prendere un ovo senza pagarlo. In ricambio di cotesta moderazione il popolo li provvide abbondantemente di vettovaglie a modico prezzo(1157).  Era di non poca importanza vedere il partito al quale in questa gran crisi il Clero della Chiesa Anglicana si appiglierebbe. I membri del Capitolo di Exeter furono i primi richiesti a dichiararsi. Burnet fece sapere ai Canonici, ormai per la fuga del Decano rimasti senza capo, che non sarebbe loro più oltre consentito di usare la preghiera pel Principe di Galles, e che si celebrerebbe un solenne servigio divino in onore del prospero arrivo del Principe d'Orange. I Canonici non vollero mostrarsi ne' loro stalli; ma alcuni de' coristi e prebendari intervennero. Guglielmo si condusse con gran solennità militare alla Cattedrale; ed appena entratovi, il famoso organo, che non era secondo a nessuno di quelli onde avea vanto la Olanda, cominciò a suonare trionfalmente. Egli ascese al magnifico seggio vescovile, adorno d'intagli del secolo decimoquinto. Gli stava ai piedi Burnet, e da ambo i lati era schierata una turba di guerrieri e di nobili. I cantori, vestiti di bianco, intonarono il Te Deum. Finito il cantico, Burnet lesse il Manifesto del Principe(1158); ma come ebbe profferite le prime parole i prebendari e i cantori uscirono frettolosamente dal coro. Infine Burnet gridò: "Dio salvi il Principe d'Orange!" E molte voci fervorosamente risposero "Amen(1159)."
La domenica, 11 novembre, Burnet predicò dinanzi al Principe nella Cattedrale, e si diffuse sopra la grande misericordia di Dio verso la Chiesa e la nazione d'Inghilterra. Nel tempo stesso un evento singolarissimo seguiva in un luogo sacro di minore importanza. Ferguson ardeva di predicare in una ragunanza di presbiteriani. Il ministro e gli anziani non lo consentirono: ma quel torbido e mezzo demente uomo, immaginando che fossero giunti di nuovo i tempi di Fleetwood e di Harrison, forzò lo ingresso, e con la spada in pugno facendosi far largo, ascese sul pulpito, ed eruttò una feroce invettiva contro il Re. Ma la stagione per siffatte follie non era più; e cotesta scena altro non eccitò che scherno e disgusto(1160).
XLVIII. Mentre le sopra narrate cose accadevano in Devonshire, l'agitazione in Londra era grandissima. Il Manifesto del Principe, nonostanti tutte le cautele del Governo, correva per le mani di ciascuno. Il dì sesto di novembre, Giacomo, ancora ignorando in qual parte della costa gl'invasori erano sbarcati, chiamò alle sue stanze il Primate ed altri tre Vescovi, cioè Compton di Londra, White di Peterborough, e Sprat di Rochester. Il Re cortesemente si stette ad ascoltare i prelati che facevano fervide proteste di lealtà, e li assicurò che non aveva di loro il più lieve sospetto. "Ma dov'è" soggiunse poi "lo scritto che mi dovevate portare?" - "Sire," rispose Sancroft "non abbiamo nessuno scritto da darvi. Non abbiamo mestieri scolparci al cospetto del mondo. Non è cosa nuova per noi il patire insulti e calunnie. La nostra coscienza ci assolve: la Maestà Vostra ci assolve: e di ciò siamo satisfatti." - "Bene" disse il Re. "Ma una dichiarazione fatta da voi mi è necessaria." E mostrando loro un esemplare del Manifesto del Principe, "Ecco" soggiunse, "ecco in che modo voi siete qui rammentati." - "Sire," rispose uno de' Vescovi, "nè anche una persona in cinquecento reputa genuino cotesto documento." - "No!" esclamò fieramente il Re: "eppure questi cinquecento condurranno il Principe d'Orange a segarmi la gola." - "Dio nol voglia," esclamarono ad una voce i prelati. Ma Giacomo che non fu mai di lucido intendimento, adesso lo aveva onninamente turbato. Una delle peculiarità del suo carattere consisteva in questo, che quando la sua opinione non veniva adottata, ei credeva che si dubitasse della sua veracità. "Questo scritto non è genuino!" esclamò egli svoltandone con le proprie mani i fogli. "Non sono io degno di fede? La mia parola non val forse nulla?" - "Ad ogni modo, o Sire," disse uno de' Vescovi "questo non è affare ecclesiastico, ed entra nella sfera della potestà secolare. Dio ha posta nelle mani vostre la spada; e non ispetta a noi invadere le vostre funzioni." Allora lo Arcivescovo con quella dolce e temperata malignità che reca più profonde ferite, chiese scusa di non volere impacciarsi di documenti politici. "Io e i miei confratelli, o Sire," soggiunse "abbiamo già crudelmente sofferto per esserci voluti immischiare negli affari di Stato: e saremo sì cauti da non farlo di nuovo. Una volta firmammo una innocentissima petizione; la presentammo nella maniera più rispettosa; e ci fu detto di avere commesso un grave delitto. La sola misericordia divina potè salvarci. E, Sire, i vostri Procuratore ed Avvocato Generali affermarono, come fondamento d'accusa, che noi fuori del Parlamento siamo uomini privati, e quindi era criminosa presunzione in noi lo immischiarsi di cose politiche. E ci aggredirono con tale furore, che, quanto a me, io mi detti per ispacciato." - "Vi ringrazio di ciò che dite, Monsignore di Canterbury," disse il Re; "speravo che non vi reputaste perduto cadendo nelle mie mani." Queste parole sarebbero state bene nella bocca d'un Sovrano misericordioso, ma uscivano di mala grazia dalle labbra d'un principe il quale aveva arsa viva una donna per avere ospitato uno de' fuorusciti; d'un principe, il quale erasi mostrato duro come un macigno verso il nipote, che disperatamente dolorando gli abbracciava le ginocchia. Ma lo Arcivescovo non era uomo da lasciarsi imporre silenzio. Egli riepilogò la storia delle proprie vicende, enumerò gl'insulti che le creature della corte avevano fatto alla Chiesa Anglicana, e fra gli altri non dimenticò gli scherni ai quali era stato segno il suo stile. Il Re non aveva nulla a dire se non che era inutile ripetere le vecchie doglianze, e ch'egli aveva sperato coteste cose essere già cadute in oblio. Egli, che non dimenticava mai la più lieve ingiuria, non sapeva intendere in che guisa altri avessero a rammentarsi per poche settimane le più mortali ingiurie che avesse fatto loro.
Infine il discorso fu ricondotto al subietto dal quale aveva deviato. Il Re instava perchè i Vescovi dichiarassero con pubblico documento aborrire dalla impresa del Principe. Ma essi protestando sommessamente della loro lealtà, furono ostinatissimi a ricusare, dicendo il Principe asserire che era stato invitato da' Pari spirituali e secolari; l'addebito era a tutti comune; perchè dunque non doveva essere comune anco la discolpa? "Io vedo come egli è," disse Giacomo. "Voi avete favellato con alcuni Pari secolari, i quali vi hanno persuaso a contrariarmi in questo negozio." I Vescovi solennemente affermarono che ciò non era vero. Ma sembrerebbe strano, soggiunsero, che in una questione che spettava a cose politiche e militari importantissime, non si avesse a far conto de' Pari secolari, e la parte precipua fosse assegnata ai prelati. "Ma questo" disse il Re "è il mio metodo. Io sono il Re vostro; e spetta a me giudicare di ciò che meglio mi conviene. Io vo' fare a mio modo; e richiedo che mi aiutiate." I Vescovi lo assicurarono di aiutarlo come ministri di Dio con le loro preci, e come Pari del Regno col loro consiglio nel Parlamento. Giacomo, al quale non facevano mestieri nè le preci degli eretici nè consigli di Parlamento, si sentì amaramente contrariato. Dopo un lungo alterco: "Ho finito" disse egli, "io non vi dirò più nulla. Dacchè non volete secondarmi, è uopo ch'io confidi in me solo e nelle mie armi(1161)."
XLIX. I Vescovi s'erano appena partiti dal cospetto del Re, allorquando giunse un messo recando la nuova che il dì precedente il Principe d'Orange era sbarcato in Devonshire. Nella susseguente settimana Londra fu nella più violenta agitazione. La domenica, 11 novembre, si sparse la voce che dentro un monastero istituito in Clerkenwell sotto la protezione del Re nascondevansi coltelli, gratelle e caldaie per torturare gli eretici. Una gran folla si raccolse attorno quell'edificio, e stava per demolirlo, allorchè giunse la forza militare. La folla fu dispersa, e vari individui rimasero morti. Fu fatta una inchiesta, e i Giurati diedero una decisione tale che era indizio certo del pubblico sentire. Dissero che alcuni leali e bene intenzionati individui, i quali erano accorsi per disperdere i traditori e i pubblici nemici ragunatisi intorno ad un convento cattolico, erano stati premeditatamente assassinati dai soldati: e questo strano giudicio fu firmato da tutti i Giurati. Gli ecclesiastici di Clerkenwell, naturalmente impauriti a questi sinistri segni, volevano porre in salvo le cose loro. Venne lor fatto di trafugare la maggior parte de' propri mobili innanzi che traspirasse nella città la loro intenzione. Ma finalmente la marmaglia ne ebbe sospetto. Gli ultimi due barocci furono fermati in Holborn, e tutto ciò che v'era sopra fu arso nella pubblica via. E n'ebbero tanto terrore i Cattolici, che tutti i luoghi destinati al loro culto furono chiusi, tranne quelli che appartenevano alla famiglia regale ed agli Ambasciatori stranieri(1162).
Nulladimeno le cose non procedevano per anche affatto sfavorevoli a Giacomo. Gl'invasori da parecchi giorni erano in Inghilterra, e non pertanto nessun personaggio notevole si era con essi congiunto. Nessuno scoppio di ribellione nè a settentrione nè a levante. Non pareva che alcuno impiegato avesse tradito il proprio Sovrano. L'armata regia s'andava speditamente raccogliendo in Salisbury, e quantunque per disciplina fosse inferiore a quella di Guglielmo, la superava per numero.
L. Senza dubbio il Principe rimase attonito e mortificato vedendo la indolenza di coloro che lo aveano invitato alla impresa. Il basso popolo di Devonshire lo aveva accolto con ogni segno di affetto: ma nessuno de' Nobili, nessun gentiluomo di alta importanza era fino allora accorso al quartiere generale. La spiegazione di questo singolarissimo fatto è probabilmente da trovarsi in ciò, che egli aveva approdato ad un luogo dell'isola, nel quale ei non era aspettato. I suoi amici nel paese settentrionale avevano fatti i necessari apparecchi ad insorgere, supponendo ch'egli si mostrerebbe fra loro con un'armata. I suoi amici nelle contrade occidentali non avevano fatto apparecchi di nessuna specie, e rimasero naturalmente sconcertati trovandosi allo improvviso chiamati ad iniziare un movimento sì grande e pieno di pericoli. Rammentavano, o, per dir meglio, avevano dinanzi agli occhi i disastrosi effetti della ribellione, forche, capi mozzi, membra squartate, famiglie tuttavia coperte di vesti gramagliose per la morte di que' valorosi che avevano amata la patria loro di grande ma imprudente amore. Dopo esempi così terribili e recenti era naturale lo esitare. Era medesimamente naturale, dall'altro canto, che Guglielmo, il quale, fidandosi alle promesse giuntegli dalla Inghilterra, aveva posto a repentaglio non solo la fama e le sorti sue, ma anche la prosperità e la indipendenza della sua terra natia, ne rimanesse profondamente mortificato. E n'ebbe tanto sdegno, che parlò di retrocedere a Torbay, rimbarcare le sue truppe, e ritornare in Olanda abbandonando coloro che lo avevano tradito al ben meritato destino. Infine il lunedì, 12 novembre, un gentiluomo chiamato Burrington, che abitava nelle vicinanze di Crediton, accorse al vessillo del Principe, e il suo esempio fu seguito da alcuni altri di quei luoghi.
LI. E già parecchi personaggi di maggiore importanza da varie parti del paese dirigevansi ad Exeter. Primo tra loro era Giovanni Lord Lovelace, uomo cospicuo per gusto, per magnificenza e per audaci e veementi opinioni Whig. Era stato per cagioni politiche cinque o sei volte messo in carcere. L'ultimo delitto di cui gli facevano addebito era il non avere egli voluto riconoscere la validità d'un mandato d'arresto firmato da un Giudice di Pace cattolico. Tradotto dinanzi il Consiglio Privato, aveva subito rigoroso esame, ma senza esito alcuno. Ostinatamente ricusò di confessarsi reo; e le testimonianze a lui contrarie non furono bastevoli a farlo condannare. Fu posto in libertà; Ma avanti ch'egli si partisse, Giacomo, acceso d'ira, esclamò(1163): "Milord, questa non è la prima volta che voi mi gabbate." - "Sire," rispose Lovelace imperterrito "io non ho mai gabbato Vostra Maestà, nè alcun altro; e i miei accusatori, qualunque essi siano, mentiscono." Lovelace era stato dipoi ammesso alla confidenza di coloro che tramavano la rivoluzione(1164). La sua magione, edificata dagli avi suoi con le spoglie de' galeoni spagnuoli che tornavano dalle Indie, inalzatasi sopra le rovine d'un edifizio dedicato a Nostra Donna in quella amenissima valle, fra mezzo alla quale il Tamigi, ancora non contaminato dal contatto d'una grande capitale, e le cui acque non erano costrette ad alzarsi ed abbassarsi pel flusso e riflusso del mare, scorre sotto foreste di faggi attorno le vaghe colline di Berkshire. Sotto la magnifica sala adorna delle opere de' pennelli italiani, era un sotterraneo, nel quale talora s'erano trovate le ossa di vetusti cenobiti. In questo tenebroso luogo alcuni zelanti e audaci oppositori del Governo eransi molte volte nel cuor della notte raccolti a secreto colloquio in que' giorni ne' quali la Inghilterra ansiosamente aspettava il vento protestante(1165). Adesso era giunto il tempo d'operare. Lovelace con settanta suoi seguaci, bene armati a cavallo, partì dalla sua abitazione dirigendosi verso ponente. Giunse alla Contea di Gloucester senza incontrare veruno ostacolo. Ma Beaufort, governatore di quella Contea, faceva ogni sforzo d'autorità e d'influenza a difesa della Corona. Aveva chiamato alle armi la milizia civica, e ne aveva appostata una forte schiera a Cirencester. Come Lovelace quivi arrivò, gli fu fatto sapere che gli verrebbe negato il passo. Gli era quindi forza o abbandonare il suo disegno o aprirsi la via combattendo. Deliberò di combattere; e gli amici e fittajuoli suoi valorosamente lo secondarono. Si venne alle mani; la milizia civica perdè un ufficiale e sei o sette uomini; ma infine i seguaci di Lovelace furono vinti, ed egli, fatto prigione, fu mandato al castello di Gloucester(1166).
LII. Ad altri corse più prospera la fortuna. Nel giorno in cui accadeva la scaramuccia in Cirencester, Riccardo Savage Lord Colchester, figlio ed erede del conte Rivers, e padre, per un illegittimo amore, di quello sventurato poeta i cui misfatti ed infortuni formano una delle più nere pagine della storia letteraria, giunse con tra sessanta o settanta cavalieri ad Exeter. Con lui vi arrivò lo audace e turbulento Tommaso Wharton. Poche ore dopo comparve Eduardo Russell, figlio del conte di Bedford e fratello del virtuoso gentiluomo al quale era stato mozzo il capo sul palco. Un altro arrivo di maggiore importanza fu poco dopo annunziato. Colchester, Wharton, e Russell appartenevano a quel partito che era stato sempre avverso alla corte. All'incontro Giacomo Bertie, conte d'Abingdon, veniva considerato come partigiano del governo dispotico. S'era mostrato fedele a Giacomo nel tempo in cui discutevasi della Legge d'Esclusione. Mentre era Luogotenente d'Oxford aveva agito con severità e vigore contro i fautori di Monmouth, ed aveva acceso fuochi di gioia per celebrare la sconfitta d'Argyle. Ma il timore del papismo lo aveva cacciato nella opposizione fra' ribelli. Egli fu il primo Pari del Regno che comparisse al quartiere generale del Principe d'Orange(1167).
Ma il Re aveva meno da temere da coloro i quali apertamente procedevano avversi all'autorià(1168) sua, che dalla tenebrosa congiura le cui fila eransi sparse nella sua armata e perfino nella sua propria famiglia. Della quale congiura va considerato come l'anima Churchill, uomo senza rivali per sagacia e destrezza, da natura dotato d'una certa fredda intrepidezza che non gli veniva mai meno nel combattere o nel mentire, occupante un posto elevato nell'ordine militare, e oltre misura favorito dalla Principessa Anna. Non era ancora tempo ch'egli facesse il colpo decisivo. Ma anche allora, per mezzo d'un suo agente subordinato, inflisse una ferita, se non mortale, gravissima alla causa regia.
LIII. Eduardo, visconte Cornbury, figlio primogenito del conte di Clarendon, era un giovane di poca abilità, di stemperati costumi, e d'indole violenta. Aveva da' suoi primi anni imparato a considerare i suoi vincoli di sangue con la Principessa Anna come lo sgabello a salire sublime, e lo avevano esortato a tenersela bene edificata. Non era mai venuto in mente al padre suo che la lealtà ereditaria degli Hyde potesse correre pericolo di contaminarsi dentro la famiglia della figliuola prediletta del Re: ma in quella famiglia signoreggiavano i Churchill; e Cornbury divenne loro strumento. Comandava uno de' reggimenti de' Dragoni che era stato mandato nelle contrade occidentali. Le cose erano state disposte in modo che per poche ore il dì 14 novembre egli fosse il più anziano degli ufficiali in Salisbury, e tutte le milizie ivi raccolte rimanessero sottoposte alla sua autorità. E' sembra straordinario che in tanta crisi, l'armata dalla quale ogni cosa dipendeva, fosse, anco per un solo istante, lasciata sotto il comando d'un giovane colonnello, privo d'abilità e di esperienza. Se non che mal può dubitarsi che tale combinazione fosse lo effetto di un disegno profondamente meditato, e non è dubbio nessuno a quale testa ed a qual cuore si debba attribuire.  Tosto fu dato ordine a' tre reggimenti di cavalleria congregati in Salisbury di marciare verso ponente. Lo stesso Cornbury, capitanandoli, li condusse prima a Blandford, poscia a Dorchester, donde, dopo un'ora di riposo, partirono per Axminster. Alcuni degli ufficiali cominciarono a sentire inquietudine e chiesero la spiegazione di questi strani movimenti. Cornbury rispose ch'egli aveva ordini di dare un notturno assalto ad alcune schiere dal Principe d'Orange poste in Honiton. Non per ciò si spense ogni sospetto. Alle ripetute insistenze Cornbury evasivamente rispondeva, finchè gli ufficiali vivamente lo sollecitarono mostrasse loro i pretesi ordini. Egli s'accòrse non solo essergli impossibile di condurre più oltre, secondo che aveva sperato, i tre reggimenti, ma trovarsi in grave pericolo. Per la qual cosa riparò con pochi seguaci al quartiere generale degli Olandesi. La maggior parte delle sue milizie ritornò a Salisbury: ma alcuni soldati, già distaccati dal corpo, seguitarono a dirigersi ad Honiton. Quivi trovaronsi in mezzo ad una grossa schiera bene apparecchiata a riceverli. Resistere era impossibile. Il loro condottiere li persuase a porsi sotto il vessillo di Guglielmo. A gratificarli venne loro offerto un mese di paga, che fu dalla più parte di loro accettata(1169).
La nuova di questi eventi giunse a Londra il dì 15. Giacomo in quella mattina era di buonissimo umore. Il vescovo Lamplugh s'era pur allora presentato a Corte arrivando da Exeter, ed era stato con estrema cortesia accolto. "Monsignore," gli disse il Re "voi siete un vero vecchio Cavaliere." L'arcivescovato di York, da due anni e mezzo vacante, fu immediatamente conferito a Lamplugh in rimunerazione della sua lealtà. Nel pomeriggio, il Re pur allora s'era posto a desinare, quando giunse un messo recando la nuova della diserzione di Cornbury. Giacomo lasciò intatto il pranzo, mangiò un crostino di pane, bevve un bicchiere di vino, e si ritirò alle sue stanze. Seppe dipoi che mentre alzavasi da mensa, vari Lordi ne' quali egli poneva grandissima fiducia, stringevansi vicendevolmente le destre nella contigua galleria congratulandosi del prospero andamento delle cose. Quando la nuova fu recata agli appartamenti della Regina, essa e le sue cameriste diedero in uno scoppio di pianto, mettendo dolorose grida(1170).
E davvero il colpo era gravissimo. Egli è vero che la perdita che direttamente faceva la Corona e il guadagno diretto degli invasori ascendeva appena a dugento uomini ed altrettanti cavalli. Ma dove avrebbe potuto d'allora in poi Giacomo trovare que' sentimenti che formano la forza degli Stati e degli eserciti? Cornbury era lo erede di una casa che primeggiava fra tutte pel suo affetto verso la monarchia. Clarendon suo padre e Rochester suo zio erano uomini la cui fedeltà riputavasi inaccessibile ad ogni qualsiasi tentazione. Quale doveva essere la forza di quel sentimento contro cui nulla giovavano gli ereditari pregiudizi più profondamente radicati, di quel sentimento che poteva persuadere un giovine ufficiale d'alta nascita alla diserzione, resa più colpevole dallo abuso di fiducia e dalla menzogna? Lo avvenimento era assai più grave appunto perchè Cornbury non era dotato di egregie qualità nè d'indole intraprendente. Era impossibile dubitare che esistesse in alcun luogo una mano più potente ed artificiosa che lo moveva. Tosto si conobbe chi era cotesto motore. Intanto non v'era uomo nel campo regio che fosse sicuro di non essere circondato da traditori. Il grado politico, il grado militare, l'onore d'un gentiluomo, l'onore d'un soldato, le più forti proteste di fedeltà, il più puro sangue di Cavaliere, oramai non offrivano sicurtà alcuna. Ciascuno poteva dubitare che gli ordini datigli da' suoi superiori non tendessero a giovare l'inimico. Era quindi necessariamente distrutta quella cieca obbedienza senza la quale gli eserciti diventano una semplice marmaglia. Quale disciplina poteva esistere tra soldati che s'erano dianzi sottratti ad una trama, ricusando di seguire il loro capitano in una secreta spedizione, e insistendo che mostrasse gli ordini sovrani?
Cornbury fu poco dopo seguito da una folla di disertori che lo superavano per grado e capacità: ma per pochi giorni egli fu solo nella sua vergogna ed acremente ripreso da molti i quali poscia, imitandone lo esempio, gl'invidiarono la disonorevole precedenza. Era fra costoro il suo proprio padre. Clarendon, appena saputane la nuova, diede pateticamente in uno scoppio di rabbia e di dolore. "Dio mio!" esclamò "che un mio figliuolo debba essere ribelle!" Quindici giorni dopo era anche egli nel numero de' ribelli. Nondimeno sarebbe ingiusto chiamarlo un ipocrita. Nelle rivoluzioni la vita dell'uomo si svolge celerissima: la esperienza di molti anni si trova concentrata tutta in poche ore: le vecchie abitudini di pensiero e d'azione violentemente si rompono: le novità, che a primo sguardo destano timore ed aborrimento, in pochi giorni diventano familiari, tollerabili, seducenti. Molti, dotati di virtù più pura e di maggiore animo che non fosse Clarendon, erano pronti, innanzi che si chiudesse quell'anno memorabile, a fare ciò che al principio dell'anno essi avrebbero giudicato iniquo ed infame.
Lo sventurato padre, come meglio potè ricomponendosi, fece chiedere una privata udienza al Re, il quale gliela consentì. Giacomo con insolita cortesia disse commiserare nel profondo del cuore i parenti di Cornbury, e non reputarli tenuti a render conto del delitto commesso dallo indegno giovane. Clarendon ritornò a casa sua non osando guardare in viso i propri amici. Tosto nondimeno ei rimase attonito sapendo che l'azione la quale, secondo che egli credè in sulle prime, aveva per sempre disonorata la sua famiglia, era stata applaudita da vari personaggi alto locati. La Principessa di Danimarca sua nipote gli chiese perchè si teneva chiuso agli occhi del mondo. Egli rispose, la scelleraggine del figlio averlo oppresso di vergogna. Anna parve di non intendere punto, e soggiunse: "La gente è molto inquieta rispetto al papismo. Io credo che molti altri dello esercito faranno lo stesso(1171)."
Il Re, grandemente perturbato, chiamò a sè i precipui ufficiali che erano in Londra. Churchill che verso quel tempo era stato promosso al grado di Luogotenente Generale, si presentò con quella blanda serenità di aspetto, che non era mai turbata da periglio o da infamia. All'adunanza intervenne Enrico Fitzroy Duca di Grafton, il quale per audacia ed operosità predistinguevasi tra i figli naturali di Carlo Secondo. Grafton era colonnello del primo reggimento delle Guardie a piedi. A quanto pare, in quel tempo egli era sotto l'impero di Churchill, ed apparecchiato a disertare dalla regia bandiera, appena giungesse il momento opportuno. Erano anco ivi presenti due altri traditori, cioè Kirke e Trelawney, i quali comandavano due feroci e sfrenate bande, allora detti i reggimenti di Tangeri. Entrambi, al pari degli altri ufficiali protestanti dello esercito, da lungo tempo mal tolleravano la predilezione del Re verso i suoi correligionari; e Trelawney in ispecie rammentava con acre risentimento la persecuzione del vescovo di Bristol suo fratello. Giacomo favellò all'assemblea con parole degne d'un migliore uomo e d'una causa migliore. Disse potere darsi che taluni degli ufficiali avessero scrupoli di coscienza per combattere in suo favore. Quando così fosse, ei desiderava che dessero la loro rinuncia. Ma li esortava e come gentiluomini e come soldati a non imitare il vergognoso esempio di Cornbury. Tutti parevano commossi, e nessuno lo era quanto Churchill. Egli fu il primo a giurare con ben simulato entusiasmo d'essere pronto a spargere fino l'ultima stilla del proprio sangue pel suo amato Sovrano. Simiglianti proteste fece Grafton; e Kirke e Trelawney ne seguirono lo esempio(1172).
LIV. Ingannato da tali assicuranze il Re si apparecchiò a recarsi in Salisbury. Avanti la sua partenza seppe che un numero considerevole di Pari secolari e spirituali desiderava un'udienza. Andavano, guidati da Sancroft, per porre nelle mani di Giacomo una petizione, nella quale lo pregavano a convocare un libero e legittimo Parlamento, e aprire pratiche d'accordo col Principe d'Orange.
La storia di questa petizione è ben curiosa. E' sembra che due grandi capi de' partiti, che da lungo tempo rivaleggiavano ed osteggiavansi, ne concepissero ad un tempo il pensiero. Parlo di Rochester e di Halifax. Ambedue, senza che l'uno sapesse dell'altro, ne chiesero consiglio ai Vescovi. I Vescovi caldamente ne approvarono la idea. Fu quindi proposto di ragunare un'assemblea di Pari, onde deliberare intorno alla forma da darsi alla sopra riferita petizione. E perchè era il tempo delle sessioni giudiciarie, gli uomini di grado e di alta condizione quotidianamente accorrevano a Westminster Hall come adesso affollansi ai Circoli di Pall Mall in Saint James's-Street(1173). Nulla poteva essere più facile ai Pari ivi presenti, che ritirarsi in qualche stanza contigua, e sedersi a consulta. Ma sorsero inaspettatamente alcuni ostacoli. Halifax prima si mostrò freddo, poi contrario. Era sua indole obiettare ad ogni cosa, ed in questa occasione le sue facoltà intellettive aguzzava la rivalità. Il disegno, da lui approvato mentre consideravalo come suo proprio, cominciò a dispiacergli appena seppe ch'era anco venuto in mente a Rochester, dal quale egli era stato lungamente avversato e infine cacciato dal posto, e che egli odiava, secondochè lo consentiva il suo pacifico temperamento. Nottingham allora lasciava trascinarsi da Halifax; ed entrambi dichiararono che non avrebbero posto i nomi loro nella petizione qualora Rochester vi apponesse il suo. Clarendon invano lo scongiurò. "Io non intendo mancare di rispetto a Milord Rochester," rispose Halifax "ma egli è stato membro della Commissione Ecclesiastica, gli atti della quale tra breve saranno subietto di gravissima inchiesta; e non è convenevole che un uomo il quale ha seduto in quel tribunale partecipi alla nostra petizione." Nottingham con alte parole di stima personale verso Rochester fu della opinione di Halifax. L'autorità di questi due Lordi dissenzienti distolse vari altri dal sottoscrivere l'indirizzo; ma gli Hyde e i Vescovi stettero fermi. Si raccolsero diciannove firme; e i chiedenti recaronsi in corpo al cospetto del Re(1174).
Giacomo ricevè di mala grazia la petizione. Li assicurò stargli molto a cuore la convocazione d'un libero Parlamento; e promise, sulla fede di Re, che lo convocherebbe appena il Principe d'Orange sgombrasse dall'isola. "Ma in che guisa" disse egli "può dirsi libero un Parlamento mentre il Regno è invaso da un nemico, che può disporre di quasi cento voti?" Ai prelati favellò con peculiare acrimonia, dicendo: "L'altro giorno non potei indurvi a protestare contro questa invasione: ma voi adesso siete abbastanza pronti a dichiararvi contro me. Allora non v'era lecito immischiarvi di cose politiche; ed ora non avete scrupolo a farlo. Voi avete suscitato questo spirito di ribellione nel vostro gregge, e adesso lo fomentate. Fareste meglio ad insegnare al popolo il modo di obbedire, che insegnare a me il modo di governare." S'accese poi di grande ira come vide sotto il nome di Grafton segnato presso quello di Sancroft, ed aspramente gli disse: "Voi non sapete un jota di religione, nè ve ne importa nulla; e nondimeno, in fè di Dio! pretendete d'avere una coscienza." - "Egli è vero, o Sire," rispose con impudente franchezza il nipote; "egli è vero che io ho poca coscienza; ma appartengo ad un partito che ne ha molta(1175)."
LV. Per quanto fossero acri le parole del Re, lo erano meno di quelle che profferì dopo che i Vescovi si furono dalla sua presenza partiti. Disse d'avere già fatto troppo sperando di gratificarsi un popolo irreverente ed ingrato; avere sempre abborrito dalla idea di fare concessioni; ma vi s'era lasciato indurre; e adesso, come il padre suo, vedeva per prova che le concessioni rendono i sudditi più esigenti. Quinci innanzi non cederebbe in nulla, nè anche d'un atomo; e secondo suo costume ripetè più volte e con forza: "Nè anche d'un atomo." Non solo non farebbe proposte agli invasori, ma non ne accetterebbe nessuna. Se gli Olandesi mandassero a chiedere tregua, il primo messaggiero sarebbe rimandato senza risposta, il secondo impiccato(1176). In tale umore Giacomo partì per Salisbury. Il suo ultimo atto, avanti di partirsi, fu di nominare un Consiglio di cinque Lordi, perchè lo rappresentassero durante la sua assenza. De' cinque, due erano papisti, e per virtù della legge inabili ad occupare gli uffici. Jeffreys era con essi, ma la nazione detestavalo più dei papisti. A Preston e Godolphin, che erano gli altri due membri, non si poteva nulla obiettare. Il dì, in che il Re partì da Londra, il Principe di Galles fu mandato a Portsmouth. Questa fortezza aveva uno strenuo presidio sotto il comando di Berwick. Era lì presso la flotta comandata da Dartmouth; e supponevasi, che ove le cose procedessero male, il regio infante si sarebbe senza ostacolo potuto condurre in Francia(1177).
LVI. Il dì 19, Giacomo giunse a Salisbury, e pose il suo quartiere generale nel palazzo del Vescovo. Da ogni parte gli arrivavano sinistre nuove. Le Contee occidentali alla perfine erano insorte. Appena si seppe la diserzione di Cornbury, molti ricchi possidenti presero animo ed accorsero ad Exeter. Era fra essi Sir Guglielmo Portman di Bryanstone, uno de' più grandi uomini della Contea di Dorset, e Sir Francesco Warre di Hestercombe che aveva somma riputazione nella Contea di Somerset(1178). Ma il più cospicuo de' nuovi venuti era Seymour, che aveva di recente ereditato il titolo di baronetto, - titolo che aggiungeva poco alla sua dignità, - e per nascita, per influenza politica e per abilità parlamentare primeggiava oltre ogni paragone fra' gentiluomini Tory d'Inghilterra. Dicesi che nella prima udienza porgesse tale argomento dell'altera indole sua, che recò maraviglia e sollazzo al Principe. "Io credo, Sir Eduardo," disse Guglielmo per usargli una cortesia "che voi siate della famiglia del Duca di Somerset." - "Altezza, chiedo scusa," rispose Sir Eduardo che non dimenticava mai d'essere il capo del ramo maggiore de' Seymours, "il Duca di Somerset è della mia famiglia(1179)."
Il quartiere generale di Guglielmo allora cominciò a prendere la sembianza d'una corte. Sessanta e più personaggi cospicui per grado ed opulenza trovavansi in Exeter; e la mostra quotidiana delle ricche livree e de' cocchi a sei cavalli nel ricinto della Cattedrale rendeva in alcun modo immagine della magnificenza e gaiezza di Whitehall. Il basso popolo anelava di correre alle armi, sì che sarebbe stato agevole formare molti battaglioni di fanti. Ma Schomberg, che faceva poco conto di soldati novellamente tolti allo aratro, sosteneva che ove la impresa non avesse prospero successo senza siffatto aiuto, non sarebbe riuscita affatto: e Guglielmo, che quanto Schomberg bene intendevasi d'arte militare, era del medesimo parere. E però difficilmente concedeva commissioni di reclutare nuovi reggimenti, non accettando altri che uomini scelti.
Desideravasi che il Principe ricevesse pubblicamente in corpo tutti i nobili e i gentiluomini che s'erano raccolti in Exeter. Rivolse loro brevi, caute e dignitose parole. Disse che sebbene non conoscesse di aspetto tutti coloro che gli stavano dinanzi, pure ne aveva notati i nomi, e sapeva quale insigne reputazione godessero nel paese loro. Dolcemente li rimproverò di lentezza ad accorrere, ma espresse la ferma speranza che non sarebbe stato troppo tardi per salvare il reame. "Adunque, o gentiluomini, amici, e confratelli protestanti," soggiunse egli "noi con tutto il cuore diciamo a tutti voi e ai seguaci vostri, siate ben venuti alla nostra corte ed al nostro campo(1180)."
Seymour, accorto uomo politico, per la sua lunga esperienza nella tattica delle fazioni, tosto conobbe che il partito che s'andava raccogliendo sotto il vessillo del Principe aveva mestieri d'essere organizzato. Lo chiamava una corda di sabbia: non v'era scopo comune o formalmente determinato; nessuno s'era impegnato a nulla. Appena si sciolse l'assemblea tenuta da Guglielmo nel Decanato, Seymour fece chiamare Burnet, e gli suggerì il pensiero di formare un'associazione, e d'obbligare tutti gl'Inglesi aderenti al Principe ad apporre le loro firme ad un documento, in cui si dichiarassero fedeli al loro condottiero e si vincolassero vicendevolmente. Burnet riferì la cosa al Principe ed a Shrewsbury, i quali l'assentirono. Fu convocata un'adunanza nella Cattedrale, dove fu letto, approvato, e firmato un breve documento scritto da Burnet. I soscrittori promettevano di eseguire concordemente le cose contenute nel Manifesto di Guglielmo; difendere lui, ed a vicenda difendersi; fare segnalata vendetta di chi attentasse alla vita di lui, ed anche, ove siffatto attentato sventuratamente avesse effetto, persistere nella impresa finchè le libertà e la religione del paese fossero pienamente assicurate(1181).
Verso quel tempo arrivò ad Exeter un messaggiero del Conte di Bath, il quale aveva il comando di Plymouth. Bath poneva sè, le sue truppe e la fortezza da lui governata a disposizione del Principe. Gl'invasori quindi non avevano più un solo nemico alle spalle(1182).
LVII. Mentre le contrade occidentali in tal guisa insorgevano ad affrontare il Re, le settentrionali gli divampavano dietro. Il dì 16, Delamere corse alle armi nella Contea di Chester. Convocò i suoi fittajuoli, gli esortò a seguirlo, promise loro che, ove cadessero in battaglia, ei rinnoverebbe il fitto ai loro figli, ed ammonì chiunque avesse un buon cavallo di andare al campo, o mandarvi altri in sua vece(1183). Comparve a Manchester con cinquanta armati a cavallo, il quale numero si triplicò innanzi ch'egli giungesse a Boaden Downs.
Le circostanti contrade erano in somma agitazione. Era stato provveduto che Danby prendesse York, e Devonshire si mostrasse in Nottingham. Quivi non si temeva alcuna resistenza. Ma in York trovavasi un piccolo presidio sotto il comando di Sir Giovanni Reresby. Danby agì con rara destrezza. Era stata convocata pel dì 22 novembre una ragunanza de' gentiluomini e de' possidenti della Contea di York per fare un indirizzo al Re sullo stato delle cose. Tutti i Luogotenenti deputati dei tre Ridings, vari nobili, e una folla di ricchi scudieri e di pingui possidenti erano andati alla capitale della provincia. Quattro distaccamenti di milizia civica erano sotto le armi per mantenere la pubblica tranquillità. Il palazzo comunitativo era pieno di liberi possidenti, ed era appena cominciata la discussione, allorquando levossi repentinamente il grido che i Papisti, corsi alle armi, facevano strage de' protestanti. I Papisti di York più verisimilmente studiavansi a cercare dove nascondersi che ad aggredire i nemici, i quali per numero li superavano in proporzione di cento ad uno. Ma in quel tempo non vi era storiella orrenda o maravigliosa delle atrocità dei Papisti, alle quali il popolo non prestasse fede. La ragunanza sgomentata si disciolse. La intera città fu in iscompiglio. In quel mentre Danby con circa cento uomini a cavallo corse dinanzi alla milizia civica gridando: "Giù il Papismo! Viva il libero Parlamento! Viva la religione protestante!" Le milizie risposero al grido. Sorpresero tosto e disarmarono il presidio. Il governatore venne arrestato; le porte furono chiuse, e in ogni dove poste sentinelle. Lasciarono che la infuriata plebe atterrasse una cappella cattolica, ma pare che non seguisse altro danno. Il dì seguente il palazzo comunitativo era pieno de' più notabili gentiluomini della Contea, e dei principali magistrati della città. Il Lord Gonfaloniere teneva il seggio. Danby propose di scrivere una dichiarazione nella quale fossero espresse le ragioni che inducevano gli amici della Costituzione e della religione protestante a correre alle armi. Questa dichiarazione fu calorosamente approvata, e in poche ore munita delle firme di sei Pari, di cinque baronetti, di sei cavalieri, e di molti gentiluomini di gran conto(1184).
Infrattanto Devonshire, capitanando una grossa legione di amici e dipendenti suoi, partitosi dal palagio ch'egli stava erigendo in Chatsworth, comparve armato in Derby. Quivi consegnò formalmente alle autorità municipali uno scritto in cui erano esposte le ragioni che lo avevano spinto alla impresa. Ne andò quindi a Nottingham, che tosto divenne il centro della insurrezione delle contrade settentrionali. Promulgò un proclama scritto con forti e ardite parole. Vi si diceva che il vocabolo ribellione era uno spauracchio che non poteva spaventare alcun uomo ragionevole. Era ella ribellione difendere quelle leggi e quella religione che ogni Re d'Inghilterra era tenuto per sacramento a tutelare? In che modo siffatto giuramento fosse stato osservato, era questione la quale, come speravasi, un libero Parlamento tra breve scioglierebbe. Nel tempo stesso gl'insorti dichiaravano di non considerare qual ribellione, ma quale legittima difesa, il resistere ad un tiranno, che, tranne la propria volontà, non conosceva legge veruna. La insurrezione del paese settentrionale diventava ogni giorno più formidabile. Quattro potenti e ricchi Conti, cioè Manchester, Stamford, Rutland, Chesterfield giunsero a Nottingham, e furono seguiti da Lord Cholmondley e da Lord Grey di Ruthyn(1185).
Intanto le due armate nel mezzogiorno facevansi l'una all'altra sempre più presso. Il Principe d'Orange, saputo lo arrivo del Re a Salisbury, pensò essere tempo di partirsi da Exeter. Pose la città e il paese circostante sotto il governo di Sir Eduardo Seymour, e il mercoledì 21 novembre, scortato da molti de' più notevoli gentiluomini delle contrade occidentali, si avviò ad Axminster, dove rimase vari giorni.
Il Re ardeva di venire alle mani; ed era naturale ch'egli così bramasse. Ogni ora che passava, scemava le sue forze, ed accresceva quelle del nemico. Inoltre era importantissimo che le sue truppe venissero allo spargimento del sangue: imperciochè una grande battaglia, qualunque ne fosse l'esito, non poteva altro che nuocere alla popolarità del Principe. Guglielmo intendeva profondamente tutto ciò, ed era deliberato di evitare, quanto più potesse, un combattimento. Dicesi che quando a Schomberg fu riferito che i nemici si appressavano deliberatissimi a combattere, rispondesse col contegno di capitano espertissimo nell'arte sua: "Sarà come vorremo noi." Era, nondimeno, impossibile scansare qualunque scaramuccia tra le vanguardie dei due eserciti. Guglielmo desiderava che in siffatte piccole fazioni non accadesse nulla che potesse offendere l'orgoglio o destare il sentimento di vendetta della nazione di cui s'era fatto liberatore. E però con ammirevole prudenza pose i suoi reggimenti inglesi in quei luoghi dove maggiore era il rischio d'una collisione. E perchè gli avamposti dell'armata regia erano Irlandesi, nei piccoli combattimenti(1186) di questa breve campagna gl'invasori avevano seco la cordiale simpatia di tutti gl'Inglesi.  LVIII. Il primo di cotesti scontri ebbe luogo in Wincanton. Il reggimento di Mackay, composto di soldati inglesi, era presso a un corpo di regie truppe irlandesi, capitanate dal valoroso Sarsfield loro concittadino. Mackay mandò un piccolo drappello de' suoi sotto il comando d'un luogotenente chiamato Campbell, in cerca di cavalli pel bagaglio. Campbell li trovò in Wincanton, e già allontanavasi dalla città per ritornare al campo, allorquando vide avvicinarsi un forte distaccamento delle truppe di Sarsfield. Gl'Irlandesi erano in proporzione di quattro contro uno: ma Campbell deliberò di combattere fino all'ultimo sangue. Con una mano di coraggiosissimi uomini si appostò sul cammino. Gli altri suoi soldati si posero lungo le siepi che fiancheggiavano da ambe le parti lo stradale. Giunti gl'inimici, Campbell gridò: "Alto! Per chi siete voi?" - "Io sono pel re Giacomo," rispose il condottiero delle milizie regie. "Ed io pel Principe d'Orange, esclamò Campbell. "E noi v'imprinciperemo bene," rispose imprecando l'Irlandese. "Fuoco!" gridò Campbell: ed una grandine di fuoco piovve all'istante da ambe le siepi. I soldati del Re riceverono tre bene aggiustate scariche innanzi che potessero far fuoco. In fine venne loro fatto di superare una delle siepi, ed avrebbero oppressa la piccola banda degl'inimici, se i campagnuoli che portavano odio mortale agl'Irlandesi non avessero sparsa la falsa nuova dello appressarsi d'altre truppe del Principe. Sarsfield suonò a raccolta e ritirossi; Campbell seguitò il cammino senza molestia, seco recando i cavalli da bagaglio. Questo fatto, onorevole, senza dubbio, al valore ed alla disciplina dell'armata del Principe, fu dalla voce pubblica esagerato come una vittoria che i protestanti inglesi avevano riportata contro un numero grandemente maggiore di barbari papisti, venuti da Connaught ad opprimere l'isola nostra(1187).
Poche ore dopo la narrata scaramuccia seguì un evento che pose fine ad ogni pericolo di più grave conflitto tra i due eserciti. Churchill ed alcuni de' suoi principali complici erano in Salisbury. Due de' congiurati, cioè Kirke e Trelawney, se n'erano andati a Warminster dove i reggimenti loro stanziavano. Tutto era maturo per eseguire la lungamente meditata tradigione.
Churchill consigliò il Re a visitare Warminster, onde ispezionarvi le truppe. Giacomo assentì; ed il suo cocchio stavasi alla porta del palagio vescovile, quando ei cominciò a versare abbondantemente sangue dalle narici. Fu quindi costretto a differire la sua gita, e porsi in mano de' medici. La emorragia non gli cessò se non dopo tre giorni; e intanto gli giungevano funestissime nuove.
Non era possibile che una congiura la quale aveva sì sparse le fila come quella di cui Churchill era capo, si tenesse strettamente secreta. Non v'era prova che potesse farlo tradurre dinanzi ai Giurati o ad una corte marziale: ma strani bisbigli correvano per tutto il campo. Feversham, il quale era comandante supremo, riferì che regnavano sinistri umori nell'armata. Fu fatto intendere al Re che alcuni i quali gli stavano da presso non gli erano amici, e che sarebbe stata saggia cautela mandare Churchill e Grafton sotto buona guardia a Portsmouth. Giacomo respinse il consiglio; dacchè fra i suoi vizi non era la inclinazione a sospettare. A vero dire la fiducia ch'egli poneva nelle proteste di fedeltà e d'affetto, era quanta ne avrebbe potuto avere più presto un fanciullo di buon cuore e privo d'esperienza, che un politico molto provetto negli anni, il quale aveva praticato assai il mondo, aveva molto sofferto dalle arti degli scellerati, e il cui carattere non faceva punto onore alla specie umana. Sarebbe difficile additare un altro uomo, il quale, così poco scrupoloso a rompere la fede, fosse così restio a credere che altri volesse contro di lui tradirla. Nondimeno le nuove ricevute intorno le condizioni della sua armata lo conturbarono molto. Adesso non più mostravasi impaziente di venire a battaglia: pensava anzi di ritirarsi. Nella sera del sabato 24 novembre convocò un consiglio di guerra. Alla ragunanza convennero quegli ufficiali contro cui era stato caldamente ammonito a tenersi cauto. Feversham opinò per la ritirata. Churchill manifestò contrario parere. Il consiglio durò fino a mezza notte. Finalmente il Re dichiarò essere deliberato a ritirarsi. Churchill vide o s'immaginò d'essere sospettato, e comunque sapesse perfettamente governare i moti dello animo, non valse a nascondere la propria inquietudine. Innanzi l'alba, accompagnato da Grafton, fuggì al quartiere generale del Principe(1188).
LIX. Churchill, partendo, lasciò una lettera a spiegare il suo intendimento. Era scritta con quel decoro ch'egli non mancò mai di serbare fra mezzo alla colpa e al disonore. Riconobbe d'andar debitore d'ogni sua cosa alla regia benevolenza. Lo interesse e la gratitudine, diceva egli, lo persuadevano a mantenersi fido al proprio Sovrano. Sotto nessun altro governo poteva sperare la grandezza e prosperità ch'egli allora godeva, ma tutti cotesti argomenti dovevano cedere al primissimo de' doveri. Egli era protestante, e non poteva in coscienza snudare la spada contro la causa del Protestantismo. Quanto al resto, era pronto a porre a repentaglio vita ed averi per difendere la sacra persona e i diritti del suo amatissimo signore(1189).
Alla dimane il campo era sossopra. Gli amici del Re percossi da spavento; i suoi nemici non potevano nascondere la gioia de' loro cuori. La costernazione di Giacomo s'accrebbe alle nuove che giunsero il dì medesimo da Warminster. Kirke che ivi comandava, aveva ricusato di obbedire ad ordini giunti da Salisbury. Non era più dubbio che anche egli fosse in lega col Principe d'Orange. Dicevasi inoltre ch'egli fosse già passato con le sue milizie al campo del nemico; e tale voce, comechè falsa, fu per alcune ore pienamente creduta(1190). Un nuovo raggio di luce lampeggiò alla mente dello sciagurato Re. Gli parve d'intendere il perchè pochi giorni innanzi era stato esortato a visitare Warminster. Ivi si sarebbe trovato privo di soccorso, in balía de' congiurati, e presso agli avamposti nemici. Coloro che sarebbero stati disposti a difenderlo avrebbero agevolmente ceduto agli aggressori. Egli sarebbe stato condotto prigioniero al quartiere generale degl'invasori. Forse sarebbe stato commesso qualche più nero tradimento; imperocchè chi una volta ha posto il piede in una via di malvagità e di periglio non è più padrone di fermarsi, e spesso una fatalità, che gli è di giusta pena, lo spinge a delitti, dalla idea dei quali egli avrebbe dapprima rifuggito con raccapriccio. E davvero era visibile la mano di qualche Santo protettore in ciò, che un Re sì devoto alla Chiesa Cattolica, nel momento medesimo in cui correva a gran passi alla cattività, e forse alla morte, fosse stato improvvisamente impedito da quella ch'egli aveva giudicata pericolosa infermità.
LX. Tutte coteste cose raffermarono l'animo del Re nel pensiero ch'egli aveva fatto la sera antecedente. Ordinò una subita ritirata. Salisbury fu tutta in subuglio. Il campo levossi con tal confusione che rendeva immagine d'una fuga. Niuno sapeva di chi fidarsi, e a cui obbedire. La forza materiale dello esercito era di poco scemata; ma la morale non era più. Molti, che la vergogna frenava dal correre al quartiere generale del Principe, affrettaronsi a seguire lo esempio dal quale avrebbero ognora aborrito; e molti che avrebbero difeso il Re mentre pareva risolutamente correre incontro agl'invasori, non si sentirono inchinevoli a seguire un vessillo che fuggiva(1191).
Giacomo quel giorno giunse ad Andover. Lo accompagnavano il Principe Giorgio suo genero, e il Duca d'Ormond. Entrambi erano fra' cospiratori, e avrebbero forse tenuto dietro a Churchill, ove questi, a cagione di ciò che seguì nel consiglio di guerra, non avesse reputato più utile partirsi allo improvviso. La impenetrabile stupidità del Principe Giorgio in questa occasione gli fu più utile di ciò che sarebbe stata l'astuzia. Ogni qualvolta udiva alcun che di nuovo, egli aveva il vezzo di esclamare in francese: "Est-il possible?" Questo ritornello adesso gli fu di grande utilità. "Est-il possible?" gridò egli come seppe che Churchill e Grafton se n'erano andati. Ed appena giunte le sinistre nuove di Warminster, esclamò nuovamente: "Est-il possible?"
LXI. Il Principe Giorgio ed Ormond in Andover furono invitati a cenare col Re. Tristissima cena! Il Re gemeva sotto la soma delle sue sciagure. Il suo genero gli teneva stupidissima compagnia. "Io ho saggiato il Principe Giorgio mentre era sobrio," diceva Carlo Secondo, "e l'ho saggiato mentre era ubriaco; e o briaco o sobrio non val nulla(1192)." Ormond, che per indole era timido e taciturno, non era verosimile che fosse d'allegro umore in quel momento. Alla perfine la cena terminò. Il Re si ritrasse a riposare. Il Principe ed Ormond, appena Giacomo sorse da mensa, montando sui cavalli che erano lì pronti, partironsi, accompagnati dal Conte di Drumlanrig, figlio primogenito del Duca di Queensberry. La defezione di questo giovine Nobile non era cosa di poca importanza; imperocchè Queensberry era il capo dei protestanti episcopali di Scozia, setta al cui paragone i più esagerati Tory inglesi potevano considerarsi pressochè Whig; e lo stesso Drumlanrig era luogotenente colonnello del reggimento di Dundee, banda dai Whig detestata più degli Agnelli di Kirke. La mattina appresso fu recato al Re lo annunzio di questa nuova sciagura, e se ne mostrò meno dolente di quel che si sarebbe supposto. Il colpo da lui ricevuto ventiquattro ore innanzi lo aveva apparecchiato quasi a qualunque disastro, e non poteva seriamente adirarsi del Principe Giorgio, - il quale era uomo da non farsene nessun conto, - per avere ceduto alle arti d'un tentatore quale era Churchill. "E che! Est-il possible se ne è andato anche egli?" disse Giacomo. "Al postutto sarebbe stata maggiore la perdita di un buon soldato(1193)." Per dir vero, e' sembra che in quel tempo tutta la collera del Re fosse accentrata, e non senza cagione, sopra un solo uomo. Prese la via di Londra, ardendo di vendetta contro Churchill, ed appena giuntovi seppe che l'arcingannatore aveva commesso un nuovo delitto. La Principessa Anna da parecchie ore era sparita.
LXII. Anna, la quale altra volontà non aveva che quella dei Churchill, una settimana innanzi era stata da loro persuasa a scrivere di propria mano a Guglielmo, significandogli che approvava la impresa. Assicuravalo ch'ella trovavasi interamente nelle mani de' suoi amici, e che sarebbe rimasta in palazzo o sarebbesi rifugiata nella Città a seconda del loro consiglio(1194). La domenica, 25 novembre, ella e coloro che per lei pensavano, trovaronsi nella necessità di prendere una improvvisa deliberazione. Nel pomeriggio di quel dì stesso un corriere da Salisbury recò la nuova che Churchill era scomparso, ch'era stato accompagnato da Grafton, che Kirke aveva tradito, e che le milizie regie frettolosamente ritiravansi. Quella sera le sale di Whitehall erano affollate da immenso numero di persone come usualmente avveniva quando una grave notizia buona o cattiva giungeva alla città. La curiosità e l'ansietà erano dipinte nel viso di ciascuno. La Regina proruppe naturalmente in parole di sdegno contro il capo de' traditori, e non risparmiò la sua troppo compiacente protettrice. Nella parte del palazzo abitata da Anna furono raddoppiate le sentinelle. La Principessa era atterrita. Tra poche ore il padre sarebbe giunto a Westminster. Non era verosimile che l'avrebbe personalmente trattata con severità; ma non era da sperarsi ch'egli le permetterebbe di godere più a lungo della compagnia della sua diletta amica. Mal poteva dubitarsi che Sara verrebbe arrestata e sottoposta al rigoroso esame di astuti e crudi inquisitori. Le sue carte sarebbero sequestrate. Forse si scoprirebbe qualche documento che mettesse in pericolo la sua vita. Ed ove ciò fosse, v'era da temere di peggio. La vendetta dello implacabile Re non conosceva distinzione di sesso. Per delitti molto più lievi di quelli che probabilmente verrebbero imputati a Lady Churchill, aveva mandate donne alle forche e al ceppo. La forza dello affetto infiammò l'animo debole della Principessa. Non v'era vincolo ch'ella non fosse pronta a rompere, non rischio a correre per l'oggetto del suo immenso amore. "Mi getterò giù dalla finestra" gridò ella "piuttosto che lasciarmi trovare qui da mio padre." Lady Churchill s'incaricò di apparecchiare la fuga. Si pose frettolosamente in comunicazione con alcuni capi della congiura. In poche ore ogni cosa fu pronta. Quella sera Anna si ritrasse, secondo il consueto modo, alle sue stanze. Sul cadere della notte levossi, ed accompagnata dall'amica Sara e da due altre donne discese per le secrete scale in veste da camera e in pianelle. Le fuggenti giunsero nella strada senza ostacolo, dove le attendeva una carrozza d'affitto, dinanzi al cui sportello stavano due uomini. Uno era Compton Vescovo di Londra, vecchio ajo della Principessa; l'altro era il magnifico e squisito Dorset, che vedendo la grandezza del pubblico pericolo erasi destato dal suo voluttuoso far niente. La carrozza tosto si diresse ad Aldersgate Street, dove allora sorgeva l'abitazione di città de' Vescovi di Londra, accanto alla Cattedrale. Ivi la Principessa passò la notte. Il dì seguente partì per Epping Forest. In que' selvaggi luoghi Dorset possedeva una veneranda magione, oggimai da lungo tempo distrutta. Sotto il suo tetto ospitale che da molti anni era il favorito ritrovo de' begli spiriti e de' poeti, i fuggitivi fecero breve soggiorno. Non potevano sperare di giungere in sicurtà al campo di Guglielmo, perocchè il cammino era occupato dalle regie milizie. Fu quindi deliberato che Anna riparasse fra mezzo agli insorti delle contrade settentrionali. Compton per allora dismesse al tutto il suo carattere sacerdotale. Il pericolo e il conflitto gli avevano riacceso nel cuore tutto il fuoco guerriero onde era pieno ventotto anni innanzi, allorquando cavalcava fra le Guardie del Corpo. Ei precedeva il cocchio della Principessa, vestito d'un giustacore di cuojo di bufalo, grandi stivali, spada a fianco, e pistole all'arcione. Innanzi di giungere a Nottingham trovossi circondata da un drappello di gentiluomini che volontariamente erano corsi a scortarla. Costoro invitarono il Vescovo a farsi loro colonnello; ed egli vi consentì con alacrità tale da scandalizzarne i rigidi Anglicani, e da non acquistargli grande reputazione agli occhi de' Whig(1195).
LXIII. Allorquando la mattina del dì 26 lo appartamento di Anna fu trovato vuoto, nacque grande costernazione in Whitehall. Mentre le sue cameriste correvano su e giù pe' cortili del palazzo strillando e torcendosi le mani, mentre Lord Craven comandante delle Guardie a piedi interrogava le sentinelle della galleria, mentre il Cancelliere poneva i suggelli alle carte de' Churchill, la nudrice della Principessa negli appartamenti del Re piangeva gridando che la sua diletta signora era stata assassinata dai papisti. La nuova volò a Westminster Hall. Ivi si disse che Sua Altezza era stata trascinata a forza e in qualche luogo imprigionata. Quando non fu più possibile negare che la sua fuga era stata volontaria, s'inventarono mille ciarle a spiegarne la cagione. Era stata villanamente insultata e minacciata; anzi, quantunque si trovasse in quella condizione in cui la donna merita peculiarmente l'altrui tenerezza, era stata battuta dalla sua crudele madrigna. La plebe, da molti anni di pessimo governo resa sospettosa e irritabile, venne in tanto concitamento per queste calunnie, che la Regina non si teneva sicura. Molti Tory cattolici e alcuni protestanti, la cui lealtà era incrollabile, corsero alla reggia pronti a difenderla ove seguisse uno scoppio d'ira popolare. Fra mezzo a tanta perturbazione e a tanto terrore giunse la nuova della fuga del Principe Giorgio. Poco dopo verso sera arrivò il Re, al quale fu annunziato la sua figlia essere scomparsa. Dopo tanti patimenti quest'ultima afflizione gli strappò dalle labbra un doloroso grido: "Dio mi soccorra, anche i miei figli mi hanno abbandonato(1196)!"
Quella sera fino a tardi sedè in consiglio co' suoi principali ministri. Fu deliberato di intimare a tutti i Lordi spirituali e secolari che allora trovavansi in Londra, che comparissero la dimane al suo cospetto, onde richiederli solennemente di consiglio. Per la qual cosa, il pomeriggio del martedì 27, i Lordi adunaronsi nella sala da pranzo del palazzo. L'assemblea era composta di nove prelati e fra trenta e quaranta Nobili secolari, tutti protestanti. I due Segretari di Stato, Middleton e Preston, quantunque non fossero Pari d'Inghilterra, erano presenti. Il Re presedeva in persona. Gli si leggeva sul viso e nello atteggiamento ch'egli soffriva d'anima e di corpo. Aperse la ragunanza facendo capo dalla petizione che gli era stata presentata poco innanzi la sua partenza per Salisbury. In quella petizione veniva pregato a convocare un libero Parlamento. Disse che nelle condizioni in cui egli allora trovavasi, non aveva reputato opportuno acconsentire. Ma nel tempo della sua assenza da Londra erano seguíti gravissimi mutamenti. Aveva parimente notato che il suo popolo dappertutto mostrava bramosía di vedere adunate le Camere. Per tutte queste cose egli chiamava a consiglio i suoi Pari fedeli, perchè gli manifestassero il loro parere.
Per qualche tempo e' fu silenzio, finchè Oxford, la cui famiglia, per antichità e magnificenza superiore a tutte, gli dava una specie di primato nella ragunanza, disse che secondo la sua opinione que' Lordi i quali avevano sottoscritta la petizione, cui la Maestà Sua accennava, erano in debito di manifestare i loro pensieri.
Queste parole mossero Rochester a favellare. Difese la petizione e dichiarò di non vedere altra speranza per il trono e il paese che la convocazione d'un libero Parlamento. Disse non volere rischiarsi ad affermare che in tanto grave estremità, anche quel rimedio potesse tornare efficace: ma non ne aveva altro da proporre. Aggiunse parergli sano partito aprire pratiche col Principe d'Orange. Jeffreys e Godolphin parlarono dopo, ed entrambi dichiararono essere della medesima opinione di Rochester.
Allora sorse Clarendon, e, con somma maraviglia di quanti rammentavano le sue proteste di lealtà, e i suoi disperati affanni e il rossore cui si era abbandonato, solo pochi giorni innanzi, per la diserzione del proprio figliuolo, proruppe in virulenti invettive contro la tirannide e il papismo. "Anche adesso" disse egli "Sua Maestà in Londra fa leva d'un reggimento al quale non è ammesso nessun protestante." - "Non è vero!" gridò dal seggio Giacomo grandemente agitato. Clarendon insisteva, e lasciò da parte questo offensivo subietto per passare ad un altro maggiormente offensivo. Accusò lo sventurato Re di pusillanimità. Perchè ritirarsi da Salisbury? Perchè non tentare le sorti d'una battaglia? Era forse da biasimarsi il popolo se cedeva ad un invasore mentre vedeva il proprio Re fuggire insieme con la sua armata? Giacomo sentì amaramente cotesti insulti, e ne serbò lunga ricordanza. E davvero gli stessi Whig reputarono indecenti e poco generose le parole di Clarendon. Halifax parlò in modo diverso. Per molti anni di pericolo aveva con ammirevole abilità difeso la costituzione civile ed ecclesiastica del paese contro la regia prerogativa. Ma il suo lucido intendimento, singolarmente nemico d'ogni entusiasmo, ed avverso agli estremi, cominciò a pendere verso la causa del Sovrano nel momento stesso nel quale que' romorosi realisti, che poco innanzi avevano esecrato i Barcamenanti quasi fossero ribelli, alzavano il vessillo della ribellione. Egli ambiva, in quella congiuntura, a farsi paciere fra il trono e la nazione. A ciò lo rendevano adatto lo ingegno e il carattere; e se non vi riuscì, deve attribuirsi a certe cagioni, a vincere le quali non era destrezza che bastasse, e precipuamente alla follia, slealtà, ed ostinatezza del Principe ch'egli si studiava di salvare.
Halifax disse non poche verità spiacevoli a Giacomo, ma con tal delicatezza da meritargli la taccia d'adulatore da parte di quegli abietti spiriti, i quali non sanno intendere come ciò che giustamente merita il nome di adulazione quando è diretto al potente, sia debito d'umanità quando si rivolge al caduto. Con mille espressioni di simpatia e deferenza, dichiarò essere d'avviso che il Re dovesse oggimai apparecchiarsi a fare grandi sacrifici. Non bastava convocare un libero Parlamento o iniziare pratiche d'accordo col Principe d'Orange. Era necessario fare ragione almeno ad alcuni de' torti di cui moveva lamento la nazione, senza attendere che lo esigessero le Camere o il Capitano dello esercito nemico. Nottingham con parole egualmente rispettose fece eco a quelle di Halifax. Le principali concessioni che i Lordi volevano che il Re facesse erano queste: cacciare dagli uffici tutti i Cattolici Romani; separarsi interamente dalla Francia; e concedere illimitata amnistia a tutti coloro che avevano prese le armi contro lui. Pareva che intorno all'ultima di coteste concessioni non fosse da disputare. Imperocchè, quantunque coloro che pugnavano contro il Re avessero agito in modo da suscitargli in cuore, non senza ragione, il più acre risentimento, era più verosimile ch'egli si trovasse tra breve in loro balía, che essi nella sua. Sarebbe stata cosa puerile iniziare pratiche d'accordo con Guglielmo, e nello stesso tempo riserbarsi il diritto di vendetta contro coloro che Guglielmo non poteva senza infamia lasciare in abbandono. Ma lo intenebrato intendimento e l'indole implacabile di Giacomo resisterono lungamente alle ragioni addotte da coloro che affaticavansi a convincerlo essere opera da savio perdonare delitti ch'egli non poteva punire. "Non posso acconsentire," esclamò egli. "E' mestieri ch'io dia degli esempi: Churchill sopra tutti, Churchill, quel desso ch'io inalzai tanto. Egli è la sola cagione di tanto male. Egli ha corrotta la mia armata. Egli ha corrotta la mia figliuola. Egli mi avrebbe dato in mano al Principe d'Orange, se non mi avesse soccorso la mano di Dio. Milordi, voi siete stranamente ansiosi per la salvezza de' traditori, e nessuno di voi si dà il minimo pensiero della mia." In risposta a questo scoppio d'ira impotente, coloro i quali lo avevano esortato a concedere l'amnistia, gli mostrarono con profondo rispetto, ma con fermezza, che un Principe aggredito da potenti nemici non può trovare scampo se non nella vittoria o nella riconciliazione. "Se la Maestà Vostra, dopo ciò che è accaduto, vede tuttavia speranza alcuna di salvezza nelle armi, l'opera nostra è finita: ma se non ha questa speranza, non le resta altra áncora di salute che il riacquistare lo affetto del popolo." Dopo una lunga e calorosa discussione, il Re sciolse la ragunanza dicendo: "Milordi, voi avete usata meco gran libertà di parole; ma non me ne ho per male. Oramai mi son messo in capo una cosa, e vi rimango irremovibile, cioè, convocherò il Parlamento. Gli altri consigli che mi avete pôrti sono di grave momento: nè vi dee far meraviglia se innanzi di decidere, io prendo tempo una notte a pensarvi sopra(1197)."  LXIV. Primamente Giacomo parve disposto a bene giovarsi del tempo da lui preso a riflettere. Al Cancelliere fu fatto comandamento di scrivere il decreto a convocare il Parlamento pel dì 13 gennaio. Halifax fu chiamato al palazzo, ed ebbe una lunga udienza, e parlò molto più liberamente di quello che egli aveva reputato decoroso di fare al cospetto d'una numerosa assemblea. Gli fu detto d'essere stato nominato commissario per trattare col Principe d'Orange. In questo ufficio gli furono dati a compagni Nottingham e Godolphin. Il Re dichiarò d'essere parato a fare grandi sacrifici per amore della pace. Halifax rispose ch'era d'uopo farli pur troppo. "Vostra Maestà" disse egli "non deve aspettarsi che coloro i quali hanno in mano il potere, consentano a patti che lascino le leggi in balía della regia prerogativa." Con questa distinta dichiarazione delle sue mire, egli accettò la commissione che il Re desiderava affidargli(1198). Le concessioni che poche ore innanzi erano state ostinatissimamente respinte, adesso furono fatte in modo liberalissimo. Fu pubblicato un proclama nel quale il Re non solo concedeva pieno perdono a tutti i ribelli, ma li dichiarò elegibili al prossimo Parlamento. Nè anche si richiedeva come condizione d'elegibilità che dovessero porre giù le armi. La medesima Gazzetta che annunziava la prossima ragunanza delle Camere, conteneva la notificazione che Sir Eduardo Hales, il quale, come papista, rinnegato e precipuo campione della potestà di dispensare, e come duro carceriere de' Vescovi, era uno degli uomini più impopolari del Regno, aveva cessato di essere Luogotenente della Torre, e gli aveva succeduto Bevil Skelton, dianzi suo prigione, il quale quantunque avesse poca riputazione presso i suoi concittadini, almeno non difettava dei necessari requisiti ad occupare un pubblico ufficio(1199).
LXV. Se non che coteste concessioni erano dirette solo ad abbacinare i Lordi e la nazione per nascondere i veri disegni del Re. Egli aveva secretamente deliberato, anche in quell'ora di pericolo, di non voler cedere in nulla. Nel giorno medesimo, in cui pubblicò il proclama d'amnistia, spiegò pienamente le proprie intenzioni a Barillon. "Queste pratiche d'accordo" disse Giacomo "sono una pretta finzione. E' mestieri ch'io mandi commissari a mio nipote, affinchè io acquisti tempo ad imbarcare la mia moglie e il Principe di Galles. Voi conoscete gli umori delle mie truppe. Di nessuno altro che degl'Irlandesi io potrei fidarmi; e gl'Irlandesi non sono in numero bastevole a resistere all'inimico. Il Parlamento m'imporrebbe patti ch'io non potrei sopportare. Sarei forzato a disfare ciò che ho già fatto a pro de' Cattolici, ed a romperla col Re di Francia. E però, appena la Regina e mio figlio saranno in salvo, partirò dalla Inghilterra e cercherò rifugio in Irlanda, in Iscozia, o presso il vostro signore(1200)."
E già il Re aveva fatti i preparamenti bisognevoli a mandare questo disegno ad esecuzione. Dover era stato spedito a Portsmouth con ordine di aver cura del Principe di Galles; e a Dartmouth, che ivi comandava la flotta, era stato ingiunto d'obbedire a Dover in tutto ciò che concernesse il regio infante, e di tenere prontissimo a far vela per la Francia, appena ricevutone l'avviso, un naviglio equipaggiato da marinaj fedeli(1201). Il Re quindi mandò ordini positivi perchè lo infante fosse subito condotto al più vicino porto del continente(1202). Dopo il Principe di Galles, il primo pensiero del Re era il Gran Sigillo. A questo simbolo della regia autorità i nostri giureconsulti hanno sempre attribuito una quasi misteriosa importanza. Ammettono che se il Cancelliere, senza licenza del Re, lo apponga ad un diploma di paría o a un decreto di grazia, quantunque ei si renda colpevole di grave delitto, il documento non può essere posto in questione da nessuna Corte di legge, e può essere annullato solo da un atto parlamentare. E' sembra che Giacomo paventasse che questo strumento della sua volontà potesse cadere nelle mani de' suoi nemici, i quali con esso potrebbero dare validità legale ad atti che lo avrebbero potuto gravemente danneggiare. Nè i suoi timori sono da reputarsi irragionevoli sempre che si rammenti che appunto cento anni più tardi il Gran Sigillo di un Re fu adoperato, con lo assenso de' Lordi e de' Comuni, e con l'approvazione di molti incliti statisti e giureconsulti, a fine di trasferire al figliuolo le prerogative di lui. Perchè non si facesse abuso del talismano che aveva tanto formidabile potenza, Giacomo deliberò di tenerlo a brevissima distanza dal suo gabinetto. Per la qual cosa ingiunse a Jeffreys di sloggiare dalla casa da lui di recente edificata in Duke Street, e di risedere in un piccolo appartamento di Whitehall(1203).
LXVI. Il Re aveva fatto ogni apparecchio a fuggire, allorquando un inatteso ostacolo lo costrinse a differire la esecuzione del proprio disegno. I suoi agenti in Portsmouth cominciarono a scrupoleggiare. Lo stesso Dover, ancorchè fosse uno della cabala gesuitica, mostrò segni di titubanza. Dartmouth era anche meno inchinevole ad obbedire alle voglie del Re. Fino allora s'era mantenuto fedele al trono, ed aveva fatto il possibile, con una flotta disaffezionata e col vento contrario, per impedire che gli Olandesi sbarcassero in Inghilterra; ma era membro zelante della Chiesa stabilita, e in nessuna maniera partigiano della politica di quel governo ch'egli si reputava tenuto, per debito e per onore, a difendere. I torbidi umori degli ufficiali e degli altri uomini a lui sottoposti gli recavano non poca ansietà; ed era giunta opportuna ad alleggiargli l'animo la nuova della convocazione d'un libero Parlamento, e della nomina de' commissari a trattare col Principe d'Orange. La flotta ne fece clamoroso tripudio. Un indirizzo onde ringraziare il Re per queste generose concessioni fatte all'opinione pubblica fu scritto sul bordo della nave capitana. Lo ammiraglio fu il primo a firmare. Trentotto capitani, dopo lui, vi apposero i loro nomi. Mentre questo documento era recato a Whitehall, giunse a Portsmouth il messo che recava l'ordine di condurre in sull'istante il Principe di Galles in Francia. Dartmouth seppe, e ne provò amaro dolore e risentimento, il libero Parlamento, la generale amnistia, le pratiche coll'inimico, altro non essere che parte d'un grande inganno ordito contro la nazione, del quale inganno egli doveva essere complice. In una patetica ed animosa lettera dichiarò d'avere ormai obbedito fino al punto oltre il quale ad un protestante e ad un Inglese non era lecito andare. Porre lo erede presuntivo della corona britannica nelle mani di Luigi sarebbe stato niente meno che tradimento contro la monarchia; lo che avrebbe resa furibonda la nazione della quale il Sovrano aveva pur troppo perduto lo affetto. Il Principe di Galles non sarebbe mai più ritornato, o ritornerebbe condotto in Inghilterra da un'armata francese. Ove Sua Altezza rimanesse nell'isola, il peggio che sarebbe potuto accadere era di vederlo educare in seno alla Chiesa nazionale; e ch'egli fosse siffattamente educato doveva essere il desiderio d'ogni suddito leale. Dartmouth concludeva dichiarandosi pronto a rischiare la propria vita per la difesa del trono, ma protestava di non volere partecipare al trasferimento del Principe in Francia(1204).
Questa lettera sconcertò tutti i disegni di Giacomo. S'accorse, inoltre, di non potere in questa circostanza aspettarsi obbedienza passiva dal suo ammiraglio: imperocchè Dartmouth era giunto fino a porre parecchie scialuppe alla bocca del porto di Portsmouth con ordine di non lasciar passare nessun legno senza prima esaminarlo. Era quindi necessario fare altri provvedimenti; era mestieri condurre il bambino a Londra, e da quivi mandarlo in Francia. A far ciò bisognava passassero alcuni giorni. Frattanto era d'uopo lusingare il popolo con la speranza d'un libero Parlamento e con la simulazione di trattare col Principe d'Orange. Furono quindi spediti i decreti per le elezioni. I trombetti andavano e venivano dalla metropoli al quartiere generale degli Olandesi. Infine giunsero i salvocondotti pei tre Commissari regi, i quali partirono pel campo nemico.
LXVII. Lasciarono Londra tremendamente agitata. Le passioni che pel corso di tre anni di perturbazioni, s'erano gradualmente rinvigorite, adesso, libere da ogni freno di timore, e stimolate dalla vittoria e dalla simpatia, mostravansi senza maschera perfino dentro la reggia. I Gran Giurati di Middlesex(1205) pronunciarono un atto d'accusa contro il Conte di Salisbury per avere abbracciato il papismo(1206). Il Lord Gonfaloniere ordinò che le case de' cattolici romani nella Città venissero perquisite onde vedere se contenessero armi. La plebaglia irruppe nell'abitazione di un rispettabile mercatante cattolico, per sincerarsi s'egli avesse scavata una mina dalla sua cantina fino alla chiesa parrocchiale onde far saltare in aria il parroco e i congregati(1207). I merciaioli per le vie gridavano vendendo satire contro Padre Petre, il quale s'era sottratto, e non quando era ancor tempo, dal suo appartamento in palazzo(1208). La celebre canzone di Wharton con molti versi aggiunti cantavasi più che mai ad alta voce in tutte le strade della metropoli. Le stesse sentinelle che guardavano il palazzo cantavano sotto voce: "Gl'Inglesi bevono a confusione del Papismo, Lillibullero bullen a la." Le tipografie clandestine di Londra lavoravano senza posa. Molti fogli correvano giornalmente per la città, nè i magistrati avevano modo o non volevano scoprire per quali mezzi.
LXVIII. Uno di questi scritti hanno salvato dall'oblio la singolare audacia onde era composto e lo immenso effetto che produsse. Simulava d'essere un supplemento al Manifesto del Principe d'Orange, scritto di suo pugno e munito del suo sigillo: ma lo stile era molto diverso da quello del Manifesto vero. Minacciava vendetta, senza riguardo alle costumanze de' popoli inciviliti e cristiani, contro tutti quei papisti che osassero parteggiare pel Re. Verrebbero trattati non come soldati o gentiluomini, ma come predoni. La ferocia e licenza dell'armata degli invasori che una vigorosa mano aveva fino allora rattenuti, sarebbe lasciata senza freno contro i papisti. I buoni protestanti, e in ispecie coloro che abitavano nella metropoli, venivano esortati, a nome di quanto avevano di più caro al mondo, e comandati, sotto pena dello sdegno del Principe, a prendere, disarmare e condurre in carcere i Cattolici loro vicini. Dicesi che questo documento una mattina fosse trovato da un libraio Whig all'uscio della sua bottega. Affrettossi a stamparlo. Molti esemplari ne furono spediti per la posta e corsero rapidamente per le mani di tutti. Gli uomini savi non esitarono a reputarlo scrittura foggiata da qualche irrequieto e immorale avventuriere della razza di coloro che nei tempi torbidi sono sempre pronti ad eseguire i più vili e tenebrosi uffici delle fazioni. Ma la moltitudine restò presa all'amo. E veramente a tal punto era stato concitato il sentimento nazionale e religioso contro i papisti irlandesi, che la maggior parte di coloro, i quali non reputavano autentico quello scritto spurio, inclinavano ad applaudirlo come opportuno esempio di energia. Come si seppe che Guglielmo non ne era lo autore, tutti interrogavansi a vicenda chi fosse lo impostore che con tanta audacia e tanto effetto aveva presa la maschera di Sua Altezza. Alcuni sospettarono di Ferguson, altri di Johnson. Finalmente dopo ventisette anni Ugo Speke confessò d'averlo egli composto, e chiese alla Casa di Brunswick una rimunerazione per avere reso alla religione protestante un così segnalato servigio. Asserì, col tono di chi creda avere fatto cosa eminentemente virtuosa ed onorevole, che quando la invasione olandese aveva gettato Whitehall nella costernazione, egli s'era profferto alla Corte, e simulando rottura co' Whig, aveva promesso di spiarne i passi; che con tale mezzo era stato ammesso al cospetto del Re, aveva giurato fedeltà, gli era stata promessa pecunia in gran copia, e s'era procurato de' segnali con che poteva andare e venire nel campo nemico. Protestò di avere fatte tutte coteste cose col solo scopo di avventare senza sospetto un colpo mortale al Governo, e far nascere nel popolo un violento scoppio di sdegno contro i Cattolici Romani. Disse che il falso Manifesto era uno de' mezzi da lui divisati: ma è da dubitare se le sue pretensioni fossero bene fondate. Imperocchè indugiò tanto a dirlo da farci ragionevolmente sospettare ch'egli aspettasse la morte di chi poteva contradirgli; oltrechè non addusse altra testimonianza che la propria asserzione(1209).
LXIX. Mentre le cose sopra narrate succedevano in Londra, ogni corriere postale da tutte le parti del Regno recava la notizia di qualche novella insurrezione. Lumley aveva presa Newcastle. Gli abitatori lo avevano accolto con gioia. La statua del Re, che sorgeva sopra un alto piedistallo di marmo, era stata rovesciata e gettata nel Tyne. Fu lungamente serbata in Hull la memoria del 3 dicembre, come giorno della presa della città. V'era un presidio sotto il comando di Lord Langdale cattolico romano. Gli ufficiali protestanti concertarono colla magistratura un piano d'insurrezione: Langdale e i suoi fautori furono arrestati; e i soldati e i cittadini si congiunsero a favore della religione protestante e d'un libero Parlamento(1210).
Le contrade orientali erano anche esse insorte. Il Duca di Norfolk, seguito da trecento gentiluomini bene armati a cavallo, comparve nella vasta piazza di mercato in Norwich. Il Gonfaloniere e gli Aldermanni corsero a lui e promisero di collegarsi con lui contro il papismo e la tirannide(1211). Lord Herbert di Cherbury e Sir Eduardo Harley presero le armi nella Contea di Worchester(1212). Bristol, seconda città del reame, aprì le sue porte a Shrewsbury. Il Vescovo Trelawney, il quale nella Torre aveva disimparato affatto la dottrina della non resistenza, fu il primo a far plauso alla venuta delle truppe del Principe. Siffatti erano gli umori degli abitanti, che non s'era creduto necessario lasciare fra loro una guarnigione(1213). La popolazione di Gloucester insorse e liberò di prigione Lovelace, il quale si vide tosto raccogliere dintorno un'armata irregolare. Alcuni de' suoi cavalieri avevano semplici cavezze invece di briglie. Molti de' suoi fanti per tutt'arme avevano bastoni. Ma queste schiere, comunque si fossero, marciarono senza contrasto traverso alle Contee già sì fide alla Casa Stuarda, e infine entrarono trionfanti in Oxford. Corsero loro incontro solennemente i magistrati. La stessa Università, esasperata dagli oltraggi dianzi sostenuti, era poco inchinevole a disapprovare la ribellione. Già alcuni de' capi dei Collegi avevano spedito un loro rappresentante per riferire al Principe d'Orange che essi di tutto cuore erano per lui, e pronti a fondere, ove bisognasse, le loro argenterie. Per lo che il condottiero Whig cavalcò per la città principale de' Tory fra le acclamazioni universali. Lo precedevano i tamburi sonando il Lillibullero. Gli teneva dietro una vasta onda di cavalli e di fanti. Tutta High Street era parata con drappi color d'arancio, imperocchè questo colore aveva già il doppio significato, che dopo centosessanta anni serba tuttavia, voglio dire per lo Inglese protestante era emblema di libertà civile e religiosa, pel Celta cattolico era simbolo di persecuzione e servaggio(1214).
LXX. Mentre da ogni lato sorgevano nemici attorno al Re, gli amici sollecitamente lo abbandonavano. La idea della resistenza era divenuta famigliare a ciascuno. Molti che mostraronsi inorriditi allorchè ebbero la nuova delle prime diserzioni, adesso rimproveravano sè stessi d'essere stati così lenti a conoscere il tempo. Non v'era più ostacolo o periglio ad accorrere a Guglielmo. Il Re, chiamando la nazione ad eleggere i rappresentanti al Parlamento, aveva implicitamente autorizzato ognuno a recarsi dove avesse voti o interessi; e molti di que' luoghi erano già occupati dagl'invasori o dagli insorti. Clarendon ardentemente colse il destro di abbandonare il già cadente Sovrano. Sapeva d'averlo mortalmente offeso col suo discorso in Consiglio: e si sentì mortificato non vedendosi nominare per uno de' tre regii Commissari. Egli aveva de' possessi nel Wiltshire. Deliberò di portare candidato per quella Contea il proprio figlio, quel desso della cui condotta egli aveva dianzi sentito dolore ed orrore; e sotto pretesto di badare alla elezione partì per il paese occidentale. Tosto gli tennero dietro il Conte d'Oxford, ed altri i quali fino allora avevano protestato di non avere nissuna relazione con la intrapresa del Principe(1215).
Verso questo tempo gl'invasori, regolarmente, comechè con lentezza, procedendo, trovavansi a settanta miglia da Londra. Quantunque il verno fosse quasi a mezzo, il tempo era bello, il cammino piacevole; e i piani di Salisbury sembravano prati amenissimi a loro che s'erano affannati traverso alle fangose rotaje degli stradali di Devonshire e di Somersetshire. L'armata procedeva accanto a Stonehenge, e i reggimenti, l'uno dopo l'altro, stavansi a contemplare quelle misteriose rovine, famose per tutto il continente, come la più grande maraviglia della nostra isola. Guglielmo entrò in Salisbury con la stessa pompa militare con cui era entrato in Exeter, ed alloggiò nel palazzo, pochi giorni innanzi occupato dal Re(1216).
Quivi al suo corteo si aggiunsero i Conti di Clarendon e d'Oxford ed altri cospicui personaggi, i quali fino a pochi giorni avanti erano considerati zelanti realisti. Van Citters arrivò anche egli al quartiere generale degli Olandesi. Per parecchie settimane egli era stato quasi prigione nella sua casa presso Whitehall, di continuo sorvegliato da spie che s'avvicendavano senza perderlo d'occhio un istante. Nondimeno, malgrado le spie, o forse per mezzo loro, gli era venuto fatto di sapere esattamente ciò che succedeva in palazzo; e adesso bene e copiosamente edotto degli uomini e delle cose, giunse al campo a giovare le deliberazioni di Guglielmo(1217).
Fino a questo punto la impresa del Principe era proceduta prosperamente oltre le speranze de' più ardenti suoi fautori. E adesso, secondo la legge universale che governa le cose umane, la prosperità cominciò a produrre la disunione. Gl'Inglesi raccolti in Salisbury si scissero in due partiti. L'uno era composto di Whig, i quali avevano sempre considerato le dottrine della obbedienza passiva e dello incancellabile diritto ereditario come superstizioni servili. Molti di loro avevano passato degli anni in esilio; tutti erano stati esclusi da' favori della Corona. Adesso esultavano vagheggiando vicinissimo il giorno della grandezza e della vendetta. Ardenti di sdegno, inebriati di vittoria e di speranza, non volevano udire a parlare di patti. Null'altro fuorchè la detronizzazione del loro nemico gli avrebbe contentati: nè può negarsi che, ciò volendo, fossero a sè medesimi perfettamente coerenti. Nove anni innanzi avevano fatto ogni sforzo per escluderlo dal trono, perchè credevano ch'egli sarebbe verosimilmente stato cattivo Re. E però non era da sperarsi che lo lascerebbero volentieri sul trono dopo che lo avevano sperimentato Re oltre ogni ragionevole preveggenza cattivissimo.
Dall'altro canto non pochi de' fautori di Guglielmo erano Tory zelanti, i quali fino allora avevano professata la dottrina della non resistenza nella forma più assoluta, ma la cui fede in cotesta dottrina per un istante aveva ceduto alle irruenti passioni eccitate dalla ingratitudine del Re e dal pericolo della Chiesa. Per un vecchio Cavaliere non v'era condizione più tormentosa che quella di impugnare le armi contro il trono. Gli scrupoli che non gli avevano impedito dallo accorrere al campo degli Olandesi cominciarono, appena vi giunse, a straziargli crudelmente la coscienza, la quale lo faceva dubitare di avere commesso un delitto. In ogni evento s'era reso meritevole di rimprovero operando in diretta opposizione ai principii di tutta la sua vita. Sentiva invincibile avversione pei suoi nuovi collegati, gente, per quanto egli potesse rammentarsi, da lui sempre ingiuriata e perseguitata, cioè Presbiteriani, Indipendenti, Anabattisti, vecchi soldati di Cromwell, bravi di Shaftsbury, congiurati di Rye House, capitani della Insurrezione delle contrade occidentali. Naturalmente desiderava trovare qualche scusa che gli ponesse in pace la coscienza, lo liberasse dalla taccia d'incoerenza, e stabilisse una distinzione tra lui e la folla de' ribelli scismatici, da lui sempre spregiati e aborriti, ma coi quali egli adesso correva pericolo d'essere confuso. Per le quali cose protestava fervidamente contro ogni pensiero di strappare la corona da quella cervice resa sacra dal volere di Dio e dalle leggi del Regno. Il suo più caldo desiderio era di vedere una riconciliazione a patti non indecorosi alla dignità regia. Egli non era traditore; e a dir vero non opponeva resistenza all'autorità del Sovrano. Era corso alle armi perchè egli era convinto che il miglior servizio che si potesse rendere al trono era quello di redimere con una lievissima coercizione la Maestà Sua dalle mani de' pessimi consiglieri.
I mali, che la vicendevole animosità di queste fazioni tendeva a far nascere, furono in gran parte scansati per l'autorità e saggezza del Principe. Circuito da ardenti disputatori, officiosi consiglieri, abietti adulatori, spie vigilanti, maligni ciarlieri, rimaneva sempre tranquillo senza che altri potesse leggergli nel cuore. Potendo, taceva; costretto a parlare, il tono serio e imperioso con che significava le sue bene ponderate opinioni, faceva tosto ammutolire chiunque. Qualsivoglia cosa dicessero i suoi troppo zelanti fautori, ei non profferì mai verbo che desse il minimo sospetto di ambire alla corona d'Inghilterra. Senza dubbio ben si accorgeva che fra lui e quella corona esistevano tuttavia parecchi ostacoli, i quali nessuna prudenza avrebbe potuto vincere, e potevano ad un solo passo falso diventare insormontabili. La sola probabilità ch'egli avesse di ottenere quello splendido premio non istava nello impossessarsene ruvidamente, ma nello aspettare fino a tanto che senza la minima apparenza di sforzo e d'astuzia lo conducessero al suo arcano scopo la forza delle circostanze, gli errori de' suoi avversari, e la libera elezione dei tre Stati del reame. Coloro che provaronsi d'interrogarlo, non riuscirono a saper nulla, e nondimeno non poterono accusarlo di simulazione. Egli tranquillamente li rimandava al suo Manifesto, assicurandoli che le sue mire non erano cangiate da poi che era stato scritto quel documento. Con tanta espertezza governava gli animi dei suoi partigiani, che pare la loro discordia gli rafforzasse, anzichè indebolirgli il braccio: ma la discordia scoppiava violentissima appena sottraevansi al freno di lui, sturbava l'armonia de' conviti, e non rispettava nè anche la santità della casa di Dio. Clarendon, il quale si studiava di nascondersi agli occhi altrui e a quelli della propria coscienza, affettando con ostentazione sentimenti di lealtà - prova manifesta della sua ribellione - raccapricciò vedendo alcuni de' suoi colleghi col bicchiere in mano schernire l'amnistia che il Re generosamente aveva offerta loro. Dicevano non aver bisogno di perdono: ma innanzi di finire, volevano ridurre il Re a domandare perdono a loro. Anche maggiormente impaurì e disgustò ogni buon Tory un fatto che accadde nella cattedrale di Salisbury. Appena il ministro che officiava cominciò a leggere la preghiera pel Re, Burnet, il quale fra i molti suoi pregi non annoverava la facoltà di sapere frenarsi e il senso delicato delle convenevolezze, essendo in ginocchioni, si alzò, si assise nel proprio stallo, e profferì alcune sprezzanti parole che sturbarono le divozioni degli astanti(1218).
In breve le fazioni, onde era diviso il campo regio, ebbero occasione a misurare le proprie forze. I Commissari del Re erano già in viaggio. Erano corsi vari giorni dopo la loro nomina; e reputavasi strano che in un caso cotanto urgente indugiassero sì lungamente ad arrivare. Ma in verità nè Giacomo nè Guglielmo desideravano che le pratiche speditamente s'iniziassero; imperocchè l'uno bramava solo di acquistare il tempo bastevole a mandare in Francia la moglie e il figliuolo; e la posizione dell'altro si faceva ognora più vantaggiosa. Infine il Principe fece annunziare ai Commissari che gli avrebbe ricevuti in Hungerford. Probabilmente scelse questo luogo, perchè, ad uguale distanza da Salisbury e da Oxford, era bene adattato per un convegno de' suoi più importanti fautori. In Salisbury erano quei nobili e gentiluomini che lo avevano accompagnato da Olanda od erano corsi a trovarlo nelle contrade occidentali; ed in Oxford erano molti de' capi della insurrezione del paese settentrionale.
LXXI. In sul tardi, giovedì 6 dicembre, giunse a Hungerford. La piccola città fu tosto ripiena di persone d'alto grado e notevoli che vi accorrevano da diverse parti. Il Principe era scortato da un forte corpo di truppe. I Lordi del settentrione conducevano seco centinaia di cavalieri irregolari, il cui equipaggio e modo di cavalcare moveva a riso coloro ch'erano assuefatti allo splendido aspetto ed agli esatti movimenti delle armate regolari(1219).
Mentre il Principe rimaneva in Hungerford ebbe luogo un accanito scontro tra dugentocinquanta de' suoi e seicento Irlandesi che erano appostati in Reading. Gl'invasori in questo fatto fecero bella prova della superiorità della loro disciplina. Comechè fossero molto inferiori di numero, essi al primo assalto sgominarono le regie milizie, le quali corsero giù per le strade fino alla piazza di mercato. Quivi gl'Irlandesi tentarono di riordinarsi; ma vigorosamente aggrediti di fronte, mentre gli abitanti facevano fuoco dalle finestre delle case circostanti, tosto scoraronsi, e fuggirono perdendo la bandiera e cinquanta uomini. Dei vincitori solo cinque caddero morti. Ne gioirono tutti ugualmente i Lordi e i Gentiluomini che seguivano Guglielmo; perocchè in quel fatto non accadde nulla che offendesse il sentimento nazionale. Gli Olandesi non avevano vinto gl'Inglesi, ma avevano soccorsa una città inglese a liberarsi dalla insopportabile dominazione degl'Irlandesi(1220).
La mattina del sabato, 8 dicembre, i commissari del Re giunsero a Hungerford. Le Guardie del Corpo del Principe schieraronsi a riceverli con gli onori militari. Bentinck li accolse e propose loro di condurli immediatamente al cospetto del suo signore. Manifestarono la speranza che il Principe volesse accordar loro una udienza privata; ma fu loro risposto ch'egli era deliberato di ascoltarli e rispondere in pubblico. Furono introdotti nella sua camera da letto, dove lo trovarono fra mezzo a una folla di nobili e di gentiluomini. Halifax, cui il grado, la età, l'abilità davano il diritto di precedenza, prese a favellare. La proposta che i Commissari avevano ordine di fare era, che i punti di controversia fossero portati dinanzi al Parlamento, a convocare il quale già si stavano suggellando i decreti, e che in quel mentre l'armata del Principe si fermasse a trenta o quaranta miglia lontano da Londra. Halifax dopo d'aver detto che questa era la base sopra cui egli e i suoi colleghi erano apparecchiati a trattare, pose nelle mani di Guglielmo una lettera del Re, e prese commiato. Guglielmo, schiusa la lettera, parve oltre l'usato commuoversi. Era la prima che ricevesse dal suocero dopo che erano in aperta rottura. Un tempo erano stati in buone relazioni e familiarmente carteggiavano; nè anco dopo che entrambi avevano cominciato a sospettarsi ed aborrirsi vicendevolmente s'erano astenuti nelle loro lettere da quelle forme di cortesia che comunemente adoperano le persone strettamente congiunte co' vincoli del sangue e del matrimonio. La lettera recata da' Commissari era scritta da un segretario in forma diplomatica e in lingua francese. "Ho avute molte lettere del Re," disse Guglielmo, "ma tutte sempre in inglese e scritte di suo pugno." Favellò con una sensibilità ch'egli era poco assuefatto a mostrare. Forse in quello istante pensava quanto rimprovero dovesse arrecare a lui e alla consorte, così a lui affettuosa, la sua intrapresa, comechè fosse giusta, benefica e necessaria. Forse rammaricavasi della durezza del destino, il quale lo aveva ridotto a una condizione tale ch'ei non poteva adempiere ai suoi doveri pubblici senza frangere i domestici vincoli, e invidiava lo avventuroso stato di coloro che non sono responsabili della salvezza delle nazioni e delle Chiese. Ma siffatti pensieri, se pure gli sorsero in mente, ei fermamente represse. Esortò i Lordi e i Gentiluomini, da lui convocati in questa occasione, a consultare insieme, senza lo impaccio della sua presenza, intorno alla risposta da farsi al Re. Riserbossi non per tanto la potestà della decisione finale dopo avere ascoltati i loro consigli. Quindi lasciolli, e si ritirò a Littlecote Hall, magione rurale giacente a circa due miglia di distanza, e famosa fino ai tempi nostri non tanto per la sua veneranda architettura e i suoi begli arredi, quanto per un orribile e misterioso delitto ivi commesso ne' tempi dei Tudor(1221).
Innanzi che si allontanasse da Hungerford gli fu detto che Halifax aveva desiderato di abboccarsi con Burnet. In questo desiderio non era nulla di strano; imperocchè Halifax e Burnet avevano da lungo tempo avuto relazioni d'amicizia. E per vero dire non v'erano due uomini che così poco si rassomigliassero. Burnet era estremamente privo di delicatezza e di tatto. Halifax aveva delicatissimo gusto, e fortissima tendenza al dileggio. Burnet mirava ogni azione ed ogni carattere traverso a uno strumento scontorto e colorato dallo spirito di parte. La mente di Halifax inchinava a scoprire i falli de' suoi colleghi più presto che quelli degli avversari. Burnet, non ostante le sue debolezze e le vicissitudini d'una vita passata in circostanze non molto favorevoli alla pietà, era uomo sinceramente pio. Lo scettico e satirico Halifax aveva taccia d'incredulo. Halifax quindi aveva spesso provocato la sdegnosa censura di Burnet; e Burnet era spesso lo zimbello de' pungenti e gentili scherzi di Halifax. Nondimeno l'uno sentivasi vicendevolmente attirato verso l'altro, ne amava il conversare, ne pregiava l'abilità, liberamente ricambiava le opinioni e i buoni uffici in tempi pericolosi. Nondimeno Halifax adesso non desiderava rivedere il suo vecchio conoscente soltanto per riguardi personali. I Commissari erano di necessità ansiosi di sapere quale fosse il vero scopo del Principe. Aveva loro ricusato un colloquio privato; e poco poteva raccogliersi da ciò ch'egli potesse dire in una pubblica udienza. Quasi tutti i suoi confidenti erano uomini al pari di lui taciturni e impenetrabili. Il solo Burnet era ciarliero e indiscreto. E nondimeno le circostanze avevano fatto nascere il bisogno di fidarsi di lui; e Halifax con la sua squisita destrezza gli avrebbe indubitatamente tratto dalla bocca i secreti, agevolmente come le parole. Guglielmo sapeva tutto questo, e come gli fu detto che Halifax andava in cerca del dottore, non potè frenarsi dallo esclamare: "Se si uniranno insieme, e' vi sarà un bel pettegolezzo." A Burnet fu inibito di vedere i Commissari in privato; ma con parole cortesissime gli fu detto che il Principe non aveva il più lieve sospetto della fedeltà di lui; e perchè non vi fosse cagione a dolersene, la inibizione fu generale.
LXXII. Quel dì i nobili e i gentiluomini, ai quali Guglielmo aveva chiesto consiglio, adunaronsi nella gran sala del principale albergo di Hungerford. Oxford presedeva, e le proposte del Re furono prese in considerazione. Tosto si conobbe che l'assemblea era divisa in due partiti, l'uno de' quali era bramoso di venire a patti col Re, l'altro ne voleva la piena rovina; ed erano i più. Ma fu notato che Shrewsbury, il quale a preferenza di tutti i Nobili d'Inghilterra supponevasi godere la confidenza di Guglielmo, quantunque fosse Whig, in questa occasione era coi Tory. Dopo molto contendere fu formulata la questione. La maggioranza opinò doversi rigettare le proposte che i regii Commissari avevano ordine di fare. La deliberazione dell'assemblea fu recata al Principe in Littlecote. In nessun'altra circostanza per tutto il corso della sua fortunosa vita egli mostrò maggiore prudenza e ritegno. Non poteva volere la buona riuscita dello accordo. Ma era tanto savio da conoscere, che ove le pratiche andassero a vuoto per cagione delle sue irragionevoli pretese, ei perderebbe il pubblico favore. E però, vinta la opinione de' suoi ardenti fautori, si dichiarò deliberatissimo a trattare sopra le basi proposte dal Re. Molti dei Lordi e dei Gentiluomini radunati in Hungerford rimostrarono: litigarono un intero giorno: ma Guglielmo rimase incrollabile nel suo proposito. Dichiarò di volere porre ogni questione nelle mani del Parlamento pur allora convocato, e di non procedere oltre a quaranta miglia da Londra. Dal canto suo fece certe domande che anche i meno inchinevoli a lodarlo reputarono moderate. Insistè perchè gli statuti vigenti rimanessero in vigore finchè venissero riformati dall'autorità competente, e perchè chiunque occupasse un ufficio senza i requisiti legali fosse quinci innanzi destituito. Dirittamente pensava che le deliberazioni del Parlamento non potevano procedere libere, se dovesse aprirsi circondato dai reggimenti irlandesi, mentre egli e la sua armata rimanevano lontani di parecchie miglia. Per lo che reputava necessario che, dovendo le sue truppe rimanersi a quaranta miglia da Londra dalla parte occidentale, le truppe del Re si dovessero ritirare ad uguale distanza dalla parte orientale. In tal guisa rimaneva attorno al luogo, dove le Camere dovevano adunarsi, un ampio cerchio di terreno neutrale, dentro cui erano due fortezze di grande importanza per la popolazione della metropoli; la Torre cioè, che signoreggiava le abitazioni, e Tilbury Fort che signoreggiava il commercio marittimo. Era impossibile lasciare questi due luoghi senza presidio. Guglielmo quindi propose che temporaneamente venissero affidati alla Città di Londra. Sarebbe forse convenevole, che il Re, apertosi il Parlamento, se ne andasse a Westminster con un corpo di guardie. In questo caso il Principe voleva il diritto di andarvi anch'egli con un eguale numero di soldati. Parevagli giusto, che, mentre rimanevano sospese le operazioni militari, ambedue le armate si considerassero come ai servigi della nazione inglese, e fossero pagate dall'entrate dell'Inghilterra. Da ultimo richiese alcune guarentigie perchè il Re non si giovasse dello armistizio per introdurre forze francesi nell'isola. Il punto di maggior pericolo era Portsmouth. Il Principe non insisteva che gli venisse data nelle mani questa importante fortezza, ma propose che, durante la tregua, fosse affidata al comando d'un ufficiale meritevole della fiducia sua e di Giacomo.
Le proposte di Guglielmo erano espresse con la dilicata equità convenevole meglio a un arbitro disinteressato il quale profferisca un giudizio, che ad un principe vittorioso il quale imponga condizioni ad un disastrato nemico. I partigiani del Re non ebbero nulla a ridire. Ma fra' Whig nacquero assai mormorazioni. Dicevano non volere riconciliazione col loro vecchio signore; reputarsi sciolti da ogni vincolo di fedeltà; non essere disposti a riconoscere l'autorità d'un Parlamento convocato con decreto di lui. Aggiungevano ch'essi non volevano armistizio, e non poteano intendere, che dovendo esservi un armistizio, fosse da concludersi a patti uguali. Per virtù di tutte le leggi della guerra il più forte aveva diritto a giovarsi della propria forza; e nella indole di Giacomo v'era egli nulla che giustificasse una tanto estraordinaria indulgenza? Coloro che siffattamente ragionavano, ben poco conoscevano da quale altezza e con che occhio veggente il condottiero da essi biasimato contemplasse la intera situazione della Inghilterra e dell'Europa. Anelavano a rovinare Giacomo, e però avrebbero voluto o ricusare di trattare con essolui a patti uguali, o imporgli condizioni insopportabilmente dure. Perchè il vasto e profondo disegno politico di Guglielmo non patisse detrimento era necessario che Giacomo ruinasse al precipizio, rigettando condizioni così ostentatamente liberali. L'esito delle cose provò la saviezza de' provvedimenti che la maggioranza degli Inglesi ragunati in Hungerford era inchinevole a condannare.
La domenica, 9 dicembre, le domande del Principe furono poste in iscritto e consegnate a Halifax. I Commissari desinarono in Littlecote, dove una splendida assemblea era stata invitata a incontrarli. L'antica sala, dalle cui pareti pendevano armature che avevano veduto la guerra delle Rose, e ritratti de' valorosi che erano stati ornamento della corte di Filippo e di Maria, era adesso ripiena di Pari e di Generali. In tanta folla potevano ricambiarsi brevi dimande e risposte senza farsi scorgere. Halifax colse il destro che gli si offrì primo, per conoscere ciò che Burnet sapeva o pensava. "Che intendete di fare?" chiese lo accorto diplomatico. "Desiderate di avere il Re nelle vostre mani?" - "Niente affatto" rispose Burnet; "non vogliamo fare il minimo male alla sua persona." - "E ove se ne andasse?" soggiunse Halifax. "Non potremmo desiderare nulla di meglio" disse Burnet. Non v'è dubbio che Burnet, così favellando, esprimesse la opinione universale de' Whig(1222) nel campo del Principe. Tutti bramavano che Giacomo fuggisse dal paese: ma solo pochi de' più savi tra loro intendevano di quanta importanza fosse che la sua fuga venisse attribuita dalla nazione alla insania e ostinatezza di lui, e non ai duri trattamenti e a ben fondati timori. E' pare probabile che anche negli estremi cui egli era adesso ridotto, tutti i suoi nemici congiunti insieme non l'avrebbero potuto rovesciare, qualora egli non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso: ma mentre i suoi Commissari affaticavansi a salvarlo, egli con ogni studio cercava di rendere vani gli sforzi loro(1223).
I suoi disegni infine erano maturi per la esecuzione. Le pretese pratiche avevano risposto allo intento. Nel dì stesso in cui i tre Lordi giunsero a Hungerford, il Principe di Galles arrivò a Westminster. Avevano provveduto che passasse pel Ponte di Londra; ed alcune legioni irlandesi gli erano state spedite incontro a Southwark; ma vennero accolte da una gran folla di popolo con tale tempesta di fischi e di maledizioni, che esse reputarono prudente con tutta fretta ritirarsi. La povera creatura passò il Tamigi a Kingston, e fu condotta a Whitehall con tanta secretezza che molti la credevano tuttavia a Portsmouth(1224).
LXXIII. Adesso il primo pensiero di Giacomo era quello di mandare il figlio e la moglie senza indugio fuori del Regno. Ma di chi fidarsi per eseguire la fuga? Dartmouth era il più leale de' Tory protestanti; e Dartmouth aveva ricusato. Dover era creatura de' Gesuiti: e anche Dover aveva esitato. Non era assai facile trovare un Inglese d'alto grado ed onore il quale si togliesse lo incarico di porre nelle mani del Re di Francia lo erede presuntivo della Corona d'Inghilterra.
In queste circostanze Giacomo pose gli occhi sopra un gentiluomo francese il quale allora dimorava in Londra, cioè Antonio Conte di Lauzun. E' stato detto che la vita di costui fosse più strana d'un sogno. Ne' suoi giovani anni era stato intimo collega di Luigi, ed aveva avuta speranza de' più alti impieghi sotto la Corona francese. Poi la fortuna volse la sua ruota. Luigi aveva con amari rimproveri allontanato da sè lo amico della sua giovinezza, e, dicesi, poco mancò non lo schiaffeggiasse. Il caduto cortigiano era stato rinchiuso in una fortezza: ma ne era uscito, aveva riacquistata la grazia del suo signore, ed acceso il cuore ad una delle più grandi dame d'Europa, cioè Anna Maria, figlia di Gastone Duca d'Orleans, nipote del Re Enrico Quarto, ed erede delle immense possessioni della Casa di Monpensier. I due amanti si volevano congiungere in matrimonio, che fu assentito dal Re. Per poche ore Lauzun fu considerato in Corte come membro adottivo della famiglia Borbone. La dote della Principessa poteva essere ambita anche da un Sovrano: tre grandi ducati, un principato indipendente con zecca e tribunali, ed una rendita superiore a quella del Regno di Scozia. Ma tanto splendido apparato in un istante svanì. Gli sponsali furono rotti. Lo amante per molti anni visse rinchiuso in un castello sulle Alpi. In fine Luigi divenne più mite. A Lauzun fu inibito di comparire al cospetto del Re, ma gli venne data libertà, lontano dalla Corte. Visitò la Inghilterra, e fu bene accolto da Giacomo e dal ceto elegante di Londra: imperciocchè in quel tempo i gentiluomini francesi venivano reputati per tutta Europa modelli di squisita educazione: e molti Cavalieri e Visconti, i quali non erano mai stati ammessi al cerchio di Versailles, erano oggetto di curiosità e di ammirazione in Whitehall. Lauzun quindi nelle presenti circostanze era l'uomo opportuno. Aveva animo e sentimento d'onore, era assuefatto a strane avventure, e con l'acutezza di mente e lo ironico dileggio d'un compíto uomo di mondo aveva forte propensione a farla da cavaliere errante. Lo amore di patria e i propri interessi lo persuadevano a addossarsi una commissione, dalla quale tutti i più fedeli sudditi della Corona inglese parevano aborrire. Come custode, in un pericoloso momento, della Regina della Gran Bretagna e del Principe di Galles, poteva onorevolmente ritornare al paese natio; e forse verrebbe nuovamente ammesso a vedere Luigi vestirsi e desinare, e dopo tante vicende, nel volgere degli anni suoi, si rimetterebbe forse in via di riacquistare con istrana guisa il regio favore.
Spinto da tali sentimenti Lauzun con ardore accettò l'alto incarico propostogli. Gli apparecchi per la fuga si fecero sollecitamente: fu ordinato che una nave stesse pronta a Gravesend: ma giungere a Gravesend non era agevole cosa. La città era in estremo concitamento. La minima cagione bastava a fare ragunare il popolo. Nessun forestiero poteva mostrarsi per le vie senza timore d'essere fermato, interrogato, e condotto dinanzi a un magistrato come fosse gesuita travestito. Era quindi necessario prendere la via lungo la sponda meridionale del Tamigi. Non fu trascurata nessuna cautela a evitare ogni sospetto. Il Re e la Regina, secondo il consueto modo, ritiraronsi per riposare. Quando per qualche tempo fu quiete universale in palazzo, Giacomo levatosi chiamò uno de' suoi servitori dicendogli; "Troverete un uomo alla porta dell'anticamera; conducetelo a me." Il servo obbedì, e Lauzun fu introdotto nella stanza del regio talamo. "Affido a voi" disse Giacomo "la Regina e mio figlio; bisogna porre a rischio ogni cosa per condurli in Francia." Lauzun con ispirito veramente cavalleresco rese grazie del pericoloso onore che Giacomo gli faceva, e chiese licenza di giovarsi dello aiuto del suo amico Saint-Victor gentiluomo provenzale, che aveva dato numerose prove di coraggio e di fede. Il Re accettò volentieri i servigi di un tanto uomo. Lauzun porse la mano a Maria; Saint-Victor inviluppò nel suo caldo pastrano lo sventurato erede di tanti Re: e scesi giù per una scala secreta, s'imbarcarono in una gondola scoperta. Ed era pur miserabile viaggio. La notte era nera; pioveva a dirotto; il vento mugghiava; le onde accavallavansi: alla perfine la barchetta giunse a Lambeth; e i fuggenti sbarcarono presso a una locanda dove stava ad aspettarli una carrozza. Corse qualche tempo innanzi di attaccare i cavalli. Maria, temendo d'essere riconosciuta, non volle entrare nella locanda, ma si rimase col figliuolo nelle braccia sotto la torre della Chiesa di Lambeth per ricoverarsi dalla tempesta, tremando ogni volta che il mozzo di stalla le si avvicinava con la lanterna. Era accompagnata da due donne, l'una delle quali aveva l'ufficio di allattare il Principe, l'altra quello di vegliarlo alla culla; ma potevano essere di poca utilità alla loro signora, come quelle che erano straniere, mal potevano parlare l'inglese, e tremavano sotto la rigida sferza del clima d'Inghilterra. L'unica consolazione fu quella che lo infante era di buona salute e non pianse punto. La carrozza finalmente si mosse. Saint-Victor la seguiva a cavallo. I fuggenti giunsero sani e salvi a Gravesend, e s'imbarcarono nella nave che li aspettava. Vi trovarono Lord Powis con sua moglie. V'erano anco tre ufficiali irlandesi. Costoro erano stati spediti colà, onde, nascendo un caso disperato, soccorressero Lauzun; poichè non reputavasi punto impossibile che il capitano della nave si scoprisse infido: ed erano stati dati ordini di pugnalarlo al minimo sospetto di tradigione. Nulladimeno non fu necessario appigliarsi ad alcun violento partito. La nave, spinta da prospero vento, scese giù pel fiume; e Saint-Victor, avendola veduta far vela, ritornò spronando il cavallo per recare la lieta nuova a Whitehall(1225).
La mattina del lunedì, 10 dicembre, il Re seppe che la moglie ed il figliuolo avevano intrapreso il loro viaggio con molta probabilità di giungere al luogo dove erano diretti. Verso quel tempo arrivò a Whitehall un messo con dispacci da Hungerford. Se Giacomo avesse avuto un poco più di discernimento, e un poco meno di ostinazione, que' dispacci lo avrebbero indotto a considerare nuovamente i propri disegni. I Commissari mandavano lettere piene di speranza. I patti proposti dal vincitore erano stranamente liberali. Il Re stesso non potè frenarsi dal dire che erano più favorevoli di quel che si sarebbe aspettato. Certo egli avrebbe potuto non senza ragione sospettare che fossero stati fatti con intendimento non amichevole: ma ciò non importava nulla; imperocchè, sia che fossero offerti con la speranza che accettandoli egli ponesse i fondamenti d'una felice riconciliazione(1226), sia, come è più probabile, con la speranza che rigettandoli sarebbe comparso alla nazione estremamente irragionevole e incorreggibile, il modo di condursi era al pari evidente. In entrambi i casi la sua politica era quella di accettarli senza il menomo indugio e fedelmente osservarli.
LXXIV. Ma tosto fu chiaro che Guglielmo aveva profondamente conosciuta l'indole dell'uomo col quale egli aveva da fare, e nell'offrire que' patti che i Whig in Hungerford avevano biasimati come troppo indulgenti, non aveva rischiato nulla. La solenne commedia, onde il pubblico era stato tenuto a bada fino dalla ritirata dello esercito regio da Salisbury, fu prolungata anche per poche ore. Tutti i Lordi che trovavansi ancora nella metropoli furono invitati al palazzo per udire in che stato erano le pratiche aperte per loro consiglio. Fu stabilita un'altra ragunanza di Pari pel dì susseguente. Al Lord Gonfaloniere e agli Sceriffi di Londra fu anche intimato di recarsi presso il Re. Gli esortò ad adempiere con energia i loro doveri, e confessò come egli avesse creduto utile mandare la moglie e il figlio fuori del paese, ma gli assicurò ch'ei rimarrebbe al suo posto. Mentre egli profferiva questa menzogna indegna d'un uomo e d'un Re, rimaneva fermissimo nel proposito di partirsi innanzi l'alba del prossimo giorno. E difatti aveva già affidati i più preziosi de' suoi arredi a vari ambasciatori stranieri. Le sue più importanti scritture erano state depositate nelle mani del Ministro Toscano. Ma innanzi d'accingersi alla fuga rimaneva anco qualche altra cosa a farsi. Il tiranno gioiva del pensiero di vendicarsi d'un popolo aborrente dal dispotismo, rovesciandogli sul capo tutti i mali dell'anarchia. Comandò che il Gran Sigillo e i decreti per la convocazione del Parlamento fossero recati alle sue stanze. Tutti i decreti che potè avere in mano egli gettò nel fuoco. Quelli ch'erano stati spediti annullò con una scrittura stesa in forma legale. A Feversham scrisse una lettera, che aveva sembianza di comando, ingiungendogli di sciogliere lo esercito. Non ostante il Re seguitava a nascondere anche ai suoi principali ministri la intenzione di fuggire. Sul punto di ritirarsi esortò Jeffreys a trovarsi la dimane a buon'ora nel gabinetto; e mentre stava per entrare a letto susurrò all'orecchio di Mulgrave dicendo che le nuove giunte da Hungerford erano sodisfacenti. Ciascuno si ritirò, tranne il duca di Northumberland. Questo giovane, figlio naturale di Carlo Secondo, partoritogli dalla Duchessa di Cleveland, comandava una compagnia di Guardie del Corpo, ed era Lord Ciamberlano. E' pare essere costumanza di Corte che, assente la Regina, un Ciamberlano dormisse in un lettuccio nella camera del Re; e quella sera ciò toccava a Northumberland.  LXXV. Alle ore tre della mattina, martedì 11 dicembre, Giacomo levossi, prese in mano il Gran Sigillo, fece comandamento a Northumberland di non aprire l'uscio avanti l'ora consueta, e disparve per un andito secreto, probabilmente lo stesso pel quale Huddleston era stato introdotto al letto del moribondo Carlo. Sir Eduardo Hales stavasi ad aspettare con una carrozza d'affitto. Giacomo fu condotto a Millbank, dove traversò con un navicello il Tamigi. Presso Lambeth gettò nelle onde il Gran Sigillo, che molti mesi dopo venne per avventura tratto fuori da un pescatore che trovollo nella sua rete.
Sbarcò a Wauxhall, dove era pronto un cocchio, e immediatamente prese la via di Sheerness, dove una barca della dogana aveva ordine di aspettare il suo arrivo(1227).
...
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FINE.
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NOTE al testo.
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(1047) Nell'originale "dirito".[Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
(1048) Nell'originale "auche".
(1049) Nell'originale "interdirebbbe".
(1050) Questo variare d'opinioni nel partito Tory è assai bene esposto in un libretto pubblicato nel principio del 1689, col titolo: Dialogo tra due Amici, nel quale la Chiesa Anglicana si difende d'essersi collegata col Principe d'Orange.
(1051) "Aut nunc, aut nunquam." Ms. Witsen citato da Wagenaar, lib. LX.
(1052) Burnet, I, 763.
(1053) Nell'originale "Agernon"
(1054) Sidney, Diario e Carteggio, pubblicati da Blencowe; Mackay, Memorie, e la nota di Swift: Burnet, I, 763.
(1055) Burnet, I, 763; Lettera in cifra a Guglielmo in data del 18 giugno 1688 in Dalrymple.
(1056) Burnet, I, 764; Lettera in cifra a Guglielmo, in data del 18 giugno 1688.
(1057) Intorno a Montaigne, vedi la lettera di Halifax a Cotton. Credo che la testa di Halifax che si vede nell'Abbadia di Westminster porga di lui migliore idea di quel che facciano tutte le pitture e incisioni da me vedute.
(1058) 
(1059) Burnet, I, 764; Sidney al principe d'Orange, 30 giugno 1688, in Dalrymple[Nell'originale "Dariymple"].
(1060) Burnet, I, 763; Lumley a Guglielmo, 31 maggio 1688, in Dalrymple.
(1061) Vedi cotesto invito distesamente riportato da Dalrymple.
(1062) Nell'originale "leggese".
(1063) Lettera di Sidney a Guglielmo, 30 giugno 1688; Avaux, Negoz., 10-20, 12-22 luglio.
(1064) Bonrepaux, 18-28 luglio 1687.
(1065) Estratti di Birch, nel Museo Britannico.
(1066) Avaux, Negoz., 28 ottobre-8 novembre 1683.
(1067) Quanto alle relazioni che passavano tra lo Statoldero e la città di Amsterdam, vedi Avaux, passim.
(1068) Adda, 6-16 luglio 1688.
(1069) Reresby, Memorie.
(1070) Barillon, 2-12 luglio 1688.
(1071) Gazzetta di Londra del 16 luglio 1688. L'ordine ha la data del 14 luglio.
(1072) Sono parole di Barillon, 6-16 luglio 1688.
(1073) Vedi una delle numerose ballate di quel tempo dove si fa allusione a' due Bretoni, che sono Jeffreys e Williams, entrambi naturali del paese di Galles.
(1074) Gazzetta di Londra, 9 luglio 1688.
(1075) Ellis, Carteggio, 10 luglio 1688; Clarendon, Diario, 3 agosto 1688.
(1076) Gazzetta di Londra, 9 luglio 1688; Adda, 13-23 luglio; Evelyn, Diario, 12 luglio; Johnstone, 8-18 dicembre 1687, 6-16 febbraio 1688.
(1077) Lettere di Sprat al Conte di Dorset; Gazzetta di Londra, 23 agosto 1688.
(1078) Gazzetta di Londra, 26 luglio 1688; Adda, 27 luglio-6 agosto; Lettera di Notizie nella Collezione Mackintosh, 25 luglio; Ellis, Carteggio, 28-31 luglio; Wood, Fasti Oxonienses.
(1079) Wood, Athenæ Oxonienses; Luttrell, Diario, 23 agosto 1688.
(1080) Ronquillo, 17-27 settembre 1688; Luttrell, Diario, 6 settembre.
(1081) Ellis, Carteggio, 4, 7 agosto 1688; Sprat, Relazione della Conferenza del 6 di novembre 1688[Nell'originale 1588].
(1082) Luttrell, Diario, 8 agosto 1688.
(1083) Ciò è riferito da tre scrittori, che potevano ben ricordarsi delle cose seguite in que' tempi, Kennet, Eachard, e Oldmixon. Vedi parimente l'Avvertimento contro i Whig.
(1084) Barillon, 23 agosto-2 settembre 1688, 3-13, 6-16, 8-18 settembre.
(1085) Luttrell[Nell'originale "Luttrel"], Diario, 27 agosto 1688.
(1086) Nell'originale "ambascitari"
(1087) King; Condizioni dei Protestanti Irlandesi; Consulte secrete del Partito Papale in Irlanda.
(1088) Consulte secrete del partito Papale in Irlanda.
(1089) Storia della Diserzione, 1689 (raffronta la prima con la seconda edizione); Barillon, 8-18 settembre 1688; Citters, alla stessa data; Clarke Vita di Giacomo II, ii, 168. Il compilatore di questa opera afferma che Churchill mosse la Corte Marziale a condannare i sei ufficiali a morte. Non sembra che tale storiella sia stata ricavata dalle carte del re, io quindi la considero come una delle tante menzogne inventate a San Germano a fine di denigrare un carattere già bastevolmente nero. Che Churchill in questa occasione avesse potuto simulare grande sdegno, onde nascondere il tradimento ch'ei meditava, è molto probabile. Ma è impossibile a credersi che un uomo sensato come lui avesse spinto il Consiglio di Guerra ad infliggere una pena che era al di là della sua competenza.
(1090) La canzone di Lilliburello si trova nella Raccolta delle Poesie politiche. La prima parte si trova nei Resti di Percy, ma non la seconda parte, la quale vi fu aggiunta dopo lo sbarco di Guglielmo. Nello Esaminatore, e in varii libercoli del 1712 si afferma che Wharton ne è l'autore.
(1091) Vedi le Negoziazioni del Conte d'Avaux. Mi sarebbe quasi impossibile citare tutti i luoghi da' quali ho attinto le materie per questa parte del mio racconto. I più importanti si trovano sotto le seguenti date: 1685, 20, 24 settembre, 5 ottobre, 20 dicembre; 1686, 3 gennaio, 22 novembre; 1687, 2 ottobre, 6, 19 novembre; 1688, 29 luglio, 20 agosto. Lord Lonsdale nelle sue Memorie giustamente nota che, se Luigi fosse stato più savio, la città d'Amsterdam avrebbe impedita la Rivoluzione.
(1092) Ranke, Die Römischen Päpste, lib. VIII; Burnet, I, 759.
(1093) Burnet, I, 758. Lo scritto di Luigi ha la data del 28 agosto-6 settembre 1688, e trovasi nel Recueil de Traités, vol. IV, n. 219.
(1094) Per la profonda destrezza con cui egli mostrò sotto due diversi aspetti la sua politica a due diversi partiti fu acremente rimproverato poscia nella Corte di San Germano: "Licet Foderatis publicus ille prædo haud aliud aperte proponat nisi ut Gallici Imperii exuberans amputetur potestas, verumtamen sibi et suis ex hæretica fæce complicibus, ut pro comperto habemus, longe aliud promittit, nempe ut, exciso vel enervato Francorum regno, ubi Catholicarum partium summum jam robur situm est, hæretica ipsorum pravitas per orbem Christianum universum prævaleat." - Lettera di Giacomo al Papa, evidentemente scritta nel 1689.
(1095) Avaux, Negoz., 2-12, 10-20, 11-21, 14-24, 16-26, 17-27 agosto, 23 agosto-2 settembre 1688.
(1096) Nell'originale "Schevering".
(1097) Avaux, Negoz., 4-14 settembre 1688.
(1098) Burnet, I, 765. La lettera di Churchill ha la data del 4 agosto 1688.
(1099) Guglielmo a Bentinck, 17-27 agosto 1688.
(1100) Memorie del Duca di Shrewsbury, 1718.
(1101) Gazzetta di Londra, 25, 28 aprile 1687.
(1102) Consulte secrete del partito Papale in Irlanda. Le cose sopradette sono confermate da ciò che Bonrepaux scriveva a Seignelay, 12-22 settembre 1687. "Il (Sunderland) amassera beaucoup d'argent, le roi son maître lui donnant la plus grande partie de celui qui provient des confiscations ou des accommodemens que ceux qui ont encouru des peines font pour obtenir leur grace."
(1103) Adda, dice che il terrore gli si leggeva chiaramente in viso; 26 ottobre - 5 novembre 1688.
(1104) Raffronta ciò che ne dice Evelyn con ciò che intorno a lei scrisse all'Aja la principessa di Danimarca, e con le sue stesse lettere ad Enrico Sidney.
(1105) Bonrepaux a Seignelay, 11-21 luglio 1688.
(1106) Vedi le sue lettere nel Diario e Carteggio di Sidney di recente pubblicati. Fox, nella sua copia de' Dispacci di Barillon, nota il dì 30 agosto N. S. 1688, come data del tempo in cui è certo che Sunderland praticasse il tradimento.
(1107) 19-29 agosto 1688.
(1108) 4-14 settembre 1688.
(1109) Avaux, 19-29 luglio, 31 luglio-10 agosto, 11-21 agosto 1688; Luigi a Barillon, 2-12, 16-26 agosto.
(1110) Barillon, 20-30 agosto. 23 agosto-2 settembre 1688; Adda, 24 agosto-3 settembre; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 177. Mem. Orig.
(1111) Luigi a Barillon, 3-13, 8-18, 11-21 settembre 1688.
(1112) Avaux, 23 agosto-2 settembre, 30 agosto-9 settembre 1688.
(1113) "Che l'adulazione e la vanità gli avevano tornato il capo" Adda, 31 agosto-10 settembre 1688.[Nell'originale "1788"]
(1114) Citters, 11-21 settembre 1688; Avaux, 17-27 settembre, 27 settembre-7 ottobre; Barillon, 23 settembre-3 ottobre; Wagenaar, libro LX; Sunderland, Apologia. Spesso è stato asserito che Giacomo ricusò lo aiuto d'un esercito francese. Vero è che tale offerta non fu mai fatta. Le truppe francesi sarebbero state più utili a Giacomo minacciando le frontiere dell'Olanda, che traversando il Canale.
(1115) Luigi a Barillon, 20-30 settembre 1688.
(1116) Avaux, 27 settembre-7 ottobre, 4-14 ottobre 1688.
(1117) Madame de Sévigné, 24 ottobre-3 novembre 1688.
(1118) Ms Witsen citato da Wagenaar; lord Lonsdale, Memorie; Avaux, 4-14, 5-15 ottobre 1688. La dichiarazione formale degli Stati Generali, in data del 18-28 ottobre, trovasi nel Recueil des Traités, vol. IV, n° 225.
(1119) Abrégé de la Vie de Frédéric Duc de Schomberg, 1690; Sidney a Guglielmo, 30 giugno 1688; Burnet, I, 677.
(1120) Burnet, I, 584; Mackay, Memorie.
(1121) Burnet, I, 775, 780.
(1122) Eachard, Storia della Rivoluzione, II, 2.
(1123) Pepys, Memorie relative alla Real Marina, 1690; Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 186, Memorie originali; Adda, 21 settembre-1 ottobre; Citters, 21 settembre-4 ottobre.
(1124) Clarke, Vita di Giacomo II, ii, 186, Memorie originali; Adda, 24 settembre-1 ottobre; Citters, 21 settembre-1 ottobre.
(1125) Adda, 28 settembre-8 ottobre 1688. Da questo dispaccio si raccoglie come Giacomo forte temesse una defezione universale ne' suoi sudditi.
(1126) La poca luce che ci resta intorno a queste pratiche è derivata dagli scritti di Reresby, il quale ne fu informato da una donna ch'egli non nomina, e alla quale non potevasi prestare cieca credenza.
(1127) Gazzetta di Londra, 24, 27 settembre, 1 ottobre 1688.
(1128) Mss. Tanner; Burnet, I, 784. Credo che Burnet abbia confusa questa udienza con un'altra che ebbe luogo parecchie settimane dopo.
(1129) Gazzetta di Londra, 8 ottobre 1688.
(1130) Gazzetta di Londra, 8 ottobre 1688.
(1131) Gazzetta di Londra, 15 ottobre 1688; Adda, 12-22 ottobre. Sembra che il Nunzio, comechè generalmente abborrisse dalle misure violente, si fosse opposto alla riabilitazione di Hough, probabilmente per favorire gl'interessi di Giffard e degli altri Cattolici romani che stanziavano nel Collegio della Maddalena. Leyburn disse d'essere "nel sentimento che fosse stato uno sbaglio, e che il possesso in cui si trovano ora li Cattolici fosse violento ed illegale, onde non era privar questi di un dritto acquisito, ma rendere agli altri quello che era stato levato con violenza."
(1132) Gazzetta di Londra, 18 ottobre 1688.
(1133) "Vento papista," dice Adda, 24 ottobre-3 novembre 1688. Sembra che il vocabolo protestante sia stato primamente applicato a quel vento, che per qualche tempo impedì a Tyrconnel di prendere possesso del governo d'Irlanda. Vedi la prima parte del Lillibullero.
(1134) Nell'originale "apettazione".
(1135) Tutte le prove di questo fatto sono raccolte ne' Processi di Stato, edizione di Howell.
(1136) Si trovano con molti altri particolari ne' Processi di Stato, edizione di Howell.
(1137) Barillon. 8-18, 15-25, 18-28 ottobre, 23 ottobre-1 novembre, 27 ottobre-6 novembre, 29 ottobre-8 novembre 1688; Adda, 26 ottobre-5 novembre.
(1138) Gazzetta di Londra, 29 ottobre 1688.
(1139) Registro degli Atti degli Stati d'Olanda e della Frisia Occidentale; Burnet, I, 782.
(1140) Gazzetta di Londra, 29 ottobre 1688; Burnet, I, 782; Bentinck a sua moglie, 21-31 ottobre, 22 ottobre-1 novembre, 24 ottobre-3 novembre, 27 ottobre-6 novembre 1688.
(1141) Citters, 2-12 novembre 1688; Adda; 2-12 novembre.
(1142) Ronquillo, 12-22 novembre 1688. "Estas respuestas" dice Ronquillo "son ciertas, aunque mas las encubrian en la corte."
(1143) Gazzetta di Londra, 5 novembre 1688. Il Proclama ha la data del dì 2 novembre.
(1144) Mss. Tanner.
(1145) Burnet, I, 787; Rapin, Whittle, Diario esatto; Spedizione del principe d'Orange in Inghilterra, 1688; Storia della Diserzione, 1688; Dartmouth a Giacomo, 5 novembre 1688, in Dalrymple.
(1146) Avaux, 12-22 luglio, 14-24 agosto 1688. Intorno a questo soggetto il sig. De Jonge, il quale è parente de' discendenti dello Ammiraglio olandese Evertsen, mi ha cortesemente comunicate alcune interessanti notizie, tratte dalle carte di famiglia. In una lettera a Bentinck, in data del 6-16 settembre 1688, Guglielmo insiste sulla importanza d'evitare un conflitto, e chiede che lo dica a Herbert: "Ce n'est pas le tems de faire voir sa bravoure ni de se battre si on le peut éviter. Je le luy ai déjà dit; mais il sera nécessaire que vous le répétiez, et que vous le luy fassiez bien comprendre."
(1147) Rapin, Storia; Whittle, Diario esatto. Io ho veduto una carta di que' tempi nella quale è disegnato l'ordine con cui veleggiava la flotta olandese.
(1148) Nell'originale "Park"
(1149) Adda, 5-15 novembre 1688; Lettera di Notizie nella Collezione di Mackintosh; Citters, 6-16 novembre.
(1150) Burnet, I, 788; Estratti dalle Carte di Legge nella Collezione di Mackintosh.
(1151) Credo che nessuno, il quale paragoni il racconto che fa Burnet di questo colloquio con ciò che ne dice Dartmouth, possa dubitare ch'io abbia fedelmente riferito lo accaduto.
(1152) Ho veduta una incisione, fatta a que' tempi in Olanda, rappresentante lo sbarco. Vi si vedono alcuni uomini che portano il letto del Principe nella trabacca in cima alla quale sventola la sua bandiera.
(1153) Burnet, I, 789. Legge, Carte.
(1154) Il 9 novembre 1688, Giacomo scrisse a Dartmouth queste parole: "Nessuno avrebbe potuto fare altrimenti da quello che avete fatto voi. Io sono sicuro che tutti i più esperti uomini di mare debbono essere di questa opinione." Ma vedi Clarke, Vita di Giacomo II, 207, Memorie Originali.
(1155) Burnet, I, 790.
(1156) Nell'originale "Maestricht".
(1157) Vedi Whittle, Diario, la Spedizione di Sua Altezza, e la Lettera da Exon pubblicata in quel tempo. Io ho veduto manoscritte due Lettere di notizie, dove e descritta la pompa dello ingresso del Principe in Exeter. Pochi mesi dopo un cattivo poeta scrisse un dramma, intitolato: L'ultima Rivoluzione. Una delle scene è in Exeter. Si vedono i battaglioni dell'armata del Principe marciare verso la città con bandiere spiegate e tamburo battente, fra il plauso de' cittadini. Un nobile chiamato Misopapa dice: "Potete voi, o mio Signore, indovinare in quali terribili sembianti la colpa e la paura hanno rappresentato la vostra armata alla Corte? Si esagera il numero e la statura de' vostri soldati; si dice che ciascuno di loro sia alto per lo meno sei piedi, tutti vestiti di pelle d'orso, Svizzeri, Svedesi e Brandenburgesi." In una canzone composta subito dopo lo ingresso in Exeter, gl'Irlandesi sono descritti come nani in paragone de' giganti comandati da Guglielmo. "Povero Berwich, come le tue care gioie potranno opporsi al famoso viaggio? I tuoi più alti giovani sono fantocci dinanzi ai guerrieri di Brandenburgo e di Svezia. Coraggio! Coraggio!" Addison nel Freeholder allude allo effetto straordinario che producevano queste romanzesche storielle.
(1158) Nell'originale "Pincipe"
(1159) Spedizione del principe d'Orange; Oldmixon, 755; Whittle, Diario; Eachard, III, 911; Gazzetta di Londra, 15 novembre 1688.
(1160) Gazzetta di Londra, 15 novembre 1688; Spedizione del Principe d'Orange.
(1161) Clarke, Vita di Giacomo, II, 210, Memor. Orig.; Sprat, Narrazione; Citters, 6-16 novembre 1688.
(1162) Luttrell, Diario; Lettera di notizie nella Collezione di Mackintosh; Adda, 16-26 novembre 1688.
(1163) Nell'originale "escalmò".
(1164) Johnstone, 27 febbraio 1688; Citters, alla medesima data.
(1165) Lysons, Magna Britannia, Berkshire.
(1166) Gazzetta di Londra, 15 novembre 1688; Luttrell, Diario.
(1167) Burnet, I, 790; Vita di Guglielmo, 1703.
(1168) Nell'originale "autorità".
(1169) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 215; Memor. Orig.; Burnet, I, 790; Clarendon, Diario, 15 novembre 1688; Gazzetta di Londra, 17 novembre.
(1170) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 218; Clarendon, Diario, 15 novembre 1688; Citters, 16-26 novembre.
(1171) Clarendon, Diario, 15,16, 17, 20 novembre 1688.
(1172) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 219, Memorie Originali.
(1173) Nell'originale "Streeet".
(1174) Clarendon, Diario, dall'8 al 17 novembre 1688.
(1175) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 212, Memorie Originali; Clarendon, Diario, 17 novembre 1688; Citters, 20-30 novembre; Burnet, I, 791; Alcune riflessioni sopra la Umilissima Petizione presentata all'Augusta Maestà del Re, 1688; Modesta difesa della Petizione; Prima Collezione delle Scritture concernenti gli Affari d'Inghilterra, 1688.
(1176) Adda, 19, 29 novembre 1688.
(1177) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 220, 221.
(1178) Eachard, Storia della Rivoluzione.
(1179) La risposta che Seymour diede al Principe è riferita da molti scrittori. Somiglia molto a ciò che si racconta della famiglia Manriquez. Dicesi che essa avesse per epigrafe nell'armi gentilizie queste parole: "Nos no descendemos de los Reyes, sino los Reyes descienden de nos." - Carpentariana.
(1180) Quarta Collezione di Scritture, 1688; Lettera scritta da Exon; Burnet, I, 792.
(1181) Burnet, I, 792; Storia della Diserzione; Seconda Collezione di Scritture, 1688.
(1182) Lettera di Bath al Principe d'Orange, 18 novembre 1688; Dalrymple.
(1183) Prima Collezione di Scritture, 1688; Gazzetta di Londra, 22 novembre.
(1184) Reresby, Memorie; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 231, Memorie Originali.
(1185) Cibber, Apologia; Storia della Diserzione; Lutrell, Diario; Seconda Collezione di Scritture, 1688.
(1186) Nell'originale "combattitimenti".
(1187) Whittle, Diario; Storia della Diserzione; Luttrell, Diario.
(1188) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 222, Memorie Originali; Barillon, 21 novembre-1 dicembre 1688; Ms. Sheridan.
(1189) Prima Collezione di Scritture, 1688.
(1190) Lettera di Middleton a Preston, in data di Salisbury, 25 novembre. "Scelleraggine sopra scelleragine" dice Middleton, "e l'ultima anche maggiore della prima." Clarke, Vita di Giacomo, ii, 224, 225, Memorie Originali.
(1191) Storia della Diserzione; Luttrell, Diario.
(1192) Dartmouth, Annotazione a Burnet, I, 643.
(1193) Clarendon, Diario, 26 novembre; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 224. La lettera del Principe Giorgio al Re è stata più volte stampata.
(1194) Questa lettera, in data del 18 novembre, trovasi in Dalrymple.
(1195) Clarendon, Diario, 25, 26 novembre 1688; Citters, 26 novembre - 6 dicembre; Ellis, Carteggio, 19 dicembre; Difesa della Duchessa di Marlborough; [Nell'originale "Marlbourgh"] Burnet, 1, 792; Compton al Principe d'Orange, 2 dicembre 1688 in Dalrymple. L'abito militare del Vescovo è rammentato in innumerevoli scritti e satire di que' tempi.
(1196) Dartmouth, Annotazione a Burnet, I, 792; Citters, 26 novembre-6 dicembre 1688; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 226, Memorie Originali; Clarendon Diario, 26 novembre, Politica della Rivoluzione.
(1197) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 236, Mem. Orig.; Burnet, I, 794; Luttrell, Diario; Clarendon, Diario, 27 novembre 1688; Citters, 27 novembre-7 dicembre, e 30 novembre-10 dicembre.
Citters evidentemente ne fu informato da uno de' Lordi che si trovarono presenti. E poichè la cosa è importante, addurrò due brani de' suoi dispacci. Il Re disse: "Dat het by na voor hem unmogelyck was te pardoneren persoonen wie so hoog in syn reguarde schuldig stonden, vooral seer nytvarende jegens den Lord Churchill, wien hy hadde groot gemaakt en nogtans meyude de eenigste oorsake van alle dese desertie en van de retraite van bare Coninglycke Hoogheden te wesen" (uno dei Lordi, probabilmente Halifax o Nottingham) "Seer hadde geurgeet op de securiteyt van de lords die nu met syn Hoogheyt geengageert staan. Soo hoor ick" dice Citters "dat syn Majesteyt onder anderen soude gesegt hebben; - Men sprekt al voor de securiteyt voor andere, en nient voor de myne. - Waar op een der Pairs resolut dan met groot respect soude geantwoordt hebben dat, soo syne Majesteyt's wapenen in staat waren on hem te connen mainteneren, dat dan sulk syne securiteyte koude wesen; son niet, en soo de difficulteyt dan nog te surmonteren was, dat het den moeste geschieden door de meeste condescendance, en hoe meer die was, en hy genegen orn aan de natie contentement de geven, dat syne securiteyt ook des te grooter soude wesen."
(1198) Lettera del Vescovo di Santo Asaph al Principe d'Orange, 17 dicembre 1688.
(1199) Gazzetta di Londra, 29 novembre, 3 dicembre 1688; Clarendon, Diario, 29, 30 novembre.
(1200) Barillon, 1-11 dicembre 1688.
(1201) Giacomo a Dartmouth, 25 novembre 1688. Le lettere si trovano in Dalrymple.
(1202) Giacomo a Dartmouth, 1 dicembre 1688.
(1203) Luttrell, Diario.
(1204) Seconda Collezione di Scritture, 1688; la lettera di Dartmouth in data del dì 3 dicembre 1688, trovasi in Dalrymple; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 233, Memorie Originali. Giacomo accusa Dartmouth di avere indotto la flotta a fare un indirizzo per chiedere la convocazione del Parlamento. Ed è pretta calunnia. L'indirizzo contiene solo ringraziamenti al Re per avere convocato il Parlamento, e fu scritto prima che Dartmouth avesse il più lieve sospetto che Sua Maestà stesse ingannando la nazione.
(1205) Nell'originale "Middlessex".
(1206) Luttrell, Diario.
(1207) Adda, 7-17 dicembre 1688.
(1208) Il Nunzio dice: "Se lo avesse fatto prima di ora, per il Re ne sarebbe
stato meglio."
(1209) Vedi la Storia secreta della Rivoluzione di Ugo Speke, 1715. Nella Biblioteca di Londra è un esemplare di questa opera rara, ed ha una nota manoscritta che sembra di mano dello autore.
(1210) Brand, Storia di Newcastle; Tickell, Storia di Hull.
(1211) Il racconto di ciò che seguì in Norwich trovasi in un foglio di quei tempi inserito in varie collezioni. Vedi anco la Quarta Collezione di Scritture, 1688.
(1212) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 233; Memoria ms. della famiglia Harley nella Collezione di Mackintosh.
(1213) Citters, 9-19 dicembre 1688. Lettera del Vescovo di Bristol al Principe d'Orange, 5 dicembre 1688, in Dalrymple.
(1214) Citters, 27 novembre-7 dicembre 1688; Clarendon, Diario, 11 dicembre; Canzone sopra lo ingresso di Lord Lovelace in Oxford, 1688; Burnet, I, 793.
(1215) Clarendon, Diario, 2, 3, 4, 5 dicembre 1688.
(1216) Whittle, Diario Esatto; Eachard, Storia della Rivoluzione.
(1217) Citters, 20-30 novembre, 9-19 dicembre 1688.
(1218) Clarendon, Diario, 6, 7 dicembre 1688.
(1219) Clarendon, Diario, 7 dicembre 1688.
(1220) Storia della Diserzione; Citters, 9-19 dicembre 1688; Diario Esatto; Oldmixon, 760.
(1221) Vedi una interessantissima nota al canto V del Rokeby di Gualtiero Scott.
(1222) Nell'originale "Wihg".
(1223) La narrazione che ho fatta di ciò che successe in Hungerford è presa dal Diario di Clarendon, 8, 9 dicembre 1688; Burnet, I, 794; Proposta consegnata al Principe dai Commissarii, e Risposta del Principe; Sir Patrizio Hume, Diario; Citters, 9-19 dicembre.
(1224) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 237. Burnet - strano a dirsi! - non aveva udito, o dimenticò di notare, che il Principe era stato ricondotto a Londra; I, 796.
(1225) Clarke, Vita di Giacomo, ii, 246; Père d'Orleans, Révolutions d'Angleterre; Madame de Sévigné, 14-24 dicembre; Dangeau, Memorie, 13-23 dicembre. Quanto a Lauzun vedi le Memorie di Madamigella e del Duca di Saint-Simon, e i Caratteri di Labruyère.
(1226) Nell'originale "riconciliaziane".
(1227) Storia della Diserzione; Clarke, Vita di Giacomo, ii, 251, Memorie Originali; Mulgrave, Racconto della Rivoluzione; Burnet, I, 795.
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FINE Parte 7.